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Crisi dell’attenzione: il costo nascosto di una vita senza noia



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Nell’economia dell’attenzione la noia è un difetto. Obiettivo delle big tech è infatti monetizzare tutto il nostro tempo. Ma la letteratura scientifica suggerisce altro. Salvare i nostri spazi mentali dall’abuso di digitale è essenziale anche per la creatività, da cui nasce il nuovo e il cambiamento a livello individuale e sociale

Pubblicato il 12 mag 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



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Quando ci è capitato l’ultima volta di guardare fuori dalla finestra con un caffè in mano, con la mente che vaga libera nei pensieri? Ecco: ciò che era normale fino a qualche anno fa adesso è rara bellezza.

Il mondo si sta accorgendo che nell’ansia performativa dettata dal digitale, ci siamo persi la noia. O, forse, un tipo diverso di attenzione.

Situazione peggiorata dall’AI che vuole aumentare la nostra efficienza massimizzando l’uso del tempo e rendendo il lavoro più intenso.

Nelle stesse settimane in cui The Atlantic racconta il ritorno dei flip phone come forma di autodifesa dall’economia dell’attenzione, il Washington Post registra scuole che spezzano le lezioni in “brain breaks” e Stati negli Usa e in Scandinavia fanno marcia indietro sull’eccesso di schermi in classe. Ma il dato più interessante è un altro: mentre cresce il consenso sui divieti (già attivi in Italia nelle scuole), cresce anche l’evidenza che il problema è più ampio di così. Non si tratta solo di screen time da limitare.

Il punto è che smartphone e social hanno occupato anche ciò che prima restava vuoto e che solo all’apparenza era inutile (o perdita di tempo): l’attesa, la pausa, il tragitto.

E così, nel tentativo di eliminare la noia, abbiamo finito per indebolire una delle condizioni che rendono possibile l’attenzione, nel suo senso più alto.

Quello che accende la creatività, il pensiero riflessivo. L’innovazione a livello individuale e collettivo, anche politico, non solo tecnologico. Il cambiamento, insomma.

La noia, in questo quadro, non è il contrario dell’attenzione. Può esserne una condizione abilitante. Una parte rilevante della letteratura scientifica su wakeful rest, mind-wandering e regolazione attentiva suggerisce infatti che i momenti senza un task focalizzato non siano un guasto da correggere, ma una condizione in cui memoria, riflessione e creatività possono rimettersi al lavoro.

Il problema è che smartphone e social non si limitano a catturare il tempo: colonizzano anche le pause.

Noia, attenzione e digitale: lo stato del dibattito e degli studi

Il cambio di clima si vede bene proprio dalle notizie di queste settimane. Il reportage di The Atlantic sul movimento “Month Offline” racconta giovani adulti che scelgono telefoni più rudimentali per recuperare presenza, tempo e persino accesso ai propri pensieri.

Uno studio pubblicato a marzo 2026 su JAMA Network Open da Eva Telzer e colleghi della University of North Carolina at Chapel Hill ha mostrato che gli adolescenti usano lo smartphone durante tutte le ore della giornata scolastica, e che il checking frequente si associa a un controllo cognitivo peggiore. Pochi giorni fa, però, un ampio working paper del National Bureau of Economic Research, firmato tra gli altri dallo studioso di Stanford Thomas Dee, ha documentato che i phone ban riducono davvero l’uso dei dispositivi a scuola, ma non producono nell’immediato miglioramenti forti e lineari su rendimento, benessere o attenzione auto-riferita.

È qui che la discussione si fa interessante anche per noi. Se limitare l’accesso al telefono abbassa la distrazione visibile ma non ricostruisce automaticamente l’attenzione, vuol dire che la questione è più larga. L’attenzione non dipende solo dall’assenza del dispositivo, ma anche dalla presenza di condizioni mentali che permettano di sostenerla nel tempo.

Non tutta la noia è un bene, ma non tutta la noia è un male

Qui serve evitare un equivoco. La ricerca non dice che la noia faccia bene sempre e comunque. La boredom proneness, cioè la tendenza stabile a sperimentare noia in modo frequente e intenso, è associata a esiti problematici: difficoltà attentive, peggiori risultati scolastici, maggiore impulsività, più vulnerabilità a forme di uso problematico dei media.

Ma la noia situazionale, quella che emerge in un momento specifico, può essere letta diversamente. Lo psicologo clinico John Eastwood, della York University, l’ha definita come la difficoltà a coinvolgersi in modo soddisfacente in ciò che si sta facendo. Il filosofo Andreas Elpidorou, professore alla University of Louisville, e lo psicologo James Danckert, della University of Waterloo, hanno sviluppato una lettura regolativa della noia: non semplice difetto, ma segnale che l’attività in corso non genera più ingaggio, significato o stimolazione adeguata.

Significa riconoscere che i tempi non saturati hanno una funzione cognitiva. Se ogni minimo intervallo viene riempito da notifiche, scroll, clip e micro-ricompense, la mente perde una parte del proprio spazio di riorganizzazione, da cui può nascere il pensiero nuovo.

Il telefono non ruba solo tempo, frammenta il contesto mentale

L’Italia è appieno in questo fenomeno.

Secondo Istat, nel 2025 l’83,1% della popolazione italiana di sei anni e più ha usato Internet nei tre mesi precedenti l’indagine e il 79,1% accede alla Rete tramite smartphone. Tra i 15-24enni la quota supera il 98%. Uno studio pubblicato nel 2023 su Scientific Reports ha rilevato che la mera presenza dello smartphone può associarsi a prestazioni attentive peggiori. Il dispositivo agisce anche come promessa continua di alternativa: controlla me, forse qui c’è qualcosa di più interessante di quello che stai facendo adesso.

In un ecosistema così costruito, la noia diventa intollerabile non perché sia sempre negativa, ma perché ogni suo segnale viene intercettato e monetizzato, come dice tra gli altri il sociologo inglese Richard Seymour riguardo ai social media che hanno monetizzato il nostro tempo libero.

Appena arriva il minimo attrito mentale, il feed offre una via d’uscita immediata. Il risultato è che si abbassa la tolleranza al vuoto, alla lentezza, alla difficoltà, cioè a tutto ciò che spesso precede l’apprendimento e la concentrazione profonda.

Che cosa dice la letteratura sui tempi vuoti

Una delle evidenze più utili arriva dagli studi sul wakeful rest, il riposo quieto e vigile dopo l’apprendimento.

Una meta-analisi pubblicata nel 2025 su Psychonomic Bulletin & Review da Linman Weng e colleghi ha sintetizzato 37 studi, trovando un effetto significativo di questi brevi periodi sul consolidamento della memoria. Già nel 2014 Michaela Dewar e colleghi, in uno studio su PLOS One, avevano mostrato che una fase di quiete dopo l’apprendimento può favorire la ritenzione a lungo termine anche senza ripasso intenzionale.

Non ogni pausa è tempo perso. Se dopo un contenuto, una lettura, una lezione o una riunione il cervello viene subito travolto da altri stimoli, si riduce lo spazio per consolidare ciò che ha appena assorbito. La saturazione continua non produce solo distrazione. Può produrre anche una memoria più fragile.

Il secondo filone riguarda il mind-wandering, il vagabondaggio mentale. Una review molto citata pubblicata nel 2016 su Nature Reviews Neuroscience da Kalina Christoff e colleghi mostra che il pensiero spontaneo non è solo rumore di fondo: può contribuire a simulazione mentale, pianificazione, memoria autobiografica e generazione di idee. Anche qui serve cautela: il mind-wandering non è sempre utile, e se invade momenti che richiedono concentrazione può peggiorare la performance. Ma il quadro generale è chiaro: una mente mai lasciata respirare diventa più povera anche sul piano della riflessione e dell’invenzione.

La noia può aiutare la creatività, ma non come slogan

Su questo punto circolano molte semplificazioni. Lo studio del 2014 di Sandi Mann e Rebekah Cadman, pubblicato su Creativity Research Journal, viene spesso riassunto in modo troppo entusiastico: “annoiatevi e sarete creativi”. In realtà il messaggio serio è più limitato. In alcune condizioni, dopo attività noiose, alcuni partecipanti hanno mostrato migliori prestazioni in compiti creativi. Non basta questo per dire che la noia sia una bacchetta magica.

Quello che possiamo dire, però, è che l’eliminazione sistematica di ogni intervallo non migliora automaticamente la qualità del pensiero. Se l’unica risposta disponibile a un momento di vuoto è una dose di stimolo rapido, la mente esplora meno, decanta meno, associa meno. Non è un caso che molte persone descrivano il rapporto con il telefono come un continuo scivolamento: non stanno scegliendo davvero un contenuto, stanno evitando il momento in cui non succede nulla.

Oltre i divieti: ricostruire la capacità di stare nel vuoto

I phone ban possono servire, soprattutto in contesti come la scuola, dove il checking continuo spezza l’attenzione e sposta il baricentro dell’esperienza didattica. Ma i dati americani di queste settimane suggeriscono che non basta chiudere il telefono in una custodia per ricostruire concentrazione, memoria e qualità della presenza.

Occorre agire anche sul contesto. Vuol dire progettare tempi di apprendimento con pause vere, non semplicemente sostituite da altri input. Vuol dire ridurre il bombardamento di notifiche e l’aspettativa di reperibilità continua nel lavoro cognitivo. Vuol dire riconoscere che il problema non è solo quanto guardiamo lo schermo, ma quanto poco restiamo senza schermo, senza task, senza compensazione immediata.

La noia, in questo senso, non è il nemico da abbattere. È una soglia da attraversare. Se la cancelliamo del tutto, non eliminiamo soltanto il fastidio: rischiamo di eliminare anche una delle condizioni che rendono possibile un’attenzione meno frammentata, una memoria più stabile e un pensiero meno reattivo.

Ed è forse questo il punto più maturo: la crisi dell’attenzione non si risolve solo togliendo qualcosa. Si risolve anche restituendo spazio a ciò che abbiamo smesso di tollerare, cioè il tempo in cui non accade niente.

Bibliografia

Sandi Mann, Rebekah Cadman, “Does Being Bored Make Us More Creative?”, Creativity Research Journal, 2014

The Atlantic, “The Flip-Phone Cleanse”, 23 aprile 2026

The Atlantic, “Flipping Off Phones”, 8 maggio 2026

Nature, “Are attention spans really shrinking? What the science says”, 6 maggio 2026

Washington Post / Hechinger Report, “Teachers turn to ‘brain breaks’ as students’ attention spans have shortened”, 24 aprile 2026

NBER, “The Effects of School Phone Bans: National Evidence from Lockable Pouches”, maggio 2026

Eva Telzer et al., “Smartphone Use During School Hours and Association With Cognitive Control in Youths Aged 11 to 18 Years”, JAMA Network Open, 2026

John Eastwood et al., “The unengaged mind: defining boredom in terms of attention”, Perspectives on Psychological Science, 2012

Andreas Elpidorou, “The bright side of boredom”, Frontiers in Psychology, 2014

James Danckert, Colleen Merrifield, “Boredom, sustained attention and the default mode network”, Experimental Brain Research, 2018

Linman Weng et al., “Effects of wakeful rest on memory consolidation: a systematic review and meta-analysis”, Psychonomic Bulletin & Review, 2025

Michaela Dewar et al., “Boosting long-term memory via wakeful rest”, PLOS One, 2014

Kalina Christoff et al., “Mind-wandering as spontaneous thought: a dynamic framework”, Nature Reviews Neuroscience, 2016

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