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Digital soft skill, il nuovo vantaggio competitivo delle imprese



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La trasformazione digitale e l’intelligenza artificiale rendono sempre più centrali le competenze digitali trasversali. La ricerca Soft Skill Index mostra il divario tra bisogni dei lavoratori, formazione aziendale e capacità delle organizzazioni di trasformare la tecnologia in valore concreto

Pubblicato il 7 lug 2026

Irene Vecchione

Amministratore Delegato di Tack TMI Italy (Gi Group Holding)



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Il lavoro sta cambiando più in fretta di quanto pensiamo, ma a fare la differenza sono ancora le competenze umane. Protagonisti infatti della trasformazione non saranno solo i nuovi strumenti tecnologici: più gli ambienti di lavoro diventeranno digitali e verranno pervasi – anche se in modo invisibile – dall’intelligenza artificiale, più emergerà con forza il ruolo delle digital soft skill, competenze che permettono di governare la tecnologia e trasformarla in valore scalabile.

È questo uno dei messaggi principali della nostra ultima ricerca, “Soft Skill Index”, condotta su un campione di 1.500 lavoratori occupati in Italia1: le soft skill, lungi dall’essere competenze accessorie, determinano in modo significativo il successo nel proprio lavoro. Lo pensa l’85% dei lavoratori intervistati e il 63% le considera persino più importanti delle competenze tecniche. Quest’ultime sono perciò indispensabili, ma non sufficienti. In contesti sempre più complessi, ciò che fa la differenza è la capacità di adattarsi, comunicare, collaborare, leggere i cambiamenti, prendere decisioni e apprendere continuamente. In altre parole, la capacità di rendere le competenze effettivamente agite dentro l’organizzazione.

Tra le soft skill, saranno proprio le competenze digitali trasversali a ritagliarsi lo spazio maggiore nel prossimo futuro: il 36% dei lavoratori le indica come le più importanti da qui a 3 anni.

Il vero terreno su cui si giocherà lo scarto competitivo tra organizzazioni non sarà semplicemente conoscere le regole della tecnologia, ma riuscire a gestirla affinché abbia un impatto concreto.

Perché saper usare la tecnologia non basta

Le competenze digitali trasversali non coincidono con la conoscenza di un linguaggio di programmazione o con una specializzazione tecnica. Riguardano, piuttosto, un insieme di abilità che permettono di muoversi con consapevolezza negli ambienti digitali: saper raccogliere e selezionare i dati corretti e coerenti, comprendere opportunità e rischi degli strumenti digitali utilizzati, integrarli nel proprio lavoro in modo efficace, proteggere informazioni e privacy.

Si tratta di competenze ibride, situate al confine tra cultura digitale, pensiero critico e capacità organizzativa. Ed è proprio per questo che non riguardano soltanto le funzioni IT o i ruoli specialistici, ma attraversano il commerciale, le risorse umane, il marketing, la produzione, la comunicazione, l’amministrazione, la logistica. Tutte aree aziendali dove il digitale è già entrato.

Il gap sulle competenze digitali trasversali nelle aziende

Ma, se le persone hanno compreso il valore delle competenze digitali trasversali, si può dire lo stesso delle organizzazioni? Purtroppo, la nostra ricerca fotografa una realtà in cui la risposta è “ancora poco”.

Se, da un lato, si tende a soffermarsi sulle responsabilità dei singoli, dall’altro lato, a volte si trascura di guardare all’impatto, non di poco conto, che le imprese possono avere nell’incentivare la transizione verso una maggiore digitalizzazione, puntando proprio sulla formazione.

Secondo la nostra ricerca, sebbene le competenze digitali trasversali rappresentino il primo bisogno formativo espresso dai lavoratori (31%), nell’ultimo anno solo il 19% di essi ha ricevuto formazione volta a rafforzarle e il 22% indica le soft digital skill tra le aree più deboli e su cui investire. Le persone vedono arrivare il cambiamento, ne percepiscono l’urgenza, chiedono strumenti per affrontarlo: ma l’offerta formativa aziendale non è allineata. Senza una presa di coscienza, il digital mismatch è destinato ad allargarsi, e non perché manchino competenze sul mercato, ma perché dentro le aziende non si costruiscono percorsi formativi coerenti con i bisogni reali e più urgenti per i professionisti.

Gli ostacoli alla formazione sulle soft skill digitali

Un altro importante aspetto rivelato dalla nostra indagine è che, anche quando le aziende erogano corsi di formazione per il potenziamento delle soft skill (non solo quelle digitali), i lavoratori faticano ad aderire: solo il 36% di essi ha dichiarato di averlo fatto nell’ultimo anno. La prima causa di scarsa partecipazione coincide con la difficoltà a conciliare il tempo della formazione con il lavoro e le attività quotidiane, denunciata dal 76% dei lavoratori. I principali ostacoli percepiti sono altre priorità operative (34%), carichi di lavoro elevati e mancanza di tempo (31%), seguiti da uno scarso supporto o incoraggiamento da parte dei responsabili (19%) e da un’offerta formativa ritenuta non adeguata o non utile (15%).

Emergono inoltre criticità sul sostegno concreto da parte delle aziende: oltre la metà (58%) ritiene che i manager promuovano poco o per nulla la partecipazione alla formazione in ambito soft skill e la stessa quota segnala che l’azienda non consente di dedicarvi il giusto tempo. Ancora più netto il giudizio sulle risorse e investimenti messi in campo dall’azienda: quasi il 60% li considera insufficienti, a indicare una distanza tra le dichiarazioni di intenti e supporto concreto.

Ma se la formazione resta confinata ai margini dell’agenda, se viene compressa tra urgenze operative e carichi di lavoro, se non è sostenuta dai manager, allora non può davvero diventare una leva di trasformazione. Non basta dire che la formazione è importante. Bisogna creare le condizioni perché lo sia davvero.

Investire nelle persone per guidare l’era digitale

In un Paese in cui il mercato dell’AI cresce del 50% e raggiunge 1,8 miliardi di euro nel 2025, le aziende che sapranno colmare il digital mismatch al proprio interno non saranno semplicemente quelle che “adotteranno più tecnologia”, ma quelle che riusciranno a performare meglio. Perché il peso delle competenze digitali cresce, anzi è destinato a crescere sempre di più, in tutte le aree aziendali, in tutti i settori.

L’AI non sostituisce i lavoratori: riconfigura ruoli, processi e competenze. Le organizzazioni che non ripensano i propri modelli formativi rischiano un divario crescente tra strategia e capacità esecutiva. Il vero punto critico non è tecnologico, ma umano: sarà la capacità delle persone di capire, usare e integrare l’AI nei processi a determinare il successo.

Per questo la formazione non può più essere considerata un’attività accessoria, residuale o separata dal business. Deve entrare stabilmente nelle priorità delle imprese. Non come costo, ma come investimento sulla capacità dell’azienda di restare competitiva, attrattiva e sostenibile nel tempo.

  1. Nota metodologica. L’indagine è stata condotta da Excellera Intelligence srl. Le interviste, condotte nel periodo 26 gennaio – 2 febbraio 2026 con metodologia CAWI, hanno coinvolto 1.500 lavoratori occupati in Italia. Il campione, stratificato e casuale, è stato selezionato in base a quote per genere, classe d’età tipologia di professione e area territoriale di residenza. ↩︎

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