Andiamo dritti al punto. Contemporaneamente, attrazione e problema stanno in questo: l’IA generativa e i sistemi agentici avanzati sono informazione che genera altra informazione, e sono in grado di proseguire il processo generativo in relativa autonomia, cioè (ancora) con saltuari interventi umani. Certo, vi sono dei limiti da impoverimento di qualità progressivo (cfr. E. Priolo, Governare il model collapse: la sfida europea per il corpus digitale, su questa testata), tuttavia la tenuta del risultato finale resta molto convincente e mostra ottima coerenza con premesse, obiettivi e informazione di contesto.
È la prima volta che fuori dall’ambito biologico avviene un’autonoma, tendenzialmente massiva, generazione di informazione da informazione, armonica all’ambiente circostante, dunque vincente. Noi confezioniamo guscio e regole iniziali, ma la rappresentazione interna nei modelli, ossia il centro ideale di questo processo, ci sfugge ampiamente (in proposito suggerisco un recente saggio di Nello Cristianini, Forma mentis, 2026), frustrando il soddisfacimento di un legittimo diritto alla spiegazione, cfr., pur con noti limiti, cons. 71 e artt. 13.2.f), 14.2.g), 15.1.h) GDPR e art. 86 AI Act. È un diritto da estendere ed è necessario, perché non controlli ciò che non puoi spiegare.
Le conseguenze di questa proliferazione informativa oggettivamente opaca sono enormi.
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Nulla è utile se non è sostenibile
Lasciando da parte, infatti, l’indubbia fascinazione che incanta la mente, l’emozione di vivere un momento epocale nella storia umana e i pragmatici risparmi di sforzo che oggi ognuno sperimenta, la questione è che non si può immettere di punto in bianco qualcosa di così rivoluzionario, destabilizzante e potenzialmente sostitutivo dell’apporto umano in un ecosistema fragile come la società e l’economia, senza prima avere introdotto “scatole di sabbia” (sandbox), quote di utilizzo, limiti stretti, progressi misurati, verifiche sistemiche e certosine sugli impatti umani, adattamento di competenze, quote risarcitorie.
Né si può realisticamente credere che l’indubbia utilità dell’IA nel risolvere problemi matematici, ingegneristici o di ricerca medico-scientifica possa, da sola, giustificare la devastazione sociale ed economica che stiamo consegnando alle nuove generazioni. Nulla è utile se non è sostenibile, se polverizza posti di lavoro a una velocità superiore al tempo necessario a ricostituirli o reinventarli, se cancella il saper fare e il saper pensare. La prospettiva di avere pochi umani potenziati accanto a legioni crescenti di disoccupati, svuotati della capacità di provvedere autonomamente a sé stessi e perfino di ragionare autonomamente, in definitiva privati di dignità, clientes di centri di potere informatico ed economico, ridotti in stato di totale dipendenza dalle briciole che pioveranno dall’altro, è agghiacciante. Se qualcuno di voi ha figli, lo è nel senso letterale: ghiaccia il sangue.
Le conseguenze economiche, i conflitti sociali che potranno esplodere, il senso di miseria e disperazione, anche già nel breve periodo, non sono controllabili né si riscontrano realistici interventi in tal senso, almeno in questa parte del mondo. Potrei con molta facilità fare un elenco lunghissimo di licenziamenti da IA, con le annesse storie di lavoratori che non hanno semplicemente avuto tempo o modo di riqualificarsi.
Non è questione di buona o di cattiva tecnologia, solo i semplici attribuiscono alle cose etichette morali, si tratta di tecnologia che corre troppo veloce e soppianta. Ora, il problema esiste, è enorme e mi pare registri una direzione continuamente espansiva. Va detto a voce alta, senza la timidezza attuale: nulla è utile se non è sostenibile per tutti. Sia pure con urgenze e interessi diversi, non mi pare di leggere una posizione dissimile in alcune pagine del celebre saggio The Adolescence of Technology, diffuso da Dario Amodei nel gennaio 2026: “Humanity is about to be handed almost unimaginable power, and it is deeply unclear whether our social, political, and technological systems possess the maturity to wield it”.
Il costo reale
Il calcolo dei costi dell’IA generativa e dei sistemi agentici avanzati viene di regola fatto egoisticamente e con omissioni di sistema, nella cornice dello stretto interesse di chi li utilizza e li paga una frazione di quanto avrebbe pagato un umano per ottenere gli stessi risultati, così peraltro alimentando quella stessa dinamica esponenziale che presto o tardi – sia notato incidentalmente – collocherà nella lista dei sostituibili anche chi oggi sostituisce altri, lo chiamerei il “paradosso del sostitutore”.
Non stiamo, in definitiva, considerando i costi globali, quelli cioè, immensi, sociali ed ecologici (l’AI è energivora, cfr. Siddiqui, The Hidden Cost of Artificial Intelligence: AI’s Resource Consumption, 2026), e inoltre il costo da perdita di competenze e di ragionamento autonomo. E infine il costo maggiore di tutti: l’utilizzo dell’essere umano come materia prima per modelli computazionali, una scelta inimmaginabile sul piano etico e, contemporaneamente, una premessa di auto-asservimento.
È la politica che dovrebbe occuparsi della spesa e del rischio, ma, per una sciagurata circostanza, chiunque ne constata la paralisi e l’inservibilità su questo tema. Tocca almeno ai giuristi teorizzare risposte forti e convincenti, e anche qui purtroppo si constatano assenze. Mi sia permesso a questo punto un salto indietro nel tempo.
Boston, 1890
Era l’anno 1890 a Boston, Massachusetts. La signora Bayard, cresciuta nell’agiatezza, coltivava un’esistenza mondana e frizzante, tessuta di ricevimenti e relazioni sociali. Anche suo marito, Samuel D. Warren, era un giovane benestante, che aveva appena abbandonato gli studi di diritto per farsi strada nell’industria cartiera paterna. Ma questa storia, che ci racconta William Prosser (cfr. “Privacy”, in California Law Review, vol. 48, n. 3, 1960), la conosciamo forse tutti: era l’epoca del giornalismo sensazionalista e modaiolo, e i coniugi Warren cercavano urgentemente una soluzione alle cronache che la Saturday Evening Gazette dedicava alla loro vita mondana. La trovarono nell’intuizione giuridica di un amico di famiglia che avrà un futuro brillante, Louis Brandeis: la teorizzazione del diritto alla privacy in uno dei più influenti articoli mai scritti, un testo fresco e intelligente che tuttora si apprezza. Era così evocato un diritto che non c’era, uscito dall’ombra. La pretesa di reclamare il rispetto di una dimensione privata ebbe invece un’origine autonoma in Europa, maturando dalla grande matrice degli Individualrechte, ma questa è un’altra storia.
L’urgenza di una nuova teorizzazione
Torniamo al nostro filo: che cosa c’entra tutto questo con l’intelligenza artificiale? Nella stasi della politica abbiamo bisogno di una nuova radicale teorizzazione, dell’enunciazione, su solide basi giuridiche, del diritto dell’uomo di non essere materia grezza per macchine. Del diritto del lavoratore di non essere utilizzato per allenare il sistema di intelligenza artificiale che lo sostituirà, succhiandone il saper fare. Del diritto dell’uomo a non essere cioè ridotto a un fuco con il crudele destino di portare avanti il compito che ne determina la fine. Quello a cui assistiamo nella realtà è l’opposto esatto della visione antropocentrica che abbellisce l’esordio dei testi di legge sull’IA.
La grande attrattiva dell’articolo di Warren e Brandeis sta nel fatto che i due autori non inventano il diritto alla privacy, piuttosto lo scovano dove nessuno lo vedeva, procedendo innanzitutto a ricomporne le tracce cercandole in un complesso di ambiti: dal diritto all’immagine; al diritto alla reputazione, pur considerato insufficiente a catturare il fenomeno; dalla nascente normativa sul giornalismo (citano per esempio la legge francese sulla stampa dell’11 maggio 1868); alla dottrina dell’illecito civile (tort law), costruita sul neminem laedere e sulla valorizzazione della sofferenza umana; ai precedenti di common law sulla tutela dello spazio domestico. L’occasione, e il vero motore, che permette la cattura del diritto immanente, che era sempre stato nell’ordinamento ma era invisibile, è costituita dallo sviluppo tecnologico: sono le macchine fotografiche e il perfezionamento della rotativa, ossia gli strumenti operativi della Saturday Evening Gazette ad attivarlo.
Simmetricamente, mi pare che anche il diritto dell’uomo di non essere utilizzato come materia grezza di addestramento della macchina, con i corollari della sostituzione ad esito dell’apprendimento, della marginalizzazione occupazionale, sociale, intellettuale, sia già immanente nel sistema giuridico, ma ancora nell’ombra. Le ferite che l’uso incontrollato industriale dell’intelligenza artificiale sta producendo, l’enorme profitto ricavato dallo scraping massivo delle nostre espressioni, dei nostri depositi di parole e di immagini, possono essere motori ben più potenti per porlo in luce rispetto alle macchine fotografiche portatili e al perfezionamento della rotativa del 1890.
Comporre le tracce
Senza nessuna pretesa di completezza, le tracce di questo diritto da estrarre dall’ombra, ricomponendone il profilo, possono essere oggi ravvisate in settori molteplici. Per un ipotetico lavoro preliminare in questa direzione, comincerei innanzitutto a mettere insieme l’enunciazione del considerando 4 GDPR (“Il trattamento dei dati personali dovrebbe essere al servizio dell’uomo”) e il principio di limitazione della finalità enunciato dal GDPR all’art. 5.1.b), questo vincolo che lega le informazioni, per cui i dati personali non vanno utilizzati fuori della ragione per cui furono pubblicati.
Penso anche all’articolo 4 della direttiva (UE) 2019/790, che riconosce il diritto di sottrarre le opere dell’ingegno dall’estrazione algoritmica, ossia l’eccezione cd. “text and data mining” (TDM), pur basata su una scelta attiva dei titolari dei diritti.
Si impone inoltre il collegamento profondo con il diritto alla dignità dell’uomo, punto di inizio della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che non può restare parola astratta, ma deve costituire un limite a esperimenti imprenditoriali, anche astrattamente leciti, che, se operati senza limiti e contenimento, determinino un avvilimento della dignità umana.
Va poi menzionato, sul versante italiano, il diritto di sviluppare in formazioni sociali la propria personalità (art. 2 Cost.), formulazione lungimirante, costruita sulla valorizzazione della persona quale primario agente sociale, ossia l’esatto opposto della marginalizzazione e della dissoluzione delle reti di attiva partecipazione che si sta prospettando.
Aggiungerei anche il diritto di effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3 Cost.), partecipazione che presuppone adesione elettiva, scelta lavorativa della persona, e non disperato ripiego su attività sgradite ma ipotizzate come più difficilmente sostituibili, almeno nell’immediato, dall’intelligenza artificiale.
In questa ricomposizione occorre naturalmente approfondire le dichiarazioni di antropocentrismo che troviamo all’articolo d’apertura dell’altrimenti assai deludente AI Act e della L. 132/25: oggi sono termini vuoti, ma chi le ha formulate deve essere vincolato alla parola che ha tracciato.
Conclusioni
Urge un lavoro di sintesi giuridica, occorre mettere insieme le ragioni profonde delle tutele, come fece Brandeis a Boston, distillare, cercare i contorni di un nuovo diritto della persona, fondamentale e imprescindibile, ancora nell’ombra, che unifichi i frammenti di tutela di cui disponiamo. Ognuno degli spunti sopra elencati, in via solo di prima approssimazione, non coglie infatti il centro desiderabile della tutela, ma ne ferma comunque alcuni aspetti, preparando quel passaggio fondamentale di sintesi ulteriore, che appare ben possibile.
Necessitiamo di un rinascimento della persona, ma occorre fare presto, prima che la disoccupazione da AI non sia più sostenibile, prima che i mutui non potranno più essere pagati, prima che le tensioni sociali dilanieranno il corpo sociale. Non è cedere a tentazioni luddiste, è un’oggettiva presa d’atto che la situazione è fuori controllo per l’inettitudine di chi doveva tenere in mano le briglie.
Nessuna colpevolizzazione della tecnologia, che è meravigliosa seduzione per l’intelligenza e strumento di efficienza almeno per certe attività (previo un serio controllo dei risultati), ma andava dosata, introdotta con cautela, con rispetto, a gocce. Il momento migliore era farlo anni fa, il secondo momento migliore è oggi (Confucio).
È un tema che auspico di portare al dibattito giuridico come relatore al DigeEat Festival di Lecce, e su cui spero possa aprirsi ampio confronto tra voci, sensibilità e punti di vista diversi.













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