Nelle ultime settimane, lo spazio pubblico digitale italiano è stato investito dalla circolazione virale di un’immagine artificialmente generata raffigurante la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni in biancheria intima, prodotta mediante strumenti di intelligenza artificiale generativa.
Tuttavia, interpretare tale episodio come una mera falsificazione audiovisiva o come l’ennesima degenerazione della comunicazione online significherebbe sottovalutarne profondamente la portata sistemica, poiché la fotografia sintetica diffusa sulle piattaforme digitali non costituisce infatti un’anomalia isolata bensì l’emersione visibile di una trasformazione molto più radicale che attraversa l’ecosistema informativo contemporaneo: quella che vede il corpo delle figure istituzionali, ed in particolare delle leader politiche, progressivamente trasfigurato in superficie algoritmica di manipolazione simbolica, sessualizzazione virale e destabilizzazione reputazionale.
Il caso italiano si colloca, infatti, all’interno di un fenomeno ormai globale che coinvolge esponenti politiche, giornaliste e personalità pubbliche internazionali sempre più frequentemente bersaglio di contenuti sintetici a sfondo erotico prodotti mediante tecnologie di deepfake, in una dinamica che non appare più riconducibile alla semplice devianza digitale, ma che rivela piuttosto la nascita di una nuova grammatica della delegittimazione pubblica nell’era dell’intelligenza artificiale ed è ormai purtroppo chiaro che in tale scenario, l’immagine artificiale agisce come “nuovo” dispositivo capace di alterare il significato stesso dell’autorevolezza istituzionale, ridefinendo il rapporto tra percezione collettiva, credibilità politica e costruzione simbolica del potere nello spazio digitale contemporaneo.
Indice degli argomenti
Il deepfake erotico come riscrittura del corpo politico
Come accennato, il caso italiano non rappresenta un episodio isolato poiché dinamiche analoghe hanno interessato negli Stati Uniti figure come Alexandria Ocasio-Cortez, Kamala Harris e Hillary Clinton, tutte colpite da manipolazioni visive che hanno trasformato la loro immagine pubblica in oggetto di consumo virale ed ecco perché a partire da tali episodi, il laboratorio SemiotiGram della Sapienza Università di Roma, diretto dalla semiologa Bianca Terracciano presso il Dipartimento CoRiS, ha sviluppato una riflessione di straordinario interesse teorico e culturale, evidenziando come il deepfake non operi esclusivamente sul piano della falsificazione tecnica dell’immagine, ma soprattutto su quello della riscrittura narrativa del corpo politico e dell’ethos istituzionale delle leader contemporanee.
Secondo il laboratorio, infatti, la forza del deepfake risiede nella sua capacità di produrre un “effetto di realtà”, ossia di simulare i codici percettivi della fotografia autentica pur rappresentando eventi mai realmente accaduti, per questo il deepfake sarebbe un vero e proprio “simulacro”, una copia senza originale, capace di apparire plausibile, condivisibile ed emotivamente credibile all’interno dell’ecosistema delle piattaforme digitali ed è qui che il fenomeno assume una rilevanza giuridica, politica e persino civilizzazionale senza precedenti.
L’intelligenza artificiale e la crisi dell’autenticità
Innanzitutto, l’aspetto forse più perturbante dei deepfake erotici non risiede solo nella loro sofisticazione tecnologica, bensì nella progressiva trasformazione dell’infrastruttura digitale globale in un ambiente epistemologicamente ostile alla nozione stessa di autenticità.
Ridurre il problema alla sola falsificazione audiovisiva significherebbe ignorare la natura profondamente strategica di tali contenuti: il deepfake contemporaneo non è più un prodotto marginale della devianza digitale, ma l’espressione di una nuova economia dell’attenzione fondata sulla manipolazione emotiva sistemica e sulla colonizzazione percettiva dello spazio pubblico.
Le immagini sintetiche che colpiscono figure istituzionali femminili non devono pertanto essere lette soltanto come episodi di violenza simbolica o di delegittimazione reputazionale, ma come segnali anticipatori di una trasformazione ben più vasta, nella quale l’intelligenza artificiale diventa strumento di ingegneria cognitiva delle democrazie.
La credibilità pubblica nell’ecosistema dei simulacri
La riflessione proposta da SemiotiGram apre, sotto questo profilo, una prospettiva cruciale: il deepfake non produce semplicemente un contenuto falso, ma altera il regime semiotico della credibilità pubblica.
Ciò che cambia non è soltanto la capacità di manipolare immagini, bensì la struttura stessa del rapporto tra individuo, percezione e realtà politica ed è in questo sottile passaggio che probabilmente emerge il tratto più innovativo e, al contempo, più inquietante del fenomeno poiché l’obiettivo non sembra più essere la persuasione ideologica tradizionale, ma la destabilizzazione permanente della fiducia cognitiva collettiva, in quanto, il deepfake erotico non mira necessariamente a convincere l’utente che l’evento rappresentato sia realmente accaduto; si pensi: è sufficiente insinuare il dubbio, contaminare la percezione pubblica, erodere la solidità simbolica della figura istituzionale.
Cioè, in altri termini, la manipolazione contemporanea non opera più secondo il paradigma della propaganda novecentesca, fondata sulla sostituzione della verità con una narrazione alternativa, ma attraverso la saturazione dello spazio informativo con simulazioni plausibili che rendono irrilevante la distinzione stessa tra vero e falso.
Deepfake erotici e democrazia costituzionale
Ed è proprio questa irrilevanza della verità a rappresentare la questione giuridica e geopolitica centrale del nostro tempo.
La democrazia costituzionale moderna si fonda implicitamente sull’esistenza di un terreno cognitivo condiviso, all’interno del quale il dissenso politico può svilupparsi senza compromettere la possibilità di riconoscere fatti verificabili.
Tuttavia, l’ecosistema algoritmico contemporaneo sembra muoversi nella direzione opposta: esso incentiva contenuti capaci di produrre intensità emotiva, indipendentemente dalla loro autenticità ontologica.
La piattaforma non premia il vero, ma il coinvolgente; non tutela il verificato, ma il viralizzabile.
In tale contesto, il deepfake erotico assume la funzione di dispositivo perfetto della società dell’engagement, poiché combina simultaneamente scandalizzazione, sessualizzazione, polarizzazione e velocità di diffusione.
L’industrializzazione della manipolazione identitaria
Ma il punto più avanzato della riflessione riguarda forse la progressiva industrializzazione della manipolazione identitaria.
Per la prima volta nella storia della comunicazione, la produzione di simulacri reputazionali può essere automatizzata, scalata globalmente e personalizzata algoritmicamente: ciò significa che il deepfake non deve più essere interpretato come un singolo contenuto illecito, bensì come parte di un futuro mercato delle identità sintetiche e la vera frontiera investigativa non è dunque il singolo file manipolato, ma la nascita di un’economia politica della replica umana artificiale, nella quale immagini, voci, posture, emozioni e perfino vulnerabilità psicologiche possono essere generate, adattate e distribuite come prodotti computazionali.
Il corpo della leader come superficie di delegittimazione
In questo scenario, come nei peggiori cliché, la figura pubblica femminile diventa il primo laboratorio di sperimentazione di una guerra cognitiva basata sulla sessualizzazione automatizzata del dissenso e dell’autorevolezza, non perché si tratti solo di “misoginia digitale”, ma per la costruzione algoritmica di una grammatica della delegittimazione politica.
Il corpo della leader viene trasformato in superficie semantica da occupare, alterare e redistribuire, fino a svuotarne la funzione istituzionale originaria.
È una mutazione radicale del rapporto tra potere e rappresentazione: se nel Novecento il controllo politico passava prevalentemente attraverso il monopolio dell’informazione, nel XXI secolo passa attraverso il controllo della plausibilità percettiva.
La risposta giuridica davanti alla simulazione performativa
Tale prospettiva apre quindi interrogativi di straordinaria rilevanza giuridica perché da un lato il diritto europeo continua infatti a ragionare prevalentemente in termini di contenuto illecito, responsabilità editoriale e tutela ex post della persona danneggiata, d’altro lato il problema reale sembra collocarsi molto più a monte: nella struttura architetturale delle piattaforme, nei modelli economici dell’intelligenza artificiale generativa e nella totale assenza di un costituzionalismo cognitivo capace di proteggere la stabilità epistemica delle società democratiche.
La domanda quindi non è più soltanto “come punire il deepfake”, ma “come impedire che la realtà diventi tecnicamente indistinguibile dalla simulazione performativa”.
Identità sintetiche e memoria collettiva digitale
Ed ecco perciò che la riflessione assume inevitabilmente una dimensione quasi civilizzazionale perché ciò che oggi osserviamo nei confronti delle leader politiche potrebbe costituire soltanto la fase embrionale di un processo molto più esteso: la progressiva dissoluzione dell’identità verificabile nell’ecosistema sintetico.
In prospettiva, l’intelligenza artificiale potrebbe rendere possibile non soltanto la falsificazione di immagini, ma la creazione di intere biografie artificiali, archivi storici sintetici, testimonianze audiovisive mai esistite e perfino simulazioni dinamiche di personalità pubbliche dove la manipolazione non riguarderebbe più il singolo evento, ma l’intera memoria collettiva digitale.
A quel punto, il problema non sarebbe semplicemente giuridico, ma ontologico: come potrà sopravvivere il concetto di responsabilità democratica in una società nella quale ogni prova visiva può essere costruita artificialmente?
Quale valore conserveranno il documento, la testimonianza, la registrazione audiovisiva o perfino la presenza pubblica?
Il rischio più grande non è soltanto la disinformazione, ma la nascita di una cultura della sfiducia assoluta, nella quale ogni realtà può essere negata come artificiale e ogni artificio può essere percepito come reale.
Una nuova infrastruttura pubblica della fiducia digitale
Per questo motivo, la vera risposta innovativa non può limitarsi alla regolazione tecnologica ma occorre immaginare una nuova infrastruttura pubblica della fiducia digitale, fondata su principi di trasparenza algoritmica radicale, tracciabilità delle sintesi artificiali, autenticazione crittografica delle fonti e alfabetizzazione cognitiva avanzata e soprattutto occorre una nuova consapevolezza politica: la sfida dell’intelligenza artificiale non riguarda più soltanto il lavoro, la produttività o l’automazione, bensì la sopravvivenza stessa della realtà condivisa come presupposto della convivenza democratica.












