Lo ricordiamo ancora una volta, perché è indicativo della nostra totale incapacità di vedere e capire l’essenza e la tendenza della tecnica (e del capitalismo), che non è liberante ma totalizzante/totalitaria.
Negli anni ’90 – quando le nuove tecnologie stavano nascendo e dovevano essere diffuse e soprattutto fatte accettare da ciascuno di noi con compulsivo entusiasmo, noi adattandoci alle esigenze della rivoluzione industriale e della divisione del lavoro (a questo serviva l’ideologia neoliberale, secondo il neoliberale Walter Lippmann, già negli anni ’30) e non il contrario, se la tecnologia fosse ancora un mezzo per l’uomo e non il fine della società tecnologica – negli anni ’90 tutti sostenevano:
- che grazie alle nuove tecnologie avremmo lavorato di meno, fatto meno fatica, avuto più tempo libero per le cose belle della vita;
- che il lavoro da fordista e taylorista e faticoso sarebbe diventato lavoro cognitivo e immateriale (e qualcuno aveva avuto persino l’ardire di scrivere libri su un capitalismo intelligente);
- che la rete era la realizzazione finalmente autentica e piena della democrazia e della libertà; che la crescita economica sarebbe stata infinita e illimitata.
Un processo di addestramento/propaganda/pedagogia che si replica oggi per l’intelligenza artificiale, che dobbiamo accettare a prescindere da democrazia, principio di responsabilità e di precauzione, noi sempre adattandoci alle esigenze della rivoluzione industriale, cioè del capitalismo, mai, appunto, il contrario.
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L’industrializzazione del tempo libero
È accaduto esattamente il contrario rispetto alla promessa/propaganda di allora, ma non per una eterogenesi dei fini, bensì perché questo risultato era appunto nell’essenza e nella tendenza (nell’ontologia e nella teleologia, nell’episteme) della tecnica e del capitalismo. Sognavamo di avere più tempo libero e liberato dal lavoro (magari facendo riferimento al regno della libertà di marxiana memoria) e invece lavoriamo h 24, sette giorni su sette e anche l’IA – come i social – serve soprattutto ad aumentare ancora di più la nostra produttività, insieme aumentando il nostro tempo passato al lavoro, sia esso produttivo o consumativo, anche se mascherato, come la nostra alienazione, da edonismo, piacere, narrazioni libertarie ma sempre strumentali alla nostra messa al lavoro.
Di fatto, grazie al digitale il capitale può aumentare i suoi profitti accrescendo la produttività del nostro lavoro e insieme allungando a 24 ore la durata della giornata lavorativa. Detto altrimenti, sfruttamento e alienazione totali.
Tutto diverso da quando il francofortese Theodor W. Adorno osservava che il tempo libero rischiava di ridursi a un prolungamento del lavoro, funzionale al recupero necessario per rientrare nel ciclo produttivo – senza dimenticare la Leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij, dove la Chiesa organizzava non solo il lavoro delle persone ma anche il loro tempo libero per far loro dimenticare le fatiche del lavoro e compensare la loro servitù volontaria. Oggi è l’architettura stessa delle piattaforme digitali a trasformare il tempo di svago in una risorsa/valore da estrarre, segmentare, taylorizzandolo e trasformandolo appunto in tempo di lavoro produttivo.
Il tempo libero è sempre stato eteronomo
In realtà il tempo libero non è mai stato veramente libero (a parte l’otium di pochi fortunati: termine che indicava il tempo libero dalle occupazioni della vita politica e dagli affari pubblici – ovvero dai negotia – che poteva esser dedicato alle cure della casa oppure agli studi; ma che definiva anche un periodo di quiete, di riposo, più o meno prolungato e gradito, che interrompeva le abituali fatiche), ma sempre organizzato, comandato e controllato da qualcuno (è cioè sempre tempo libero eteronomo/eterodiretto).
Dall’otium romano al Dopolavoro aziendale
E dall’antico panem et circenses è stato poi progressivamente e totalitariamente industrializzato dal capitale e dall’industria, basti pensare ai Dopolavoro aziendali, arrivando poi ai villaggi-vacanze e alle crociere. Insieme replicando e sviluppando – con l’industrializzazione del tempo libero, o cosiddetto tale – la tecnica di organizzazione, comando e controllo dei totalitarismi politici del secolo scorso, ma con ascendenze nella nazionalizzazione delle masse della seconda metà dell’Ottocento (si rilegga il fondamentale saggio di George L. Mosse), cosa che risale appunto alla fine dell’Ottocento, con la vita sociale e soprattutto il tempo libero organizzati politicamente e nazionalisticamente con giochi, feste e cori e opere teatrali.
Dall’industria culturale alla gentrificazione
Tecniche di addestramento comportamentale ed esistenziale esplose poi a metà del Novecento appunto con i totalitarismi politici e con il paternalismo imprenditoriale. Ricordiamo allora l’industria culturale, del divertimento/intrattenimento/spettacolo, delle vacanze, tutto ridotto a merce e organizzato come una industria, con un tempo apparentemente libero di cui ciascuno era però e insieme forza lavoro e merce, sì che se organizzare il tempo libero diventa una industria capitalistica allora questa industria deve produrre i suoi lavoratori e soprattutto i suoi consumatori – e se oggi arriviamo all’over tourism e alla gentrificazione delle città, chi se ne importa, importante è fare profitto privato.
La colonizzazione tecnica e capitalistica – industriale e produttivistica – anche del tempo libero ha dunque una storia antica (abbiamo accennato solo ad alcuni temi), ma oggi, con il digitale e con la digitalizzazione della vita (e la digitalizzazione delle masse) ha fatto un passo ulteriore, conquistando e appunto industrializzando ogni spazio e ogni tempo vitale della vita umana, sì che la società di oggi non è post-industriale ma iper-industriale e iper-industrializzata, noi essendo pura forza lavoro per il plusvalore capitalistico, cedendo sempre più pluslavoro al capitale.
L’analogico meglio del digitale?
Dunque, paradossalmente ma non troppo, se nel mondo analogico (grandi fabbriche, sindacato forte e conflitto sociale, contratti collettivi di lavoro e tendenza virtuosa e progressiva alla riduzione del tempo di lavoro), se in quel mondo il tempo di lavoro era almeno formalmente separato e distinto dal tempo di vita, oggi (stiamo ricordando cose risapute da tempo, ma sempre dimenticate) con il digitale questa distinzione è scomparsa (come è scomparsa la distinzione liberale tra pubblico e privato, scomparsa necessaria a generare dati sempre di più e un Big Data sempre più grande), il tempo di vita è anche tempo di lavoro, la vita è solo lavoro (non solo perché produciamo dati in ogni momento), e tutta la società è diventata una fabbrica (siamo una società-fabbrica, come abbiamo scritto in un saggio del 2023), e pur lavorando sempre di più e a pluslavoro – cioè lavoro gratuito – crescente, crediamo di vivere un tempo finalmente libero, quando non lo è. Magia del tecno-capitalismo.
Dunque il digitale è peggio dell’analogico? Sì, anche e soprattutto dal punto di vista legato al tempo libero/distinto dal lavoro. Le fabbriche sono diventate piattaforme, i social sono imprese private che massimizzano i propri profitti spacciandosi per forme di socializzazione e di tempo libero (è la colonizzazione tecno-capitalista anche dei processi sociali e di socialità), l’alienazione è ben mascherata e l’idea di una riduzione del tempo di lavoro (reale, non contrattuale) è scomparsa dai radar.
Il taylorismo come principio epistemico della modernità
E se siamo in una società-fabbrica, allora siamo governati – non possiamo non essere governati – dal taylorismo, dalla razionalità tecnica e scientifica. Taylorismo che si fonda su due movimenti: il primo è la divisione/parcellizzazione/standardizzazione del lavoro, per ottenere poi, secondo movimento, la migliore, più facile e più efficiente integrazione delle parti suddivise in qualcosa che sia maggiore della semplice somma delle parti. Secondo una razionalità strumentale (alla massimizzazione del profitto), calcolante (tutto deve essere tradotto in numeri e calcolo) e industriale (tutto è appunto organizzato industrialmente, secondo il modello della fabbrica). Ma per efficientare al massimo e aumentare sempre più la produttività di uomini e macchine occorre ridurre se non eliminare i tempi morti, i tempi che non producono profitto, che non sono produttivi di plusvalore per il capitalista. Tempi morti sono il pensare/riflettere prima di fare, le pause e il riposo. E il tempo libero/liberato dal lavoro.
E se è impossibile abolire il tempo libero – anche il suo nome lo rende attraente e spendibile dal sistema per controllare le masse, soprattutto se individualizzate – meglio industrializzare anche il tempo libero, meglio rendere produttivo di profitto anche il tempo libero, illudendo che il tempo libero aumenti, invece di diminuire. Se viene offerto come tempo libero è più facile far lavorare le persone anche in questo tempo che sembra libero, che deve sembrare libero, ma che non è libero dal lavoro/lavorare, né liberato dalla oppressione del lavoro, semmai il contrario. Che è appunto quanto realizzato dal capitalismo soprattutto digitale e che continuamente realizza illudendoci di avere più tempo libero grazie alla tecnologia, quando invece è appunto vero il contrario. Detto con il filosofo e sociologo della tecnica Jacques Ellul, “all’individuo va data l’impressione di essere libero, così meglio coinvolgendolo nel movimento collettivo”, cioè nella mobilitazione totale e totalitaria della società-fabbrica.
Non esiste un tempo davvero libero nel capitalismo
Nel capitalismo e nel sistema tecnico – il taylorismo ne rappresenta la sublimazione perfetta – non può esistere un tempo davvero libero, un tempo liberato dal lavorare, dal consumare, dal produrre dati – sempre di più. Perché l’essenza della tecnica e del capitalismo si basa sempre (dal meccanico al digitale, dalla prima alla ultima rivoluzione industriale, nulla cambia, a parte le apparenze) e sempre di più sulla ricerca della massima efficienza, della massima razionalizzazione strumentale/calcolante/industriale (tutto deve essere ridotto appunto a numero e a calcolo), sulla massima semplificazione, sulla massima automatizzazione (macchinica e comportamentale) e sul massimo conformismo, sulla massima produttività, sulla massima standardizzazione, sul massimo profitto, sulla massima integrazione di tutto e tutti in quella che chiamiamo tecno-archía.
E allora, è sufficiente parlare e scrivere di decolonizzazione del tempo tecno-capitalistico? E chi potrebbe stabilire quanta parte della vita debba restare non catturabile da dashboard, algoritmi, metriche di engagement e aspettative di presenza continua – se oggi tutti i processi di innovazione tecnologica e industriale accadono e si impongono come dati di fatto, a prescindere da libero arbitrio e democrazia?
In realtà, se non si esce da questo potere archico composto da sistema tecnico e capitalismo – che è il sistema di pensiero totalitario della (ir)razionalità strumentale/calcolante-industriale della modernità – è inutile cercare un tempo libero che sia davvero e veramente libero.
Riferimenti bibliografici
[1] G.L. Mosse, “La nazionalizzazione delle masse”, Laterza, Roma-Bari
[2] L. Demichelis, “La società-fabbrica. Digitalizzazione delle masse e human engineering”, LUISS UP, Roma
[3] J. Ellul, “La società tecnologica”, Silvio Berlusconi Editore, Milano
[4] L. Demichelis, “Tecno-archía o la Nave dei folli. La banalità digitale del male”, DeriveApprodi, Bologna










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