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PA digitale post-PNRR: come reggere la sfida del dopo 2026



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La spinta del PNRR ha accelerato la digitalizzazione della PA, ma ora il nodo è renderla stabile nel tempo. Dopo il 2026 serviranno risorse ordinarie, competenze diffuse e una governance più solida per evitare che piattaforme, servizi e infrastrutture restino senza continuità

Pubblicato il 21 apr 2026

Gianluca Ferrara

Dirigente area servizio informativo socio sanitario, Regione Lazio



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La transizione digitale della pubblica amministrazione italiana, anche grazie alla spinta decisiva del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), è entrata negli ultimi anni in una fase di profonda accelerazione, sia sul piano normativo sia su quello infrastrutturale e organizzativo.

Come garantire la sostenibilità della PA digitale post-PNRR

Questa accelerazione, tuttavia, è stata alimentata in larga misura da investimenti straordinari, concentrati in un arco temporale limitato, e oggi ci si confronta con una domanda non più rinviabile: come garantire la sostenibilità, dopo il PNRR, di quanto è stato realizzato in termini di servizi, piattaforme, competenze e modelli di governance.

Il tema principale del post-PNRR diventa quello di capire come trasformare una stagione di spesa eccezionale in un asset strutturale della PA, economicamente sostenibile e istituzionalmente stabile nel medio-lungo periodo. La sfida è particolarmente sentita nella PA locale e nelle realtà di dimensioni più piccole, tipo i piccoli comuni, dove le risorse sono più scarse, le competenze meno diffuse e la capacità di pianificazione pluriennale spesso limitata. È qui che il rischio di tornare a una frammentazione tecnologica e organizzativa, dopo la grande spinta iniziale, si fa più concreto.

In questo quadro, il concetto della sostenibilità nel prossimo triennio deve essere inteso in un senso molto ampio: non soltanto sostenibilità finanziaria, ma anche sostenibilità istituzionale, organizzativa, tecnologica, giuridica. Una Pubblica Amministrazione digitale è sostenibile solo se riesce a manutenere e far evolvere servizi e infrastrutture senza dipendere ciclicamente da programmi straordinari, integrando il digitale nel ciclo ordinario di programmazione e bilancio, facendo del dato e dei processi digitali una componente stabile e centrale della propria azione amministrativa.

Il quadro normativo post-PNRR

Come detto, con l’avvicinarsi della scadenza europea del PNRR, la transizione digitale della PA smette di essere un programma straordinario, finanziato per progetti, e diventa a tutti gli effetti una funzione ordinaria dell’azione amministrativa. Questo passaggio ha implicazioni profonde: non è più infatti un’occasione estemporanea di realizzare qualcosa nel campo della transizione digitale, ma diventa il modo normale di lavorare, con cui l’amministrazione organizza processi, interagisce con cittadini e imprese, gestisce i propri dati e documenti.

Ne consegue che obblighi e responsabilità non possono restare confinati a bandi o avvisi temporanei, ma devono tradursi in vincoli permanenti, connessi alla responsabilità dirigenziale, agli strumenti di controllo interno e alla misurazione della performance. In altri termini, nel post-PNRR il digitale diventa criterio di legittimità e qualità dell’azione amministrativa, non semplice ambito di innovazione facoltativa.

In questo scenario, il quadro normativo post-PNRR è chiamato a svolgere una funzione di consolidamento e strutturazione: le riforme che sono state introdotte con il PNRR, frutto di finanziamenti legati a singoli progetti di informatizzazione della PA, richiedono oggi una stabilizzazione, che riduca il rischio di perdere quanto realizzato faticosamente sino ad oggi. È necessario rafforzare i poteri di indirizzo, vigilanza e sanzione delle amministrazioni centrali competenti, ma soprattutto costruire una integrazione strutturale tra programmazione digitale, organizzazione e bilancio, in coerenza con il “Decennio Digitale” 2030 delineato a livello UE1.

Il ruolo del CAD come cornice stabile

Il D.Lgs. 82/2005, Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD), rappresenta da oltre vent’anni il perno normativo su cui si fonda la transizione digitale italiana. Nel tempo il CAD è stato oggetto di numerose modifiche e integrazioni, via via che sono maturate le agende digitali europea e nazionale, con l’obiettivo di rendere effettivi i diritti di cittadinanza digitale e di garantire un quadro di riferimento unitario per tutte le amministrazioni.

Le versioni più recenti del CAD, aggiornate fino al 2026, hanno rafforzato alcuni principi cardine come il digitale quale modalità ordinaria di interazione tra cittadini e PA, la dematerializzazione dei documenti, l’obbligo di riuso del software pubblico per evitare duplicazioni e sprechi e di utilizzare piattaforme nazionali condivise.

Negli ultimi anni, inoltre, il CAD ha iniziato a integrare aspetti emergenti come l’intelligenza artificiale, la cybersecurity e l’interoperabilità cloud, mantenendo il ruolo di cornice di sistema in grado di assorbire le innovazioni tecnologiche senza frammentare l’impianto normativo. Questa continuità è uno degli elementi che contribuiscono a qualificare il CAD come una sorta di “costituzione digitale” per la PA, un riferimento stabile rispetto alle oscillazioni di singoli programmi o linee di finanziamento straordinarie.

Il CAD è stato affiancato da diversi decreti-legge e decreti legislativi, che ne hanno reso più operative le disposizioni: tra questi, interventi come il D.L. 19/2024 hanno inciso sugli aspetti attuativi, demandando ad AgID e al Dipartimento per la Trasformazione Digitale la definizione di linee guida tecniche e l’attivazione di meccanismi sanzionatori effettivi. In questo quadro si collocano, ad esempio, la piena affermazione del principio “digital first” e del principio “once only”, che impongono alle amministrazioni di progettare servizi in primo luogo digitali e di evitare richieste ridondanti di informazioni già in possesso della PA.

Un passaggio cruciale deriva dall’obbligatorietà nell’adozione delle piattaforme abilitanti nazionali [SPID/CIE, pagoPA, app IO, Piattaforma Digitale Nazionale Dati (PDND)] che non sono più lasciate alla scelta facoltativa dei singoli enti, ma si configurano come infrastruttura comune dell’ecosistema pubblico. La violazione degli obblighi digitali può incidere sulla responsabilità dirigenziale e sulla valutazione della performance, contribuendo a rendere il digitale una modalità effettiva e normale di agire, come dovere amministrativo.

Il Piano Triennale come ponte della PA digitale post-PNRR

Se da una parte il CAD, come abbiamo visto, è diventato il perno stabile della informatizzazione della PA, il Piano Triennale 2024-2026, specie nel suo ultimo aggiornamento, deve essere visto come un ponte verso la nuova fase del triennio 2027-2029.

Accanto al CAD, infatti, il Piano Triennale per l’Informatica nella PA 2024-2026, elaborato da AgID insieme al Dipartimento per la Trasformazione Digitale, rappresenta lo strumento di pianificazione operativa che collega la stagione PNRR al triennio successivo 2027-2029; il Piano struttura la trasformazione digitale in 13 leve operative, che declinano obiettivi e azioni concrete, misurabili nel tempo: si spazia dalla gestione delle risorse umane digitali, all’ecosistema dei dati, alle piattaforme abilitanti, fino alla sicurezza, alla cloud adoption e all’interoperabilità.

Sul fronte delle competenze, ad esempio, il Piano prevede un percorso strutturato di formazione per decine di migliaia di dipendenti pubblici entro il 2026, con l’obiettivo di colmare il ritardo su competenze tecnologiche e abilità di data management. Analogamente, in tema di dati, il Piano punta alla creazione di spazi di dati nazionali e alla valorizzazione di iniziative come il Polo Unico Dati, con particolare attenzione alla sicurezza degli scambi e alla qualità informativa.

Per le piattaforme abilitanti, la prospettiva è quella di evolvere soluzioni come IO, pagoPA e SPID verso modelli federati, in grado di supportare interazioni proattive con cittadini e imprese. Il monitoraggio delle leve avviene tramite dashboard aggiornate periodicamente, che si allineano agli standard europei del Digital Decade e rendono trasparente il grado di avanzamento delle amministrazioni.

Si può quindi affermare che il sistema normativo e di pianificazione in vigore nel 2026 costituisce un passaggio da una digitalizzazione “di incentivo” – guidata da bandi e contributi straordinari – a una digitalizzazione assunta come requisito strutturale di efficienza, trasparenza e legalità dell’azione amministrativa.

Investimenti e strumenti operativi dopo il 2026

Con la progressiva conclusione del PNRR, la sostenibilità per la pubblica amministrazione italiana sul tema della transizione digitale passa attraverso politiche ordinarie e sulla disponibilità di fondi europei strutturali. Dopo il 2026, la principale fonte di investimento per la digitalizzazione della PA diventa nuovamente la Politica di Coesione, con risorse gestite a livello nazionale e regionale e con una logica di programmazione pluriennale.

Gli ambiti prioritari di intervento risultano ormai ben delineati e costituiscono le direttrici fondamentali su cui si concentrano gli sforzi per l’innovazione digitale della pubblica amministrazione. Un primo filone riguarda l’interoperabilità dei sistemi e dei dati, elemento imprescindibile per garantire servizi digitali efficienti e capillari a livello territoriale. In parallelo, la sanità digitale riveste un ruolo centrale, con particolare attenzione al raggiungimento della piena operatività e integrazione dei fascicoli sanitari elettronici, strumenti in grado di rivoluzionare la gestione delle informazioni sanitarie e migliorare l’assistenza ai cittadini.

Non meno importante è il tema delle smart city e delle infrastrutture intelligenti, soprattutto nei contesti urbani, dove la tecnologia può trasformare radicalmente la qualità della vita e l’organizzazione dei servizi pubblici. Infine, i dati territoriali e geospaziali si affermano sempre più come veri abilitatori di servizi avanzati, consentendo una governance più efficace e la creazione di soluzioni innovative per la mobilità, la sostenibilità e la sicurezza.

Questi ambiti rappresentano il tessuto su cui si stanno costruendo le strategie future della digitalizzazione, segnando il passaggio verso una pubblica amministrazione sempre più interconnessa, intelligente e vicina ai bisogni reali dei cittadini e delle imprese.

Parallelamente, acquisiscono peso crescente i programmi europei a gestione diretta, che finanziano progetti di innovazione tecnologica, sperimentazione applicata e cooperazione transnazionale in ambito digitale. In molte regioni, la transizione digitale viene incardinata all’interno degli Obiettivi Specifici 1.2 e 1.3 dei Programmi FESR, dedicati a un’Europa “più intelligente” e orientata all’innovazione.

Infrastrutture ereditate dal PNRR: PSN, cloud ibrido, piattaforme

L’esecuzione operativa della fase post-PNRR poggia sulle infrastrutture costruite o potenziate grazie agli investimenti degli anni precedenti. Tra queste spicca il Polo Strategico Nazionale (PSN), concepito come un’infrastruttura ad alta affidabilità per ospitare dati e servizi delle amministrazioni critiche e, progressivamente, anche di una larga quota della PA locale.

Infatti, la Strategia Cloud Italia e gli avvisi finanziati dal PNRR hanno fissato l’obiettivo di portare al PSN, entro il 2026, un numero significativo di amministrazioni centrali e sanitarie. In prospettiva, il PSN è destinato a estendere la propria offerta in modalità “as-a-service”, mettendo a disposizione servizi standard e sicuri anche per migliaia di enti locali, che da soli non potrebbero sostenere gli stessi livelli di sicurezza, resilienza e continuità operativa.

Il cloud ibrido qualificato, già adottato da una larga parte delle amministrazioni centrali, viene sostenuto nel post-PNRR da bandi finanziati con fondi strutturali, che coprono la migrazione residua e favoriscono l’adozione di soluzioni certificate sul piano della cybersecurity, in coerenza con gli obblighi derivanti dalle direttive europee. Qui assumono rilievo crescente la riforma NIS2 e le misure per rafforzare la resilienza dei sistemi, anche con riferimento a scenari edge-to-cloud e a infrastrutture territoriali connesse.

Sempre più spesso, piattaforme come APP IO, pagoPA, PDND e i portali di nuova generazione lavorano insieme seguendo il modello “Government as a Platform”; non si tratta più solo di fornire servizi digitali singoli, ma l’amministrazione mette a disposizione API e componenti riutilizzabili.

Così, gli sviluppatori possono creare velocemente soluzioni verticali e interoperabili, semplificando il lavoro e rispettando il principio “once only”: il cittadino fornisce i suoi dati una sola volta, e questi vengono poi condivisi tra diversi servizi.

Criticità e rischi sistemici nella transizione digitale

Nonostante i progressi conseguiti sia sul fronte normativo sia su quello infrastrutturale, permangono criticità di natura sistemica che rischiano di indebolire la sostenibilità di lungo periodo della transizione digitale. Le analisi prodotte dalle amministrazioni centrali e dagli organismi di monitoraggio – AgID, Dipartimento per la Trasformazione Digitale, ACN – evidenziano come tali criticità non si riducano a problemi tecnici isolati, ma riflettano squilibri tra risorse, capacità organizzative e differenze territoriali.

Il nodo del funding gap post-PNRR

Un primo nodo riguarda il cosiddetto “funding gap” successivo all’esaurimento dei fondi PNRR. Le risorse straordinarie dedicate alla digitalizzazione hanno consentito di finanziare in pochi anni interventi consistenti su piattaforme, infrastrutture, servizi e competenze. Una volta conclusa questa stagione, la continuità degli investimenti dipende in larga misura dal bilancio ordinario dello Stato e dagli stanziamenti europei strutturali. Si pensi ad esempio alla migrazione al Cloud cui molte amministrazioni hanno potuto accedere grazie alle misure specifiche previste da finanziamenti PNRR; spesso tali misure, oltre alla migrazione dei sistemi sul Cloud, prevedevano la copertura dei costi del primo anno di canoni, lasciando specie i piccoli comuni e le realtà locali senza una strategia di sostenibilità nel medio/lungo periodo.

La rigidità dei vincoli di finanza pubblica a livello europeo – rafforzati negli ultimi anni – pone il rischio che, in presenza di esigenze concorrenti (sanità, istruzione, welfare), le risorse destinate alla manutenzione evolutiva dei sistemi digitali subiscano riduzioni significative. Di qui l’esigenza di costruire meccanismi di finanziamento il più possibile stabili, anche attraverso il ricorso a cofinanziamenti UE (ad esempio Digital Europe Programme) e a partnership pubblico-privato, che permettano di distribuire su un orizzonte pluriennale i costi di innovazione e gestione.

Le competenze come condizione di sostenibilità

Un secondo elemento critico riguarda il deficit di competenze digitali all’interno della PA, in particolare nei piccoli enti locali. Nonostante gli sforzi formativi degli ultimi anni, molti comuni di ridotte dimensioni si collocano ancora al di sotto delle soglie minime di maturità digitale, soprattutto per quanto riguarda cybersecurity, gestione dei dati e capacità di presidiare contratti ICT complessi.

Spesso il Responsabile per la Transizione Digitale RTD dell’Ente, in realtà piccole, se nominato non ha competenze tecniche specifiche, coincidendo in molti casi con il Segretario generale e/o il Ragioniere generale del singolo comune, con una visione necessariamente spesso priva di competenze tecniche, non presenti tra l’altro neanche all’interno del personale dipendente dell’Ente.

Introdurre politiche di crescita e formazione nella PA, con programmi di upskilling e reskilling, anche attraverso percorsi e certificazioni riconosciute, è una condizione essenziale per evitare che le nuove piattaforme rimangano sotto-utilizzate o gestite in modo non adeguato. In assenza di competenze interne sufficienti, inoltre, aumenta la dipendenza da fornitori esterni, con il rischio di lock-in tecnologico e di riduzione del controllo strategico sugli asset digitali.

Interoperabilità, legacy systems e ritardi strutturali

L’interoperabilità resta una delle fragilità più evidenti dell’ecosistema pubblico. Nonostante i passi avanti compiuti con la PDND e con la definizione di standard comuni, una quota significativa delle infrastrutture è ancora basata su sistemi legacy, spesso sviluppati in modo frammentario e poco integrabile.

Questi sistemi generano silos informativi, aumentano i costi di migrazione e rallentano l’adozione di architetture dati moderne. Ritardi nell’implementazione di infrastrutture di scambio dati pienamente federate e nella standardizzazione dei modelli informativi contribuiscono a mantenere alto il costo di ogni nuovo progetto di integrazione, soprattutto nelle realtà meno strutturate.

Sicurezza, IA e controllo pubblico

Sul fronte della cybersecurity, il quadro europeo è stato profondamente ridisegnato dalla Direttiva (UE) 2022/2555 (NIS2), recepita in Italia con il D.Lgs. 138/2024, che ha ampliato la platea dei soggetti obbligati e irrigidito i requisiti minimi di sicurezza. La PA, in particolare nelle sue componenti essenziali, è chiamata a dotarsi di misure tecniche e organizzative avanzate, a monitorare in modo sistematico gli incidenti, a notificare tempestivamente violazioni e a sottoporsi ad audit periodici.

Questo innalzamento degli standard si intreccia con un uso crescente dell’intelligenza artificiale nei processi amministrativi. Il Regolamento europeo sull’IA (AI Act) impone obblighi specifici in termini di trasparenza, gestione del rischio e prevenzione dei bias per le applicazioni ad alto impatto, molte delle quali rientrano nelle attività della PA.

Ne deriva l’esigenza di un quadro di governance integrato, che garantisca coerenza tra sicurezza informatica e tutela dei diritti fondamentali, definendo con chiarezza responsabilità, processi di valutazione di impatto, requisiti di auditabilità degli algoritmi e meccanismi di controllo ex post. L’assenza o il ritardo di tali strumenti rischia di generare incertezza e di frenare la sperimentazione di soluzioni innovative.

Divari territoriali e rischio di “digital divide” strutturale

Infine, le differenze territoriali rappresentano una minaccia trasversale alla sostenibilità della transizione digitale. Indicatori europei e nazionali mostrano come alcune regioni, in particolare del Mezzogiorno, restino indietro nella diffusione del cloud, nell’adozione di servizi online avanzati e nella digitalizzazione dei processi interni.

Se non affrontate con politiche mirate di capacity building, investimenti infrastrutturali e incentivi specifici per i piccoli comuni, queste disparità rischiano di cristallizzarsi in un “digital divide” strutturale, con effetti a cascata sulla qualità dei servizi, sulla competitività dei territori e sulla fiducia dei cittadini nell’azione pubblica.

ACN, qualificazione cloud e nodo della sovranità tecnologica

Il tema della sostenibilità delle PA nella fase successiva a quella del PNRR ha tra i suoi cardini la sostenibilità delle infrastrutture che si sono costruite in questo periodo, prima fra tutti il Cloud; nel cuore della strategia cloud italiana si colloca il sistema di qualificazione dei servizi cloud gestito dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), che definisce i requisiti per i fornitori che intendono ospitare dati e servizi della PA.

La fine del periodo transitorio ha segnato un punto di svolta: dal 2024-2025 le amministrazioni sono tenute a utilizzare esclusivamente servizi cloud qualificati, riducendo in modo drastico la platea dei fornitori e innalzando il livello minimo di sicurezza. Contestualmente, la presenza sul territorio italiano di data center di hyperscaler globali – in affiancamento al PSN – ha ampliato l’offerta di soluzioni conformi ai requisiti ACN, pur sollevando interrogativi sulla dipendenza da operatori extra-UE.

Questo porta al tema, più ampio, della sovranità tecnologica. Il PSN è stato presentato come punto di riferimento per la sovranità digitale nazionale, ma l’infrastruttura fisica su cui si basa utilizza componentistica hardware e software sviluppata in larga misura fuori dall’Unione Europea.

La vera sovranità, dunque, si gioca meno sulla proprietà dei chip e più sul controllo dei dati: mantenere i dati della PA sul territorio nazionale, sotto giurisdizione UE e con chiavi di cifratura gestite da soggetti pubblici o comunque soggetti al diritto europeo, rappresenta oggi una forma concreta di sovranità, pur in un contesto di interdipendenza tecnologica globale.

Prospettive strategiche della PA digitale oltre il 2027

Il modello che la Pubblica Amministrazione italiana si vuole dare guardando oltre il 2027 è un modello guidato dai dati, in cui le decisioni amministrative, la progettazione dei servizi e la valutazione delle politiche pubbliche si basano in modo sistematico su dati strutturati, interoperabili e analizzabili.

Guardando oltre il 2027, emergono alcune direttrici chiave per la trasformazione digitale della PA, con un occhio di riguardo alla concretezza e alle opportunità offerte dalle nuove tecnologie. L’intelligenza artificiale si sta affermando come motore di innovazione sia nei front-end di servizio sia nei back office, grazie a soluzioni di supporto decisionale che semplificano la gestione e ottimizzano i processi. A ciò si affianca l’applicazione mirata di tecnologie DLT e blockchain, sempre più utilizzate per certificare documenti e processi che presentano rischi elevati di frode o alterazione, garantendo così integrità e tracciabilità in maniera trasparente e verificabile.

Un altro asse strategico è la diffusione di architetture edge-to-cloud, che consentono di elaborare i dati direttamente alla fonte — pensiamo a sensori e dispositivi IoT — e di integrarli successivamente con infrastrutture centralizzate. Questo approccio si rivela fondamentale per progetti di smart city, mobilità intelligente e monitoraggio ambientale, dove la rapidità e la localizzazione dell’analisi fanno la differenza.

Infine, il rafforzamento delle partnership tra pubblico e privato rappresenta una leva imprescindibile: soltanto coniugando il controllo pubblico sugli asset strategici con la flessibilità e la capacità di innovazione delle imprese, incluse PMI e startup, si può davvero costruire un ecosistema digitale solido e competitivo, capace di rispondere alle sfide globali e di valorizzare il tessuto economico nazionale.

L’allineamento agli obiettivi del Decennio Digitale UE resta quindi l’orizzonte di riferimento: una PA basata sul digitale, più sicura ed interoperabile, capace di erogare servizi online di alta qualità.

Figura 1 – i 4 punti cardinali del programma Decennio Digitale UE

Conclusioni e linee di tenuta

In questo scenario complesso, il ruolo delle istituzioni centrali e territoriali è decisivo. AgID e il Dipartimento per la Trasformazione Digitale, da un lato, definiscono strategie, linee guida e strumenti di pianificazione (come il Piano Triennale) e monitorano l’esecuzione attraverso indicatori e dashboard pubbliche. Dall’altro lato, regioni, città metropolitane e comuni operano come laboratori territoriali, adattando le leve nazionali alle specificità locali e sperimentando modelli di servizio innovativi in sanità, scuola, mobilità, welfare.

Il Garante per la protezione dei dati personali e l’ACN svolgono funzioni di vigilanza cruciali, rispettivamente su privacy e cybersecurity, imponendo audit, verifiche e correttivi a piattaforme e servizi che trattano dati sensibili o essenziali. La Corte dei Conti, infine, contribuisce a valutare l’efficacia e la sostenibilità degli investimenti pubblici, anche in relazione alle risorse PNRR, monitorando ritorni e impatti nel medio periodo.

Di fronte alle sfide e alle criticità che stanno emergendo nel percorso di trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione italiana, è possibile delineare alcune linee di raccomandazione che rappresentano, più che semplici suggerimenti, veri e propri punti chiave per un cambiamento strutturale e duraturo.

In primo luogo, occorre pensare alla costruzione di strumenti finanziari solidi e continuativi per il digitale, così da ridurre la dipendenza da fondi straordinari e favorire una programmazione di lungo periodo. Solo in questo modo si può evitare che l’innovazione digitale sia legata esclusivamente a momenti eccezionali o a finanziamenti temporanei e, invece, diventi parte integrante della strategia pubblica.

Un altro tassello fondamentale riguarda la formazione: accelerare i programmi di aggiornamento e certificazione delle competenze digitali significa gettare le basi per una PA capace di governare la complessità tecnologica attuale e futura. Investire sulle persone, in altre parole, è il vero motore della trasformazione.

Non meno importante è il completamento del percorso di interoperabilità: affrontare il problema dei sistemi legacy con misure di migrazione ben definite e incentivi alla standardizzazione rappresenta una sfida che, se superata, può realmente facilitare il dialogo tra amministrazioni e migliorare la qualità dei servizi offerti ai cittadini.

Sul fronte della governance, diventa essenziale rafforzare il coordinamento tra cybersecurity e intelligenza artificiale, assicurando che la normativa (NIS2, AI Act, CAD) e le linee guida nazionali siano allineate e coerenti. Solo così sarà possibile offrire servizi digitali sicuri e affidabili, tutelando sia i dati che la fiducia dei cittadini.

Infine, un tema che non può essere trascurato è quello del divario territoriale: destinare risorse significative dei fondi strutturali e dei programmi nazionali a interventi mirati nel Mezzogiorno e nei piccoli comuni significa agire concretamente per una maggiore equità, favorendo la coesione sociale e assicurando che la digitalizzazione sia davvero un’opportunità per tutti, da Nord a Sud.

Se queste azioni verranno messe in pratica con una gestione chiara e condivisa tra i vari livelli istituzionali, con criteri di valutazione trasparenti e coinvolgendo attivamente gli enti locali, la trasformazione digitale della Pubblica Amministrazione italiana potrà finalmente diventare una realtà stabile. In questo modo non sarà più solo una risposta straordinaria ai finanziamenti del PNRR, ma una vera e propria politica di lungo periodo, in grado di rafforzare la competitività del Paese, favorire la coesione sociale e migliorare la qualità della nostra democrazia.

  1. Il programma strategico per il decennio digitale 2030 istituisce un meccanismo di monitoraggio e cooperazione per conseguire gli obiettivi e i traguardi comuni per la trasformazione digitale dell’Europa. È la prima strategia digitale in assoluto concordata congiuntamente dalla Commissione europea, dal Parlamento e dal Consiglio, che delinea una visione per la trasformazione digitale dell’Europa fino al 2030, definisce obiettivi e traguardi concreti e fornisce un quadro di governance e meccanismi di collaborazione, sia tra la Commissione e gli Stati membri che tra gli Stati membri.https://digital-strategy.ec.europa.eu/it/policies/europes-digital-decade  ↩︎
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