Le biblioteche digitali conquistano gli italiani durante il lockdown: cosa offrono e cosa manca ancora | Agenda Digitale

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Le biblioteche digitali conquistano gli italiani durante il lockdown: cosa offrono e cosa manca ancora

Durante il confinamento, molti italiani hanno scoperto che biblioteche pubbliche, accademiche, storiche, di conservazione e scolastiche, offrono un canale digitale per consultare documenti ed eventualmente prenderli a prestito gratuitamente, H24. Ma l’offerta va ben oltre questo, sebbene manchi di sistematicità

23 Ott 2020
Giulio Blasi

CEO at Horizons Unlimited srl


Durante e dopo il lockdown da covid-19 tra febbraio e maggio 2020, molti italiani hanno “scoperto” l’esistenza di un servizio che in Italia poteva vantare già oltre 1,4 milioni di utenti registrati in 6.500 biblioteche: il “prestito digitale” (e-lending, in gergo). In altri termini, le biblioteche digitali e cioè essenzialmente i portali di accesso (aperti o su registrazione, in ogni caso gratuiti per l’utente finale) ai contenuti specifici veicolati dalle istituzioni bibliotecarie. (1)

In pratica, molti cittadini hanno scoperto per la prima volta che biblioteche pubbliche, accademiche, storiche, di conservazione e scolastiche, offrono già un canale digitale di accesso per gli utenti che possono consultare documenti ed eventualmente prenderli a prestito gratuitamente, 24 ore su 24, 7 giorni su 7.

Ma cosa offrono le biblioteche digitali ai propri utenti? Lo spettro dei contenuti è amplissimo ma semplificando molto possiamo fare le seguenti distinzioni:

  • le biblioteche accademiche (in genere accessibili solo dagli studenti e dal corpo docente del singolo ateneo, on site o in remoto attraverso “proxy”) danno accesso a periodici scientifici, monografie accademiche e banche dati professionali di vario genere (2);
  • le biblioteche di conservazione offrono un accesso alle proprie collezioni storiche digitalizzate;
  • le biblioteche pubbliche, quelle che hanno il maggior numero di utenti (il 15% della popolazione come media nazionale, contro un 22% medio in Europa e oltre il 50% negli USA per avere un termine di paragone (2a)), offrono accesso a pacchetti di contenuti trade di interesse più generale: quotidiani e periodici italiani e internazionali, audiolibri, ebook, musica, film;
  • le biblioteche scolastiche offrono in genere contenuti digitali molto simili a quelli per le biblioteche pubbliche, eventualmente filtrando o selezionando i contenuti per livello scolare.

Gli effetti numerici del lockdown sui servizi di biblioteca digitale sono abbastanza evidenti guardando ai numeri MLOL nel periodo gennaio-aprile 2020 in rapporto a tre parametri:

  • accessi (il numero delle volte in cui gli utenti accedono al servizio con le proprie credenziali)
  • utenti unici (il numero di utenti individuali che hanno svolto almeno una operazione in un dato periodo)
  • prestiti e consultazioni di contenuti (il numero complessivo di oggetti digitali scaricati o consultati dagli utenti in un dato periodo).

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Figura 1 MLOL: comparazione gennaio-aprile 2019 e 2020 (accessi)

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Figura 2 MLOL: comparazione gennaio-aprile 2019 e 2020 (utenti unici)

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Figura 3 MLOL: comparazione gennaio-aprile 2019 e 2020 (prestiti e consultazioni)

Le figure precedenti mettono a confronto la curva relativa al periodo gennaio-aprile 2019 con la curva relativa al periodo gennaio-aprile 2020. Ho volutamente incluso anche i mesi di gennaio e febbraio in modo da avere una base numerica di partenza che escludesse il picco relativo al lockdown.

Il dato omogeneo che emerge dai tre grafici è il seguente:

  • confrontando gennaio 2019 con gennaio 2020 si ottiene un delta che rappresenta la crescita organica di MLOL, indipendentemente dal lockdown: a seconda dei parametri scelti si tratta di una crescita su base annuale tra il 20 e il 30% che ha costituito un trend sostanzialmente regolare di MLOL, salvo i primi anni dopo la nascita del servizio che hanno visto invece una crescita più forte (3)
  • la curva di crescita che inizia a fine febbraio indica invece la crescita strettamente legata al lockdown
  • il lockdown ha notevolmente intensificato – per alcuni mesi – un trend di crescita pre-esistente

Questi dati (oltre a riferirsi a una sola fonte) sono naturalmente parziali e non possono rispondere alle seguenti domande:

  • qual è il limite di crescita verso cui tende – a prescindere dal covid – il numero di iscritti ai servizi di prestito digitale? Si tratta di una domanda complessa anche perché tendiamo a vedere come gli iscritti digitali come un sottoinsieme degli iscritti alle biblioteche (15% come si ricordava sopra), sebbene resti ancora da analizzare la dimensione degli utenti “digital only” o comunque degli utenti che arrivano in biblioteca grazie all’offerta digitale. Analisi della popolazione bibliotecaria realizzate da diversi sistemi bibliotecari hanno mostrato negli ultimi anni la complementarietà tra digitale e analogico nelle fasce d’età degli utenti: moltissimi giovanissimi e anziani sull’analogico e una curva di disegno opposto con molti utenti tra i 25 e i 55 anni nel digitale (3a).
  • l’altra domanda cruciale è ovviamente quanta parte della crescita dovuta al lockdown si stabilizzerà e quanta parte dovrà essere considerata invece come contingente e legata esclusivamente alle restrizioni delle altre modalità di approvvigionamento di contenuti (digitali e no). A questa domanda si potrà secondo me rispondere in modo serio solo alla fine della crisi covid.

Una timeline veloce dei servizi di biblioteca digitale

Ripercorro rapidamente (scusandomi per la semplificazione) la storia delle biblioteche digitali con il solo obiettivo di dare un contesto cronologico comprensibile all’analisi su quanto oggi accade.

Il tema delle “biblioteche digitali” era già largamente presente nel dibattito bibliotecario già dagli anni ’90, sebbene l’espressione fosse usata (almeno a partire dagli anni ’70) prevalentemente per descrivere collezioni digitalizzate di contenuti storici o comunque prive di restrizioni legate al copyright. Ad esempio: è del 1997 l’avvio di Gallica in Francia, e nasce tra il 1999 e il 2001 il progetto della Biblioteca Digitale Italiana (3); nel 2004 viene presentato alla Buchmesse di Francoforte il progetto Google Book Search, che apre il tema della digitalizzazione massiva (mass digitization) di opere non solo nel pubblico dominio ma anche “out of print” e “orfane” (4).

L’accesso online a contenuti digitali “in print” e protetti da copyright ha invece generato un ramo indipendente dei servizi di biblioteca digitale che va sotto il nome di “e-lending” o “prestito digitale”. In quest’ultimo ambito bisogna distinguere le biblioteche accademiche e le biblioteche pubbliche.

Le biblioteche accademiche hanno completato tra gli anni ’90 e i primi anni 2000 il proprio processo di digitalizzazione e in alcuni ambiti (segnatamente nelle riviste dei settori STEM (5)) hanno realizzato una digitalizzazione radicale interrompendo del tutto l’approvvigionamento cartaceo di riviste. Enormemente inferiore è invece il livello di digitalizzazione delle risorse accademiche nell’ambito delle scienze umane e sociali e in particolare nel settore delle monografie: qui il mondo accademico rimane sostanzialmente bi-modale se non prevalentemente analogico.

Al di là di iniziative isolate precedenti, le biblioteche pubbliche iniziano a offrire servizi di e-lending agli inizi degli anni 2000 negli USA ed esattamente dieci anni dopo in Europa. Overdrive – il principale operatore di e-lending di contenuti di lingua inglese nel mondo – inizia la distribuzione digitale alle biblioteche nell’anno 2000 con il servizio “Content Reserve“. Si tratta di un servizio fortemente innovativo che viene proposto alle biblioteche: a) prima della stabilizzazione dei due principali formati di ebook (epub, mobi), b) prima della grande diffusione (tra il 2007 e il 2009) dei device per la lettura digitale (e-reader a inchiostro elettronico, smartphone e tablet: Kindle, iPhone, iPad) prodotti e diffusi da Amazon e Apple e infine c) prima della nascita di un vero e proprio mercato degli ebook.

In Europa, questi servizi si affermano invece nel decennio successivo a partire dal 2011. Nel 2016 erano questi i principali operatori sul mercato europeo:

  • Belgio – E-Boeken in de bib
  • Repubblica ceca – eReading.cz
  • Estonia – ELLU
  • Danimarca – eReolen
  • Francia – PNB / Bibook
  • Finlandia – E-Books for Public Libraries / Ebib
  • Germania – divibib
  • Italia – MLOL, Rete Indaco
  • Olanda – Dutch Digital Library
  • Norvegia – Arts Council Norway e-Lending Pilot
  • Norvegia – Bokyhlla.no
  • Slovenia – Biblos Lib
  • Spagna – eBiblio
  • Svezia – Biblioteket.se
  • Regno Unito – Arts Council e-Lending Pilot (four projects) United Kingdom / Wales – e-Books for Wales
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Quando si giudicano le diverse percentuali di lettori digitali negli USA e in Europa (25%-30% negli USA contro una media del 10%-15% in Europa) si dimentica spesso la funzione di incubazione e diffusione di massa di una pratica della lettura digitale svolta dalle public library, il cui impatto è superiore al 50% negli USA contro il 22% europeo. Non è dunque un caso che nel 2012 gli USA avessero un 21% di lettori digitali del libro trade contro un misero 4% dell’Italia (5b).

L’incrocio statistico tra lettori digitali e utenti delle biblioteche non è stato ancora fatto oggetto di una analisi sistematica soddisfacente. In particolare, l’incidenza del lettori forti (cui si deve gran parte del valore del mercato editoriale trade e gran parte dei prestiti bibliotecari) nei due insiemi è un dato che rimane da studiare e che potrebbe consentire una valutazione importante dell’impatto dei servizi digitali sugli utenti delle biblioteche.

La digital transformation delle biblioteche

Ma il digitale in biblioteca si esaurisce con le biblioteche digitali e con il prestito digitale? Ovviamente no.

Come ci ricordava tempo fa Karen Coyle (5c), non c’è termine più ambiguo di “digitale” nel settore bibliotecario. La stessa espressione “biblioteca digitale” è profondamente ambigua e designa una pluralità di tecnologie e servizi spesso con scarsa relazione reciproca: Europeana e MLOL, ad esempio, sono due biblioteche digitali prototipiche ma la prima non gestisce documenti digitalizzati (essendo un puro repository di metadati) e non offre servizi di digital asset management limitando sostanzialmente la sua azione a contenuti liberi da copyright, mentre gestione diretta dei documenti e DAM sono entrambe cose tipiche di MLOL assieme alla gestione dei metadati. Per alcuni è ancora sensato cercare una definizione sufficientemente astratta da racchiudere tutte le modalità d’uso di questa espressione ma l’effetto di queste strategie non sembra offrire né vantaggi in termini di comprensione del fenomeno né vantaggi operativi di qualche tipo. L’AIB ha nel 2020 riproposto una versione aggiornata di un Manifesto per le biblioteche digitali (6) originariamente proposto nel 1999. Si tratta di un elenco di princìpi – tutti sostanzialmente condivisibili – che hanno un valore più in termini di etica bibliotecaria (cosa è bene fare, in termini di valori ma anche in termini tecnologici e organizzativi) che di analisi e delimitazione concettuale.

Credo che una direzione più produttiva di analisi del “digitale in biblioteca” richieda di allargare il campo di osservazione a ciò che sempre di più nella letteratura corrente viene definito come “digital transformation” e cioè al processo complessivo di integrazione delle tecnologie digitali a tutti i livelli dell’organizzazione, un processo il cui valore e la cui portata potrà naturalmente essere analizzato da una pluralità di possibili punti di vista a secondo del framework analitico in gioco. (7)

Un modo per articolare più precisamente il concetto di digital transformation nel settore bibliotecario è quello di guardare alla storia del rapporto tra biblioteche e tecnologie di “trattamento dell’informazione” dove quest’ultima espressione va interpretata in modo indipendente dalle tecnologie, secondo una tendenza che si è affermata in quell’ambito degli studi storici che negli ultimi 20 anni è stato denominato “information history”.

Questo approccio focalizza un concetto astratto di informazione – indipendente dalle tecnologie – e permette così di mettere in serie fasi diverse della storia delle biblioteche e di evitare le semplificazioni del determinismo tecnologico. Ad esempio, Ann Blair ha parlato delle “quattro S del text management” (storing, sorting, selecting, summarizing) in epoca rinascimentale e la sua analisi ci permette di confrontare attraverso questi quattro concetti fasi storiche diverse caratterizzate da orientamenti culturali e tecnologie diversi (8).

La storia dell’uso di tecnologie automatiche di trattamento dell’informazione e più specificamente delle tecnologie digitali in biblioteca è estremamente lunga e complessa e non è qui possibile ripercorrerla nemmeno per sommi capi. Se restringiamo il nostro sguardo al periodo tra gli anni ’30 del XX secolo (9) e oggi, possiamo però osservare che le biblioteche hanno lavorato con le tecnologie di trattamento dell’informazione in quattro direzioni principali:

trattamento delle risorse documentaliLe risorse sono i documenti raccolti nelle biblioteche, oggetti di tipologie potenzialmente illimitate (testi scritti su diversi supporti, registrazione audio-video, fotografie, stampe, disegni, ecc. ecc.). La digitalizzazione delle risorse ha a che fare sostanzialmente con la conversione digitale del documento, una problematica diversa da tipologia a tipologia. Agli inizi del XX secolo l’uso del microfilm in biblioteca ha parimenti costituito un tentativo di trattamento tecnologico delle risorse.esempi applicativi:
  • storage su microfilm
  • mass digitization
  • digital preservation
trattamento dei dati bibliotecariI dati delle biblioteche sono registrazioni relative alle risorse e ai processi. Se ad esempio un libro va a prestito, questa transazione viene trascritta e conservata in qualche forma dall’istituzione. Lo stesso catalogo bibliotecario, l’OPAC – cioè l’insieme dei metadati della biblioteca – è costituito da dati relativi alle risorse e la sua digitalizzazione pone problemi di forma (standard) e di processi per automatizzarne il trattamento.esempi applicativi:
  • la catalogazione “machine readable” (da MARC in poi)
  • analisi statistiche
gestione dei processi organizzativi bibliotecariI processi sono l’insieme delle attività, delle relazioni, delle procedure, delle pratiche (formali e informali) che costituiscono la biblioteca in quanto organizzazione. Esempi di digitalizzazione dei processi sono la catalogazione elettronica delle risorse o l’uso di un CRM per gestire la relazione con gli utenti.esempi applicativi:
  • software gestionali per catalogazione, movimentazione, acquisizioni, ecc.
  • piattaforme di e-lending per il prestito di contenuti digitali
comunicazione interna ed esterna delle bibliotecheLa biblioteca comunica in molte forme e in molte direzioni. Al suo interno come organizzazione e al suo esterno nella relazione con utenti, stakeolder, fornitori, ecc. Digitalizzazione della comunicazione significa im primo luogo agire su canali digitali e in secondo luogo avere un’infrastruttura in cui tutte le comunicazione possono essere collegate (in un sistema informativo unico) al controllo digitale di risorse, dati, processi.esempi applicativi:
  • portali delle biblioteche
  • presenza della biblioteca sui social network

In ognuno di questi ambiti potremmo tracciare un percorso storico (ad esempio la storia della catalogazione machine readable dal MARC degli anni ’60 a Linked Open data odierni) e in ognuno di questi ambiti possiamo valutare se le applicazioni delle tecnologie sono grosso modo in linea con quanto avviene nel resto della società (digitalizzazioni delle imprese, delle istituzioni educative, della pubblica amministrazione) o se mancano all’appello alcune applicazioni più diffuse in altri ambiti. Questo genere di ricognizioni non ha ovviamente alcun valore normativo (dato che ogni settore orienta la digital transformation secondo le sue esigenze e decisionio interne) ma può essere un efficace strumento euristico e comparativo.

Ecco una lista di esempi di cose che le biblioteche NON fanno con il digitale in questi quattro ambiti.

trattamento delle risorse documentali
  • il deposito legale digitale non è stato ancora attuato in modo sistematico
  • la digitalizzazione del patrimonio storico è ancora largamente da realizzare
trattamento dei dati bibliotecari
  • le biblioteche non sviluppano applicazioni “data driven” (ad esempio, i sistemi di acquisizione e di acquisto non hanno alcuna relazione funzionale con i dati effettivi d’uso né vengono sviluppati algoritmi e applicazioni in grado di accoppiare dati e acquisizioni)
  • le biblioteche non sviluppano sistemi di raccomandazione (basati su algoritmi di machine learning)
gestione dei processi organizzativi bibliotecari
  • la gestione dell’analogico e del digitale (sebbene in entrambi i casi si tratti di una gestione con strumenti di management digitali) rimane separata
comunicazione interna ed esterna delle biblioteche
  • sebbene singolarmente le biblioteche usino tutti gli strumenti di comunicazione digitale a disposizione, la comunicazione interna ed esterna della biblioteca non è gestita attraverso sistemi unificati basati su un “grafo sociale” degli attori presenti in biblioteca
  • la comunicazione digitale è quasi sempre parcellizzata (ad esempio: quanto avviene sulla pagina Facebook della biblioteca è totalmente indipendente da ciò che avviene via email o attraverso altri canali)

Questa tabella contiene solo pochi esempi ma ci permette di cogliere un dato complessivo che ritengo importante. A distanza di almeno 60 anni dall’inizio dell’uso sistematico di tecnologie digitali in biblioteca, vediamo oggi una costellazione di applicazioni in tutti gli ambiti di attività bibliotecaria con un livello molto debole di integrazione reciproca. Questo stato di cose puramente tecnologico (e dunque di per sé poco significativo in assenza di ulteriori analisi) fa da complemento alla mancanza di approcci teorici e di modelli in grado di sopperire a tale stato di atomizzazione. Al contrario di quanto avvenuto in altri ambiti (in alcuni settori imprenditoriali e in alcuni ambiti della PA) le biblioteche non sembrano aver percepito e gestito il tema della digital transformation in senso complessivo.

Farò solo un ulteriore esempio finale tratto dall’esperienza del lockdown delle biblioteche. Nel periodo della chiusura molte biblioteche hanno attivato canali digitali di comunicazione e servizio con la propria utenza: call center per aiutare nell’uso della biblioteca digitale, videocall per gestire letture collettive ed eventi, podcasting, reference online a risorse digitali, ecc. Tutte queste attività sono state gestite come alternative remote al servizio normale piuttosto che come complementari al servizio standard e normale. In una logica di digital transformation l’attivazione di canali digitali di comunicazione e servizio con gli utenti è un’opportunità (per la biblioteca e per l’utente) che andrebbe sistematizzata in modo da potenziare sempre (e non solo in casi di emergenza) i servizi bibliotecari. La distinzione tra emergenza e approccio sistematico è il punto che qui va sottolineato.

Ma l’uso sistematico di canali digitali di comunicazione con l’utenza è qualcosa che va progettato e gestito in modo integrato attraverso applicazioni ad hoc. Una presenza sistematica dei canali digitali nella comunicazione della biblioteca richiede una riprogettazione del sistema informativo della biblioteca e una formazione sistematica di utenti e bibliotecari all’uso degli strumenti.

Operazioni del genere sono pressoché assenti nel panorama bibliotecario attuale e anche la letteratura biblioteconomica corrente non ha ancora interiorizzato, per così dire, la necessità di uno sguardo complessivo e integrato al problema.

Usando una formula di Luciano Floridi, le biblioteche italiane stentano a riconoscere di trovarsi già (assieme ai propri utenti) in un ambiente “onlife”, in un mix inestricabile di analogico e digitale, e continuano a trattare il digitale come un’opzione, a tutti i livelli. Il mondo bibliotecario reale però è già altrove e alcuni indizi linguistici – come il termine “digitalità”, usato per designare la manifestazione del digitale negli spazi analogici a Oodi, la nuova biblioteca pubblica centrale di Helsinki – fanno ben sperare nell’emergenza di una nuova fase di analisi, progettazione e comprensione di questi processi. Da parte dei bibliotecari, degli utenti, degli studiosi di biblioteconomia e degli operatori economici del settore bibliotecario.

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NOTE

(1) i numeri e gli esempi concreti che verranno presentati in questo articolo sono tutti relativi alla piattaforma MLOL (www.mlol.it) che è la principale piattaforma usata dalle biblioteche italiane (oltre 6.500). Una rassegna stampa parziale che dà un’idea di come si è evoluta la diffusione sui media della “scoperta” durante il lockdown la si può trovare a questo indirizzo: https://www.medialibrary.it/pagine/pagina.aspx?id=136.

(2) L’accesso controllato a risorse accademiche protette da diritti è parallela, nelle università di tutto il mondo, allo sviluppo di repository aperti – sempre più importanti e comprensivi – di contenuti Open Access. La dialettica di “competizione” tra pubblicazione commerciale e open access è molto complessa e non è possibile qui affrontare il tema neanche in modo schematico.

(2a) I dati italiani sono di fonte ISTAT per il dato americano ed europeo v. rispettivamente Becker, S., Crandall, M.D., Fisher, K.E., Kinney, B., Landry, C., & Rocha, A. (2010). Opportunity for All: How the American Public Benefits from Internet Access at U.S. Libraries. (IMLS-2010-RES-01). Institute of Museum and Library Services. Washington, D.C.; Quick, S., Prior, G., Toombs, B., Taylor, L., & Currenti, R. (2013). Cross-European survey to measure users’ perceptions of the benefits of ICT in public libraries (funded by the Bill & Melinda Gates Foundation).

(3) https://www.iccu.sbn.it/it/internet-culturale/storia-della-biblioteca-digitale-italiana-bdi/

(3a) Indagini specifiche su MLOL vengono realizzate talvolta dalle reti bibliotecarie aderenti a MLOL, come ad esempio la seguente (in corso di pubblicazione): U. Scala, S. Sofia, “La sfida dei servizi di e-lending nel sistema bibliotecario pubblico. E-book e e-utenti della piattaforma MLOL: il caso di studio della Biblioteca comunale di Trento”, Biblioteche Oggi, settembre 2020, pp. 33-42.

(4) Cito a titolo esemplificativo – in una bibliografia ormai divenuta sterminata – Gino Roncaglia, ” Google Book Search e le politiche di digitalizzazione libraria”, Digitalia, Anno IV, Numero 2 – 2009 (pp. 17-35).

(5) STEM è un acronimo per Science Technology Engineering Mathematics

(5b) Rüdiger Wischenbart et al., Global eBook. A report on market trends and developments, (2014)

(5c) https://www.kcoyle.net/jal-32-2.html

(6) https://www.aib.it/struttura/commissioni-e-gruppi/gruppo-di-lavoro-biblioteche-digitali/2020/82764-nuovo-manifesto-per-le-biblioteche-digitali/

(7) v. Gregory Vial, “Understanding digital transformation: A review and a research agenda”, Journal of Strategic Information Systems, 28, 2019, pp. 118-44 (https://doi.org/10.1016/j.jsis.2019.01.003)

(8) Nella letteratura molto estesa della information history cito solo due lavori, con focus cronologici distantissimi tra loro, che entrambi mi paiono paradigmatici di questa linea di analisi: Black, A., Muddiman, D., Plant H., The Early Information Society, London, Routledge, 2007 e Blair, Ann M., Too Much to Know: Managing Scholarly Information before the Modern Age, Yale University Press, 2010.

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(9) negli anni ’30 del XX secolo iniziano a diffondersi le applicazioni dei tabulatori di Hollerith e delle schede perforate ai servizi bibliotecari e iniziano le sperimentazioni legate all’uso del microfilm tanto a fini di storage che di information retrieval. La connessione tra le macchine di Hollerith e il mondo delle biblioteche è d’altronde diretto se si pensa che la società fondata da Melvil Dewey – il Library Buereau – è stato un distributore esclusivo delle macchine di Hollerith a fine Ottocento e che tanto la Tabulating Machine Company di Hollerith quanto il Library Bureau di Melville fanno parte dell’albero geneaologico delle prime grandi imprese informatiche nel XX secolo (IBM, Remington Rand). Sulle relazioni tra Dewey, Hollerith e le origini dell’industria informatica contemporanea si vedano tra gli altri Cortada, James W., Before the Computer: IBM, NCR, Burroughs, and Remington Rand and the Industry They Created, 1865-1956. REV – Revised ed., Princeton University Press, 1993; Krajewski, Markus, Paper Machines. About Cards & Catalogs, 1548-1929, The MIT Press, 2011.

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