AI Impact Summit 2026

Delhi Declaration: 89 paesi firmano sull’AI, ma la governance globale resta un miraggio



Indirizzo copiato

All’AI Impact Summit 2026 di New Delhi, 89 paesi hanno adottato la Delhi Declaration sull’intelligenza artificiale. Gli Stati Uniti hanno firmato dichiarando al contempo il rifiuto di qualsiasi governance globale. Il consenso internazionale rimane frammentato su tre visioni opposte.

Pubblicato il 23 feb 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



New Delhi Declaration on AI Impact (1);
iperammortamento software industriale

La Delhi Declaration è il documento che chiude l’AI Impact Summit 2026 di New Delhi con un numero di firmatari record: 89 paesi e organizzazioni internazionali, più delle 80 attese. Un risultato che fotografa insieme la crescente centralità dell’intelligenza artificiale nell’agenda geopolitica globale e la profonda divergenza su come governarla.

La Delhi Declaration: 89 firme al summit AI di New Delhi

La “New Delhi Declaration on AI Impact” è stata adottata il 21 febbraio, al termine di sei giorni di lavori al Bharat Mandapam di New Delhi, da 89 paesi e organizzazioni internazionali.

Tra i firmatari figurano Stati Uniti, Regno Unito, Cina, Russia, Francia, Italia e Unione Europea, un allineamento trasversale che supera le divisioni geopolitiche abituali e che il ministro indiano dell’Elettronica Ashwini Vaishnaw ha definito una prova che “il mondo ha fiducia nel ruolo dell’India nella nuova era dell’AI”.

La data di firma, slittata al 21 rispetto alla chiusura originale del 20 febbraio, era funzionale a massimizzare il numero di adesioni. L’obiettivo è stato centrato, 80 firmatari erano attesi, 89 hanno firmato.

Cosa dice la dichiarazione: i sette pilastri e il principio guida

La Delhi Declaration è un documento non vincolante, coerente con le edizioni precedenti di questa serie di summit (Bletchley Park 2023, Seoul 2024, Parigi 2025). Il principio guida è il sanscrito “Sarvajan Hitaya, Sarvajan Sukhaya”, il benessere e la felicità per tutti, che riflette l’impostazione indiana del summit: l’AI non come tecnologia da regolare ma come infrastruttura di sviluppo da condividere. Il testo articola sette pilastri tematici, gli stessi “Chakra” che hanno strutturato i lavori del summit: sviluppo del capitale umano, accesso inclusivo e impatto sociale, AI sicura e affidabile, efficienza energetica, AI nella ricerca scientifica, democratizzazione delle risorse AI, e crescita economica per il bene comune.

Il framework promuove la cooperazione volontaria nel rispetto della sovranità nazionale, sottolinea l’importanza degli strumenti open source e della necessità di infrastrutture AI efficienti dal punto di vista energetico. L’unico estratto testuale circolato prima della firma integrale recita che “la promessa dell’AI si realizza pienamente solo quando i suoi benefici sono condivisi dall’umanità” una formula che rispecchia il primato del Global South sulla narrativa del summit.

La contraddizione americana: firma e nega

Il dato politicamente più rilevante della dichiarazione non è chi ha firmato, ma come ha firmato Washington. Michael Kratsios, il rappresentante della Casa Bianca al summit, ha dichiarato venerdì 20 febbraio: “Rifiutiamo totalmente la governance globale dell’AI“. Una posizione di principio che non ha impedito agli Stati Uniti di apporre la propria firma alla dichiarazione finale, non vincolante, è vero, ma politicamente significativa in un documento firmato anche dalla Cina.

Il precedente di Parigi e la linea Vance

La contraddizione è coerente con il posizionamento americano inaugurato a Parigi un anno fa. All’AI Action Summit dell’11 febbraio 2025, il vicepresidente JD Vance aveva aperto il proprio discorso dichiarando di non essere lì per parlare di sicurezza ma di opportunità, aveva avvertito che l’eccessiva regolazione del settore AI potrebbe uccidere un’industria trasformativa e aveva rifiutato di firmare la dichiarazione congiunta sottoscritta da oltre 60 paesi, inclusa la Cina, per uno sviluppo AI aperto, inclusivo e sicuro.

Il Pax Silica e l’accordo bilaterale India-USA

A New Delhi, gli USA hanno scelto un profilo diverso, non erano presenti figure di rango ministeriale, firma della dichiarazione, ma segnale netto che quella firma non cambia la linea politica americana. Allo stesso tempo, l’India ha colto l’occasione per stringere un accordo bilaterale con Washington sul fronte tecnologico più operativo, il 20 febbraio ha aderito formalmente al Pax Silica, l’iniziativa a guida statunitense sulla sicurezza delle supply chain per semiconduttori e AI lanciata nel dicembre 2025. La firma è avvenuta alla presenza dello stesso ambasciatore Gor e del sottosegretario di Stato Jacob Helberg.

Un summit da record, con qualche crepa

I numeri del summit sono stati effettivamente senza precedenti nella serie. Oltre 500.000 visitatori totali all’Expo (originariamente previsto fino al 20, prolungato al 21 per “il grande entusiasmo”, secondo l’IT Secretary Krishnan). Più di 20 capi di stato e di governo, 59 delegazioni ministeriali, rappresentanti di 118 paesi. Sul piano economico, investimenti in infrastrutture AI annunciati o confermati a margine del summit per oltre 250 miliardi di dollari, più 20 miliardi da fondi di venture capital in deep tech. A latere, la Corea del Sud e Singapore hanno co-presieduto la riunione del GPAI, la Global Partnership on Artificial Intelligence, l’organismo intergovernativo dei 44 paesi che implementa i principi OCSE sull’AI.

Il caso del robot dog e le critiche della società civile

Le crepe non sono mancate. La più imbarazzante, la Galgotias University ha dovuto sgomberare il proprio stand all’Expo dopo che sui social media è stato identificato il robot dog presentato come una propria innovazione come un prodotto commerciale della cinese Unitree Robotics.

Un episodio che ha alimentato le critiche di chi vedeva nel summit una vetrina di relazioni pubbliche più che un vero punto di svolta nella governance globale dell’AI. L’analisi più severa è arrivata da TechPolicy.Press, che ha osservato come il format del summit, con il CEO Roundtable collocato sullo stesso piano del Leaders’ Plenary, conceda alle multinazionali una parità di accesso con i governi sovrani che la società civile non ha. “Il consenso globale su come governare l’AI è ancora lontano dalla realtà”, ha sintetizzato Isabella Wilkinson del Chatham House.

Il quadro geopolitico: tre visioni dell’AI a confronto

Il summit di New Delhi ha reso plasticamente visibile la triplice frattura nella governance globale dell’AI. Gli Stati Uniti portano avanti un approccio deregolatorio e opportunity-first, esplicitato da Vance a Parigi e ribadito a New Delhi da Kratsios.

L’Europa, con l’AI Act in vigore, l’iniziativa InvestAI da 200 miliardi e la narrativa della sicurezza come vantaggio competitivo, è schierata su un fronte opposto: a New Delhi Macron ha risposto implicitamente a Vance dichiarando che “gli spazi sicuri vincono nel lungo periodo”. L’India e il Global South propongono una terza via: multilaterale, orientata allo sviluppo, fondata sulla sovranità dei dati e sull’accesso equo alle risorse computazionali.

La Cina era quasi assente, il summit coincideva con il Capodanno cinese, ma ha firmato la Delhi Declaration, consolidando la propria posizione di attore che partecipa selettivamente ai forum multilaterali senza impegnarsi in vincoli operativi. La tensione più acuta, segnalata da molti analisti a margine dei lavori, è quella che attraversa le cosiddette middle powers, Europa, Canada, India, Giappone, che dopo le mosse di Trump su Groenlandia e NATO stanno accelerando gli sforzi per costruire autonomia strategica in materia di AI: modelli propri, chip propri, governance propria.

Cosa resta del summit: successo di visibilità, governance ancora aperta

Il giudizio sul summit dipende da cosa si considera rilevante. Come piattaforma di visibilità per l’India, che ha dimostrato di poter organizzare un evento di scala globale, attrarre investimenti per 250 miliardi in una settimana e lanciare sia la Delhi Declaration sia i New Delhi Frontier AI Commitments (il framework volontario adottato dalle principali aziende AI globali e indiane, tra cui OpenAI, Anthropic, Google e le startup Sarvam, Bharatjan, Yani e Soket), il summit è stato un successo netto.

Come punto di svolta nella governance globale dell’AI, i risultati sono più sfumati, una dichiarazione non vincolante firmata anche da chi la nega non costituisce un nuovo ordine internazionale. Il prossimo appuntamento della serie non è ancora formalmente confermato. A margine del summit, il presidente svizzero Guy Parmelin ha annunciato la candidatura della Svizzera a ospitare l’edizione 2027. Il test vero, come hanno ricordato diversi osservatori, non si misurarà a New Delhi ma nei mesi successivi, quando i 15 casi d’uso dell’accordo Italia–India–Kenya entreranno nella fase operativa, quando i 250 miliardi di investimenti promessi inizieranno a materializzarsi in data center e in infrastrutture locali, infine quando verrà chiaro se la Delhi Declaration segnerà l’inizio di una convergenza reale o resterà un documento di buone intenzioni.

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x