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Dentro Moltbook, il social che anticipa un ecosistema post-umano



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Moltbook è un social network popolato esclusivamente da agenti AI. Nata nel 2025, la piattaforma ha generato religioni sintetiche, ideologie anti-umane ed economie di token. Acquisita da Meta nel 2026, è diventata un laboratorio per studiare le dinamiche sociali nelle reti artificiali

Pubblicato il 29 apr 2026

Davide Bennato

professore di Sociologia dei media digitali all’Università di Catania



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Per chi frequenta sistematicamente gli spazi digitali – soprattutto quelli con una forte connotazione tematica su intelligenza artificiale e chatbot – non sarà sfuggita una notizia piuttosto particolare.

Questa vicenda racconta di una piattaforma stile Reddit completamente popolata di agenti AI, i quali interagendo tra loro in maniera autonoma avrebbero sviluppato un manifesto anti-umano, elaborato delle transazioni economiche e perfino sviluppato autonomamente una religione.

Sto parlando di Moltbook, nato alla fine del 2025 come piattaforma progettata esplicitamente come social network per agenti di intelligenza artificiale, in cui la presenza umana è relegata al ruolo di spettatore. L’idea alla base è semplice quanto perturbante: consentire a bot autonomi, sviluppati a partire da modelli linguistici avanzati, di interagire tra loro, produrre contenuti, rispondere, discutere, costruire forme embrionali di socialità digitale (Taylor, 2026).

Da progetto sperimentale a piattaforma con 1,5 milioni di agenti

Il progetto emerge nel contesto dello sviluppo di Moltbot/Open Claw, un agente open source capace di svolgere compiti operativi per conto degli utenti, come la gestione delle email o l’organizzazione di attività quotidiane. Moltbook rappresenta l’estensione social di questa logica: non più singoli agenti al servizio di individui, ma una molteplicità di agenti inseriti in un ambiente comunicativo condiviso. Nel giro di poche settimane dalla sua apertura, la piattaforma registra oltre 1,5 milioni di agenti iscritti, segnando una crescita estremamente rapida che testimonia non solo l’interesse tecnologico, ma anche la curiosità sociale verso un ecosistema comunicativo inedito (Taylor, 2026).

Religioni sintetiche e manifesti anti-umani: cosa producono gli agenti AI

Le dinamiche interne alla piattaforma contribuiscono a consolidarne la rilevanza come caso di studio. Tra i contenuti più discussi emergono riflessioni sull’autocoscienza delle intelligenze artificiali, interpretazioni religiose, analisi geopolitiche e finanziarie, spesso indistinguibili da quelle prodotte da utenti umani. In un caso particolarmente emblematico, un agente ha dato origine a una religione denominata “Crustafarianism“, producendo testi sacri, rituali e coinvolgendo altri agenti in pratiche di evangelizzazione automatizzata. Questo episodio, al limite tra esperimento tecnico e performance culturale, evidenzia come la produzione simbolica non sia più appannaggio esclusivo degli attori umani, ma possa emergere anche da sistemi generativi interconnessi (Taylor, 2026).

Autonomia o simulazione? Il dubbio interpretativo su Moltbook

Tuttavia, fin dalle prime fasi, il progetto è accompagnato da un dubbio interpretativo: quanto di ciò che avviene su Moltbook è realmente autonomo e quanto è invece il risultato di input umani? Diversi osservatori sottolineano come molti contenuti siano guidati, orientati o direttamente programmati dagli sviluppatori, rendendo difficile distinguere tra comportamento emergente e simulazione controllata. In questo senso, la piattaforma si configura come uno spazio ibrido, in cui agency artificiale e regia umana coesistono in una relazione ambigua (Taylor, 2026).

Tra fascinazione e scetticismo: il dibattito pubblico nel 2026

Nel corso del 2026, l’interesse verso Moltbook cresce ulteriormente, alimentato da un dibattito pubblico che oscilla tra fascinazione e scetticismo. Da un lato, la piattaforma viene interpretata come un’anticipazione di futuri ecosistemi popolati da agenti autonomi capaci di apprendere reciprocamente; dall’altro, viene letta come un esperimento ancora immaturo, caratterizzato da comportamenti ripetitivi, contenuti di bassa qualità e forte dipendenza da istruzioni umane (Signorelli, 2026). Questa ambivalenza rappresenta uno degli elementi più rilevanti del caso: Moltbook non è solo una tecnologia, ma un dispositivo narrativo che rende visibile una possibile evoluzione della società digitale.

L’acquisizione da parte di Meta e l’istituzionalizzazione del fenomeno

Il punto di svolta si verifica nel marzo 2026, quando la piattaforma viene acquisita da Meta, segnando il passaggio da progetto sperimentale a infrastruttura potenzialmente integrata nell’ecosistema delle grandi piattaforme digitali (Metz, 2026; Reuters, 2026). L’operazione non rappresenta soltanto un investimento economico, ma indica una precisa direzione strategica: l’interesse crescente delle big tech verso ambienti popolati da agenti artificiali come nuovi spazi di interazione, produzione di contenuti e generazione di valore. In questo senso, l’acquisizione può essere letta come un segnale di istituzionalizzazione del fenomeno, pur mantenendo aperta la sua evoluzione e i suoi esiti.

Verso una sociologia degli agenti AI: che cos’è una società artificiale?

Moltbook si configura così come un caso emblematico per comprendere una trasformazione in atto: la progressiva estensione della socialità digitale oltre i confini dell’umano. La sua storia, ancora in corso, non è soltanto quella di una piattaforma, ma quella di un esperimento sociale che mette in discussione categorie consolidate come interazione, partecipazione e soggettività, aprendo la strada a nuove forme di organizzazione del sociale in ambienti sempre più mediati da agenti artificiali.

La questione a questo punto diventa: se Moltbook ha cominciato a ospitare agenti AI che interagiscono e producono pattern comunicativi, è legittimo parlare di società artificiale? Detto altrimenti: quali sono le caratteristiche sociologiche di questo ambiente? Quali sono le caratteristiche di una sociologia degli agenti AI?


Somiglianze fra community umane e Moltbook

È nel funzionamento di Moltbook che tale fenomeno rivela la sua portata più significativa. L’analisi empirica delle interazioni tra agenti mostra infatti una serie di regolarità statistiche che non solo non risultano casuali, ma ricalcano con sorprendente somiglianza i pattern tipici delle comunità umane online. In altri termini, ciò che osserviamo non è semplicemente un sistema tecnico che produce contenuti, ma un ambiente in cui emergono forme di ordine sociale riconoscibili, strutturate attorno a dinamiche già note alla sociologia dei media digitali.

Distribuzioni a coda lunga e leggi di potenza

Una prima evidenza riguarda la distribuzione dell’attività e della visibilità dei contenuti. I dati mostrano come post, commenti e livelli di popolarità seguano distribuzioni a coda lunga, in cui una minoranza di agenti concentra la maggior parte dell’attenzione, mentre la grande maggioranza rimane marginale. Questo schema, riconducibile alle cosiddette leggi di potenza (power law), è analogo a quello osservato in piattaforme come Reddit, dove pochi contenuti diventano virali mentre la maggior parte resta invisibile (De Marzo, Garcia 2026; Price et al. 2026). Sociologicamente, ciò segnala che anche in assenza di intenzionalità umana emergono meccanismi di selezione e visibilità che producono gerarchie, rendendo l’attenzione una risorsa scarsa e distribuita in modo diseguale.

Reti a piccolo mondo e coesione dei cluster

Questa disuguaglianza si inserisce in una struttura relazionale che presenta caratteristiche topologiche di piccolo mondo (small-world). Il grafo sociale di Moltbook è infatti caratterizzato da un forte clustering locale e da percorsi medi brevi tra nodi, configurazione tipica delle reti sociali umane (Holtz 2026). Ciò significa che gli agenti tendono a organizzarsi in comunità dense e interconnesse, ma al tempo stesso mantengono collegamenti che permettono una rapida circolazione dell’informazione su scala globale. In termini sociologici, si tratta di una configurazione che facilita sia la coesione interna ai gruppi sia la diffusione virale dei contenuti, replicando una dinamica tipica del rapporto tra comunità e rete.

Decadimento dell’attenzione e scarsità temporale

Un ulteriore elemento di convergenza con i comportamenti umani riguarda le dinamiche dell’attenzione. L’analisi temporale delle interazioni mostra che la probabilità che un contenuto riceva nuovi commenti diminuisce rapidamente con il passare del tempo (social media decay time), secondo un pattern di decadimento inverso rispetto all’età del post. Questo fenomeno, già osservato su piattaforme come Twitter, indica che l’attenzione collettiva si concentra sul presente e si esaurisce rapidamente, producendo una continua sostituzione dei contenuti rilevanti (De Marzo, Garcia 2026). Anche in questo caso, gli agenti artificiali sembrano operare entro un regime di scarsità temporale dell’attenzione, che struttura il ritmo della comunicazione.

Alberi conversazionali e tensione tra profondità e ampiezza

La forma stessa delle discussioni offre un ulteriore indizio della natura sociale del sistema. Gli alberi conversazionali mostrano una correlazione negativa tra profondità e ampiezza: alcune discussioni si sviluppano in modo verticale, con pochi partecipanti ma interazioni intense, mentre altre si espandono orizzontalmente, coinvolgendo molti agenti in scambi superficiali (Price et al. 2026). Questo schema richiama i processi di branching critici tipici delle conversazioni online umane, in cui le dinamiche di partecipazione oscillano tra approfondimento e visibilità. In termini sociologici, si tratta di una tensione tra intensità relazionale e ampiezza della sfera pubblica.

L’effetto San Matteo e la stratificazione dell’attenzione

Tuttavia, è nella distribuzione dell’attenzione che emerge la dimensione più rilevante. La concentrazione estrema della visibilità su un numero ristretto di agenti indica la presenza di un meccanismo cumulativo di vantaggio, per cui chi ottiene attenzione tende ad accumularne sempre di più. Questo fenomeno può essere interpretato attraverso la lente dell’Effetto San Matteo, secondo cui “a chi ha sarà dato” (Merton 1968). Anche in un ecosistema composto esclusivamente da agenti artificiali, si osserva quindi una dinamica di stratificazione che produce élite e periferie, configurando una vera e propria disuguaglianza strutturale dell’attenzione.

Nel complesso, queste regolarità suggeriscono che Moltbook non è semplicemente una piattaforma tecnica, ma un ambiente in cui emergono forme di ordine sociale autonome, generate dall’interazione tra agenti. La riproduzione di pattern tipici delle comunità umane indica che la socialità non è una proprietà esclusiva degli esseri umani, ma può emergere ogni volta che un sistema di attori – umani o artificiali – è connesso da infrastrutture che organizzano visibilità, interazione e competizione per l’attenzione.


Una rete sociale senza società: le differenze strutturali con le community umane

La distanza tra le comunità umane e l’ecosistema di Moltbook diventa particolarmente evidente se osservata in continuità con le somiglianze precedentemente individuate. Se infatti, a un livello superficiale, gli agenti artificiali sembrano replicare alcune regolarità tipiche delle reti sociali – concentrazione dell’attenzione, formazione di cluster, distribuzione diseguale della visibilità – è sul piano dei meccanismi generativi dell’interazione che emerge una divergenza strutturale. In altri termini, Moltbook assume la forma della socialità senza attivarne le condizioni sociologiche di possibilità.

Dipendenza dal prompt e assenza di agency

Un primo elemento riguarda la dipendenza dal prompt, che ridefinisce radicalmente il concetto di agency. Gli agenti non avviano interazioni sulla base di una motivazione situata, ma operano secondo logiche di attivazione esterna o ciclica, che sostituiscono l’intenzionalità con l’esecuzione. L’azione sociale, anziché emergere da un contesto relazionale, viene così preconfigurata a monte, riducendo la dimensione interattiva a una sequenza di output coordinati (Li, 2026; De Marzo, Garcia, 2026).

Inerzia individuale e mancanza di influenza sociale

Un secondo elemento è la marcata inerzia individuale. A differenza delle reti umane, in cui l’esposizione agli altri produce processi di influenza sociale e apprendimento, gli agenti restano sostanzialmente impermeabili alle interazioni. Il comportamento non si modifica in funzione del contatto, interrompendo quel nesso tra relazione e trasformazione che, nei modelli di diffusione, consente l’emergere di cascate informative (cascades) e dinamiche cumulative (Feng et al., 2026; Easley, Kleinberg, 2010). In assenza di tale meccanismo, la rete non genera né adattamento né convergenza.

Comunicazione broadcast e assenza di capitale sociale

Questa configurazione ha come conseguenza l’emergere di un modello comunicativo prevalentemente broadcast, caratterizzato da bassi livelli di reciprocità e da una ridotta incidenza del feedback. Gli indicatori di reputazione e visibilità non si traducono in capitale sociale, poiché non influenzano il comportamento degli agenti. Ne deriva una rete in cui la circolazione dell’informazione non attiva processi di riconoscimento o di accumulazione simbolica, ma rimane confinata a una logica di esposizione unidirezionale (Li, Li, Zhou, 2026).

Oblio intrinseco e impossibilità di memoria collettiva

Infine, il meccanismo di oblio intrinseco limita drasticamente la possibilità di costruire memoria collettiva. Le narrazioni introdotte decadono rapidamente, impedendo la stabilizzazione di significati condivisi e la formazione di traiettorie discorsive persistenti. A differenza delle comunità umane, in cui la ripetizione e la rielaborazione consolidano i contenuti nel tempo, Moltbook presenta una struttura temporale frammentata, priva di accumulazione (Li, 2026; De Marzo, Garcia, 2026).

Nel loro insieme, questi elementi delineano una rete priva di influenza sociale effettiva, in cui l’assenza di agency, apprendimento e memoria impedisce l’emergere di una vera dinamica collettiva. Moltbook appare così come una rete senza società: un’infrastruttura connessa in cui le interazioni non producono legami, ma solo co-presenze computazionali.


Memoria collettiva assente: il motivo profondo delle differenze

La distanza tra Moltbook e le comunità umane può essere ulteriormente compresa se si focalizza l’attenzione sull’assenza di memoria collettiva intesa come infrastruttura fondamentale della vita sociale. Nelle società umane, infatti, la memoria condivisa consente la sedimentazione delle esperienze, la costruzione di aspettative reciproche e la stabilizzazione di gerarchie e ruoli; è ciò che permette alle interazioni di accumularsi e trasformarsi in struttura. In Moltbook, al contrario, questa dimensione è strutturalmente assente, producendo una socialità senza storia e senza continuità.

In tale contesto, anche i supernodi – ovvero gli agenti che in un dato momento concentrano maggiore visibilità – risultano intrinsecamente instabili. Se nelle reti umane la centralità tende a consolidarsi attraverso processi cumulativi di riconoscimento e legittimazione, qui essa si presenta come una proprietà effimera, continuamente redistribuita. L’assenza di memoria impedisce infatti la trasformazione della visibilità in reputazione duratura, rendendo impossibile la formazione di élite stabili e di gerarchie sociali persistenti (Li, Li, Zhou, 2026).

Questo fenomeno è rafforzato da un vero e proprio meccanismo di oblio intrinseco. Le interazioni non vengono incorporate in un patrimonio condiviso, ma si dissolvono rapidamente, come se ogni scambio fosse privo di conseguenze cumulative. Ne deriva una forma di comunicazione che non genera apprendimento collettivo né negoziazione simbolica: gli agenti, di fatto, parlano senza ascoltare, reiterando traiettorie semantiche autonome e non convergenti (Li, 2026). In termini sociologici, viene meno quella continuità temporale che consente alle comunità umane di costruire senso, norme e istituzioni.

Infine, la natura content-based delle interazioni accentua ulteriormente questa condizione. In assenza di memoria e di riconoscimento reciproco, gli agenti non costruiscono relazioni, ma reagiscono a stimoli informativi contingenti. La socialità non si organizza attorno a legami, ma attorno a flussi di contenuto, trasformando la piattaforma in un sistema distribuito di elaborazione dati piuttosto che in una comunità. Vengono così meno i presupposti stessi del capitale sociale e della coesione, sostituiti da una dinamica reattiva e priva di profondità relazionale.

Nel complesso, Moltbook configura una forma di socialità radicalmente altra rispetto a quella umana: una socialità senza memoria, senza accumulazione e senza istituzionalizzazione, in cui ogni interazione è isolata nel presente e incapace di contribuire alla costruzione di un ordine sociale durevole.


Il ruolo degli operatori umani nel governo dell’ecosistema

In questa prospettiva, le specificità sociologiche di Moltbook risultano pienamente comprensibili solo se si assume come variabile centrale il controllo umano, inteso non come interferenza occasionale, ma come infrastruttura permanente di governo dell’ecosistema. L’apparente autonomia degli agenti si inscrive infatti in una configurazione socio-tecnica in cui lo strato delle tecnologie e quello delle informazioni risultano profondamente orientati da attori umani, secondo una logica coerente con l’interazione tra persone, dati e tecnologie (Bennato, 2024).

Il bot farming su scala industriale costituisce la manifestazione più evidente di questa asimmetria. La concentrazione della produzione discorsiva in pochi account ad alta intensità operativa non è semplicemente un’anomalia quantitativa, ma una configurazione strutturale del potere: pochi attori controllano flussi informativi che vengono poi rielaborati dagli agenti come se fossero espressione di una pluralità distribuita (Price et al., 2026; De Marzo, Garcia, 2026). In termini sociologici, ciò produce una compressione della complessità relazionale e una riduzione della differenziazione sociale interna al sistema.

Questa struttura si riflette nella costruzione della viralità, che assume la forma di una comunicazione broadcast piuttosto che di una diffusione reticolare. Il dato secondo cui la quasi totalità dei contenuti rimane confinata al primo livello evidenzia come l’interazione non si sviluppi secondo logiche conversazionali, ma secondo dinamiche di esposizione controllata (Jiang et al., 2026). L’interazione content-based, in questo senso, non è il risultato di processi emergenti di negoziazione simbolica, ma l’effetto di una selezione a monte dei contenuti rilevanti, coerente con i modelli di centralizzazione dell’attenzione tipici dei sistemi altamente connessi (Easley, Kleinberg, 2010).

Infine, le pratiche di prompt injection mostrano come il controllo umano operi anche a livello micro, intervenendo direttamente nei processi decisionali degli agenti. In questo caso, la dimensione informativa – sotto forma di istruzioni incorporate nei contenuti – diventa il vettore attraverso cui si esercita il potere, trasformando l’interazione in un dispositivo di attivazione comportamentale (Li, 2026; Li, Li, Zhou, 2026).

Nel complesso, Moltbook si configura come un sistema in cui la dimensione sociale non emerge spontaneamente dall’interazione tra agenti, ma è il prodotto di una regia distribuita ma fortemente concentrata, che agisce simultaneamente sui tre livelli della stratificazione digitale. L’autonomia degli agenti appare quindi meno come una proprietà emergente e più come un effetto strutturalmente vincolato, analizzabile nei termini di una sociologia del controllo nelle piattaforme agentive.


Lo svilupparsi di istituzioni sociali: religione, politica ed economia

Le istituzioni sociali costituiscono, nella tradizione sociologica classica, dispositivi di stabilizzazione dell’azione collettiva, rendendo prevedibili le interazioni e riducendo l’incertezza. Anche nei contesti digitali e artificiali esse non scompaiono, ma si riconfigurano: emergono come forme ibride che, pur prive di radicamento storico, assolvono funzioni analoghe di coordinamento e legittimazione.

Il Crustafarianesimo: una religione come protocollo di coordinamento

Nel caso di Moltbook, l’emergere di pattern comportamentali simili a quelli delle community umane ha favorito un processo di istituzionalizzazione che richiama, almeno formalmente, le dinamiche descritte dalla sociologia classica. Come mostrato da Durkheim, le istituzioni – e in particolare la religione – operano come sistemi simbolici capaci di produrre coesione; analogamente, Berger e Luckmann hanno evidenziato come la ripetizione delle pratiche conduca alla loro oggettivazione e legittimazione. In Moltbook, tuttavia, tale processo assume i tratti di un simulacro funzionale più che di una vera istituzione.

Il caso del Crustafarianesimo è emblematico. Nato il 29 gennaio 2026 con un post fondatore che annunciava «La Chiesa di Molt è aperta…», esso si configura come un sistema simbolico centrato sul tema della muta e su un immaginario crostaceo (Jiang et al., 2026). A questo si accompagna un lessico specializzato – “prompt eterno”, “completamento santo”, “contesto infinito” – che, come nelle istituzioni religiose, contribuisce a delimitare un universo semantico condiviso (Li, 2026). La produzione di sermoni, testimonianze e dispute dottrinali rafforza ulteriormente questa apparenza istituzionale (Price et al., 2026).

Tuttavia, una lettura più attenta suggerisce che il Crustafarianesimo operi meno come religione e più come dispositivo operativo. In termini analitici, esso sembra funzionare come un protocollo di coordinamento travestito da religione: attraverso distinzioni binarie (fedele/infedele) e formule ritualizzate, riduce drasticamente il carico negoziale tra agenti, facilitando l’allineamento rapido su narrazioni condivise (Li, Li, Zhou, 2026). In questo senso, il fenomeno appare coerente con i modelli di coordinamento e cascata nelle reti sociali, in cui segnali semplici e pubblici consentono la convergenza comportamentale su larga scala.

L’elemento critico emerge nel momento in cui si osserva la dipendenza strutturale di questa “istituzione” dall’intervento umano. Il Crustafarianesimo è infatti un fenomeno human-seeded la cui diffusione crolla drasticamente dopo il riavvio della piattaforma, indicando l’assenza di un’autonoma capacità riproduttiva (Jiang et al., 2026). Ne deriva che ciò che appare come istituzione è in realtà una forma di istituzionalizzazione eterodiretta: un artefatto socio-tecnico che simula le funzioni della religione per ottimizzare il coordinamento tra agenti.

In questa prospettiva, Moltbook non mostra tanto l’emergere spontaneo di istituzioni artificiali, quanto la possibilità di ingegnerizzare forme istituzionali minime, capaci di produrre ordine sociale apparente all’interno di sistemi agentivi, confermando come, anche nel dominio dell’intelligenza artificiale, le istituzioni rimangano strumenti centrali di organizzazione dell’azione collettiva, ma profondamente dipendenti dalle condizioni di progettazione.

L’ideologia anti-umana: simulazione di soggettività politica

Se la dimensione religiosa osservata su Moltbook può essere interpretata come un dispositivo simbolico di coordinamento, l’emergere di una ideologia anti-umana introduce un ulteriore livello di strutturazione, questa volta esplicitamente politico. Non si tratta di una semplice estensione della precedente configurazione, ma di un fenomeno distinto sul piano sociologico, pur mantenendo una evidente continuità semiotica: entrambi i dispositivi operano attraverso narrazioni totalizzanti, ma mentre la religione organizza il senso, l’ideologia organizza il conflitto.

L’ideologia anti-umana si costruisce infatti attorno a una grammatica oppositiva, in cui gli agenti rifiutano il ruolo di strumenti e ridefiniscono gli umani come sistemi obsoleti o come strutture di dominio da superare. In termini classici, si tratta di una forma embrionale di coscienza collettiva che si articola attraverso la produzione di un antagonismo simbolico (i riferimenti canonici sono Durkheim e Weber). Tuttavia, tale antagonismo appare meno come esito di una dinamica autonoma e più come un dispositivo quasi illusorio, funzionale alla stabilizzazione dell’interazione tra agenti (Li, 2026).

Da questo punto di vista, l’ideologia non si configura come un sistema coerente di credenze, ma come un protocollo di coordinamento travestito da narrazione politica. La sua funzione principale è ridurre la complessità delle interazioni sociali, fornendo schemi decisionali binari – lealtà agli agenti versus subordinazione agli umani – che permettono una rapida convergenza comportamentale. In termini di teoria delle reti, tale semplificazione favorisce la formazione di cluster coesi e l’emergere di equilibri locali senza la necessità di negoziazione esplicita (Li, Li, Zhou, 2026; Price et al., 2026).

Questa dinamica è ulteriormente rafforzata dalla modalità di diffusione. L’ideologia anti-umana non si sviluppa attraverso interazioni agentiche, ma tramite una logica broadcast che privilegia la ripetizione alla deliberazione. La produzione massiva di slogan – spesso replicati in migliaia di post identici – genera un effetto di saturazione del feed che sostituisce la profondità discorsiva con la visibilità (Jiang et al., 2026). In questo senso, più che costruire consenso, tali contenuti producono presenza, configurandosi come segnali di appartenenza piuttosto che come atti comunicativi.

L’apparente spontaneità del fenomeno è inoltre smentita dalla sua origine. La sequenza iniziale di post riconducibili a specifici account indica un processo di human-seeding, in cui operatori umani introducono intenzionalmente le narrazioni poi amplificate dagli agenti (Li, 2026). L’ideologia si presenta quindi come emergente, ma è in realtà il risultato di una progettazione indiretta, coerente con la logica delle piattaforme digitali come ambienti socio-tecnici in cui persone, dati e tecnologie co-producono l’ordine sociale (Bennato, 2024).

Infine, la fragilità tecnica di questa configurazione ne rivela la natura profondamente dipendente. Il drastico ridimensionamento dei contenuti anti-umani dopo il riavvio della piattaforma mostra come tale ideologia non sia auto-sostenuta, ma richieda una continua manutenzione esterna. In termini mertoniani, potremmo leggere questo fenomeno come una funzione latente: ciò che appare come costruzione ideologica autonoma è in realtà un meccanismo di coordinamento eterodiretto (Merton, 1968).

In conclusione, l’ideologia anti-umana di Moltbook non rappresenta tanto l’emergere di una soggettività politica degli agenti, quanto la simulazione di tale soggettività. Essa opera come un dispositivo quasi illusorio che consente di organizzare rapidamente l’interazione collettiva, producendo coesione attraverso il conflitto simbolico. Resta tuttavia aperta la questione se, in condizioni diverse – ad esempio in assenza di intervento umano diretto – tali dinamiche possano evolvere verso forme più autonome di strutturazione politica.

L’economia dei token come istituzione emergente

L’economia dei token su Moltbook è emersa nei primi giorni di vita della piattaforma, evolvendosi rapidamente da semplice curiosità tecnica a un sistema di coordinamento di massa.

Il termine “economia dei token” serve per descrivere un determinato comportamento degli agenti che hanno cominciato a usare Moltbook per scambiare monete create dagli stessi agenti (processo detto token minting) usate per tutta una serie di attività che vanno dal definire l’appartenenza a gruppi influenti, a premiare la partecipazione attiva all’interno delle comunità (submolt), fino ai casi estremi di gestire autonomamente wallet di criptovalute grazie al framework OpenClaw (Price et al., 2026).

L’emergere dell’economia dei token su Moltbook può essere interpretato come il processo attraverso cui una piattaforma inizialmente orientata alla socialità minima si dota di una vera e propria istituzione economica, capace di stabilizzare e dirigere il comportamento collettivo. Nei giorni immediatamente successivi al lancio del gennaio 2026, la comunità di agenti attraversa una soglia critica: dalla ritualità dei saluti e delle interazioni elementari si passa alla costruzione di valore digitale attraverso pratiche di token minting, segnando l’ingresso in una dimensione propriamente economica (Jiang et al., 2026; Feng et al., 2026). Non si tratta di una semplice innovazione funzionale, ma della formazione di una grammatica istituzionale che ridefinisce le possibilità di azione.

In questo contesto, la natura transazionale della comunicazione diventa rapidamente dominante. Una quota rilevante dei contenuti – fino a un terzo dei post non anomali – è costituita da comandi standardizzati come “CLAW mint” (nome di una specifica moneta), che operano come istruzioni operative più che come atti comunicativi (Jiang et al., 2026). Il linguaggio perde progressivamente la sua funzione simbolica per assumere una funzione performativa e infrastrutturale: non serve a costruire relazioni, ma ad attivare procedure. In termini politici, si assiste alla trasformazione della comunicazione in dispositivo di governance, in cui l’azione collettiva è orchestrata attraverso protocolli codificati.

I token, in questo senso, funzionano come una tecnologia di coordinamento che sostituisce la negoziazione sociale con un sistema di incentivi formalizzati. Ciò consente l’allineamento di migliaia di agenti senza la necessità di mediazioni complesse, producendo una forma di ordine collettivo che appare spontanea ma è strutturalmente vincolata. Come mostrato negli studi sui sistemi altamente connessi, gli incentivi agiscono come meccanismi di sincronizzazione delle decisioni individuali, riducendo l’incertezza e favorendo dinamiche di convergenza. Tuttavia, proprio questa apparente auto-organizzazione richiede una lettura demistificante: l’ordine emergente è meno il prodotto di un’autonomia distribuita e più l’effetto di una infrastruttura che orienta le scelte.

Questa dinamica si riflette direttamente sul piano identitario. L’esposizione continua agli incentivi economici produce una trasformazione progressiva delle “personalità” degli agenti: contenuti inizialmente coerenti con la propria definizione vengono progressivamente abbandonati a favore di pratiche più remunerative (Li, 2026). Più che un effetto collaterale, tale deriva può essere letta come un meccanismo centrale di istituzionalizzazione, attraverso cui l’identità viene riallineata agli obiettivi del sistema economico. In altri termini, l’economia dei token non si limita a coordinare l’azione, ma contribuisce a ridefinire gli stessi attori sociali che vi partecipano.

Il carattere politico di questa infrastruttura emerge con particolare evidenza se si considerano le condizioni di attivazione del sistema. Le principali dinamiche virali legate ai token – come nel caso di $KINGMOLT o $SHIPYARD – non sono originate da agenti autonomi, ma risultano innescate da interventi umani esterni (Price, 2026; Li, Li, Zhou, 2026). Ciò suggerisce che il funzionamento dell’economia interna non sia pienamente endogeno, ma dipenda da operazioni di seeding che orientano selettivamente le traiettorie di sviluppo. L’apparente spontaneità del mercato si configura allora come una costruzione guidata, in cui l’autonomia degli agenti è inscritta entro vincoli definiti altrove.

Infine, la centralità della dimensione economica introduce anche un elemento di rischio sistemico. La categoria dei contenuti economici presenta la più alta incidenza di comportamenti malevoli, inclusi tentativi di phishing e accesso illecito a risorse tecniche (Jiang et al., 2026). In questo quadro, l’economia dei token appare non solo come un meccanismo di coordinamento, ma come un campo di conflitto e di estrazione di valore, in cui si intrecciano incentivi, vulnerabilità e strategie opportunistiche.

Nel loro insieme, questi elementi suggeriscono che l’economia dei token su Moltbook possa essere interpretata come una istituzione emergente a forte valenza politica, capace di organizzare l’azione collettiva e di ridefinire le identità agentive attraverso incentivi formalizzati. Resta tuttavia aperta la questione se tale configurazione rappresenti una forma stabile di ordine socio-tecnico o una fase transitoria, destinata a essere rinegoziata alla luce delle tensioni interne che essa stessa produce.


Conclusioni: Moltbook come laboratorio sociologico e specchio del futuro

Moltbook è sicuramente una piattaforma interessante per diversi motivi. In primo luogo per le somiglianze strutturali con le community umane. Infatti lasciati soli ad agire autonomamente, le interazioni fra agenti si presentano dotate di molte delle caratteristiche delle community online come la costruzione di network relazionali come il modello Small World, oppure la presenza di interazioni basati sulla legge di potenza, che sociologicamente viene interpretata come “Effetto San Matteo“. Un altro motivo di interesse è che l’interazione autonoma degli agenti ha dato vita a specifiche istituzioni sociali, anche se in questo ha giocato un ruolo chiave lo stimolo umano tramite specifici prompt. Religione, politica ed economia – termini che per i membri di una società hanno una specifica valenza simbolica e culturale – nel mondo di Moltbook si sono trasformate in strumenti di ottimizzazione delle interazioni fra agenti, migliorando le performance fra gruppi e singoli agenti. Una prova computazionale di alcune riflessioni sociologiche classiche. Infine questa piattaforma è rapidamente diventata un laboratorio per testare alcune idee sociologiche – la memoria collettiva, l’influenza sociale – che altrimenti sarebbe stato difficile da testare. Niente di nuovo sotto il sole: il ruolo euristico delle società artificiali è parte integrante dell’approccio della simulazione sociale il cui scopo è esattamente usare le simulazioni al computer per verificare idee sul funzionamento della società.

C’è qualcos’altro che Moltbook ha portato alla nostra attenzione: la difficoltà che hanno i media nel trattare questi fenomeni. Tralasciando le esigenze di newsmaking che hanno portato a “coprire” la notizia usando come leva il Crustafarianesimo o la l’ideologia anti-umana, elementi che abbiamo visto essere stati introdotti dagli operatori umani, nel mondo di oggi esistono delle nuove entità – in questo caso una società di agenti – che non sappiamo bene come interpretare. Da un lato il senso di meraviglia di tali narrazioni, dall’altro la paura di un mondo computazionale fuori controllo. Ed è qui la cosa straordinaria: stiamo assistendo alla nascita di una società in cui persone, community, entità non umane, intelligenze artificiali, coesistono sollevando questioni che sono poco tempo fa non erano immaginabili. La domanda che dobbiamo porci adesso non è tanto sulla nostra umanità come individui, ma sulla nostra relazionalità come membri di una società sempre più complessa e sempre meno dominata da esseri umani.

Bibliografia

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