C’è una piccola scena, apparentemente marginale, che racconta meglio di molti trattati la trasformazione in corso. Un circolo del tennis, sei campi in terra rossa, una segreteria, un bar, una sala con le poltrone, qualche fotografia alle pareti.
Indice degli argomenti
Il circolo del tennis e la scomparsa della comunità
Per anni ha funzionato come funzionano molte istituzioni umane: non perfettamente, non rapidamente, non in modo ottimale. Si arrivava, si aspettava, si parlava, si incontravano persone. La segretaria conosceva i soci, i livelli di gioco, le simpatie, le incompatibilità, le abitudini. Combinava le partite con una razionalità imprecisa ma profonda, fatta di memoria, esperienza, piccoli aggiustamenti.
Poi è arrivata l’app. Prima per necessità sanitaria, durante la pandemia. Poi perché era più comoda, più veloce, più efficiente. Oggi ognuno prenota da sé, trova il campo libero, gioca, si fa la doccia, se ne va. Le partite sono aumentate. I ricavi pure. Le attese sono scomparse. Il sistema funziona meglio.
Ma il circolo non esiste quasi più. Esiste il servizio tennis. Non esiste più la comunità che vi stava attorno.
L’ottimizzazione algoritmica come questione politica
Questa non è nostalgia da club house. È una questione politica. Perché ciò che è accaduto in un piccolo circolo sportivo sta accadendo, su scala enormemente più vasta, alla sanità, alla scuola, ai trasporti, alle città, alla cultura, alla pubblica amministrazione. L’intelligenza artificiale e gli algoritmi di ottimizzazione stanno introducendo una promessa potentissima: fare meglio, con meno risorse, in meno tempo, con più precisione. È una promessa vera. Il problema è che non tutto ciò che conta entra nella funzione-obiettivo.
L’algoritmo ottimizza ciò che gli chiediamo di ottimizzare. Se gli chiediamo di massimizzare l’uso dei campi, lo farà. Se gli chiediamo di ridurre le liste d’attesa, lo farà. Se gli chiediamo di concentrare i servizi dove il rapporto costi-benefici è più favorevole, lo farà. Ma tutto ciò che non è stato formalizzato come valore scompare dal calcolo. Non viene negato. Peggio: diventa invisibile: ciò che non si misura non conta.
Il nuovo razionalismo: l’AI come forma di potere sociale
Qui si apre il punto decisivo. L’intelligenza artificiale non è semplicemente una tecnologia. È una nuova forma di razionalismo applicato alla società. Guarda il mondo come un insieme di processi da rendere più efficienti. Identifica sprechi, ridondanze, attese, attriti, eccezioni. Poi li elimina. È difficile opporsi, perché ogni singola decisione appare ragionevole. Perché tenere aperta una linea ferroviaria con pochi passeggeri? Perché mantenere un presidio sanitario in un’area scarsamente popolata? Perché finanziare un teatro che non sta sul mercato? Perché conservare tempi morti in un circolo sportivo quando si può giocare di più?
La risposta è che una società non è una macchina. E non tutto ciò che appare inefficiente è inutile.
Burke, il giacobinismo e il sapere incorporato nelle istituzioni
Edmund Burke, più di due secoli fa, aveva intuito il pericolo del razionalismo astratto applicato alla vita collettiva. Il suo bersaglio era la Rivoluzione francese, il giacobinismo, la pretesa di rifare la società da zero in nome della Ragione. Burke non difendeva l’immobilità. Difendeva un’idea più sottile: le istituzioni evolute incorporano un sapere che nessuna generazione può ricostruire da sola. Consuetudini, corpi intermedi, comunità, abitudini condivise non sono sempre razionali in modo trasparente, ma spesso custodiscono un capitale di esperienza accumulato nel tempo.
Il giacobino guarda un’istituzione, non ne comprende la logica immediata, la giudica irrazionale e la abolisce. L’algoritmo rischia di fare lo stesso. Guarda un luogo, una pratica, una relazione, non ne legge il valore nella funzione-obiettivo, la considera inefficiente e la sostituisce. Il giacobino agiva in nome della Ragione. L’algoritmo agisce in nome dell’efficienza. Il gesto, però, è sorprendentemente simile: distruggere il sapere incorporato perché non è leggibile dal calcolo astratto.
È per questo che l’algoritmo può diventare il nuovo giacobino. Non perché abbia intenzioni politiche. Non perché sia ideologico nel senso tradizionale. Ma perché porta nella società una forma di razionalità che tende a considerare reale solo ciò che può essere formalizzato, misurato, ordinato, massimizzato.
Sanità, scuola, trasporti: dove l’efficienza diventa esclusione
Nella sanità questo significa che un sistema assistito dall’AI può ridurre liste d’attesa, migliorare l’allocazione dei posti letto, prevedere la domanda, distribuire meglio le risorse. Tutto vero. Ma la sanità non è solo prestazione. È anche cura, relazione, tempo, prossimità. Un algoritmo può stabilire che concentrare un servizio in un grande centro urbano è più efficiente. Ma per un anziano che vive in una valle, quella decisione può significare isolamento, paura, perdita di cittadinanza concreta. L’efficienza del sistema può coincidere con l’abbandono del singolo territorio.
Nella scuola il problema è analogo. Una piattaforma può personalizzare i percorsi, misurare le competenze, orientare gli studenti verso gli sbocchi più coerenti con il mercato del lavoro. Ma una scuola non serve solo a produrre competenze. Serve a formare cittadini. Serve a far incontrare persone diverse. Serve a mettere nello stesso spazio sociale chi, senza la scuola, non si incontrerebbe mai. Una scuola perfettamente ottimizzata sui rendimenti individuali può diventare una scuola più performante e meno democratica.
Nei trasporti, l’algoritmo vede linee redditizie e linee improduttive. La politica dovrebbe vedere anche legami territoriali, diritto alla mobilità, contrasto allo spopolamento, accesso ai servizi. Una linea ferroviaria marginale può essere un disastro contabile e una infrastruttura civile indispensabile. Il punto non è negare i numeri. Il punto è impedire che i numeri diventino l’unico linguaggio della decisione.
La democrazia come architettura di eccezioni
La democrazia nasce precisamente qui: nella capacità di dire che non tutto deve essere ottimizzato. La politica democratica è il luogo in cui una comunità decide le eccezioni da preservare rispetto alla pura efficienza. Il welfare è un’eccezione rispetto al mercato. La scuola pubblica è un’eccezione rispetto alla selezione per reddito. Il servizio sanitario nazionale è un’eccezione rispetto alla capacità individuale di pagare. Le politiche culturali sono un’eccezione rispetto alla domanda commerciale immediata. I parchi nazionali sono un’eccezione rispetto allo sfruttamento economico integrale del territorio.
Il Novecento democratico europeo è stato, in larga misura, una grande architettura di eccezioni. Ha deciso che alcune cose non dovevano essere lasciate alla sola logica dell’efficienza: la salute, l’istruzione, la cultura, la vecchiaia, la marginalità territoriale, la dignità del lavoro. Oggi l’intelligenza artificiale riapre quella partita sotto una forma nuova. Non più mercato contro politica, ma ottimizzazione contro democrazia.
Chi decide la funzione-obiettivo? Il nodo politico dell’allineamento
Questo non significa rifiutare gli algoritmi. Sarebbe una sciocchezza, oltre che un’impossibilità. L’AI può migliorare enormemente i servizi pubblici, ridurre sprechi, anticipare bisogni, personalizzare risposte, correggere inefficienze intollerabili. Il punto è un altro: chi decide la funzione-obiettivo? Chi stabilisce che cosa deve essere ottimizzato? Chi inserisce nel calcolo i valori che non emergono spontaneamente dai dati?
Valori non calcolabili per sanità, scuola e trasporti
Un algoritmo per la sanità non dovrebbe massimizzare soltanto il numero di prestazioni o minimizzare i costi. Dovrebbe incorporare anche prossimità, equità, continuità della cura, fragilità territoriale. Un algoritmo per la scuola non dovrebbe misurare soltanto risultati nei test e occupabilità futura. Dovrebbe includere mescolanza sociale, cittadinanza, accesso universale, formazione umanistica. Un algoritmo per i trasporti non dovrebbe leggere solo passeggeri per chilometro e ricavi per tratta. Dovrebbe considerare isolamento, diritto alla mobilità, connessione delle aree marginali, impatto sulla tenuta dei territori.
L’allineamento come problema politico, non tecnico
Questa è la vera questione dell’allineamento. Di solito, nel dibattito sull’AI, l’Alignment Problem viene presentato come un problema tecnico. Ma l’allineamento è prima di tutto politico. Perché gli obiettivi umani non sono dati una volta per tutte. Sono plurali, conflittuali, storici, spesso non riducibili a una formula. Allineare l’AI ai valori democratici significa decidere democraticamente quali valori devono entrare nel calcolo. E significa anche accettare che alcuni valori non saranno mai pienamente calcolabili.
L’eccezione come atto di libertà politica
La libertà politica comincia quando una società conserva la capacità di produrre eccezioni. Quando sa dire: questa scelta non è la più efficiente, ma è quella che vogliamo fare. Vogliamo tenere aperta una scuola perché tiene vivo un paese. Vogliamo finanziare una biblioteca perché produce cittadinanza. Vogliamo mantenere una ferrovia perché collega una comunità al resto del mondo. Vogliamo che un medico abbia tempo per ascoltare, anche se quel tempo non massimizza il numero di visite.
L’opposto è una società di sole funzioni. Una società dove ogni luogo diventa servizio, ogni relazione diventa transazione, ogni attesa diventa spreco, ogni istituzione diventa piattaforma. Una società così può essere più efficiente. Può persino funzionare meglio. Ma rischia di vivere di meno.
L’algoritmo non è destino: una scelta democratica
La tecnologia non ci obbliga a questo esito. L’algoritmo non è destino. È una forma di potere progettata da qualcuno, regolata da qualcuno, adottata da qualcuno. Può essere costruito per cancellare le eccezioni o per custodirle. Può smantellare il sapere incorporato delle istituzioni oppure renderlo visibile, proteggerlo, tradurlo in criteri più ricchi.
La domanda vera, dunque, non è se useremo l’intelligenza artificiale nella società. La useremo. La domanda è se la useremo come una macchina giacobina, incaricata di eliminare tutto ciò che non comprende, oppure come uno strumento democratico, capace di servire valori che non ha generato e che non può decidere da solo.
Perché il punto finale è questo: una democrazia non vale perché è il sistema più efficiente. Spesso non lo è. Vale perché consente a una società di scegliere ciò che considera degno di essere salvato anche quando non conviene. E nell’epoca dell’intelligenza artificiale questa facoltà — scegliere l’eccezione contro l’ottimo — non sarà un residuo del passato. Sarà il cuore stesso della libertà politica.













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