AI e funzioni umane

Cosa perdiamo quando l’AI legge, scrive e compone al posto nostro



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Il progresso tecnologico sostituisce gesti e competenze un tempo centrali, dalla scrittura manuale alla musica. L’IA diventa così una comodità ambigua: facilita la produzione di contenuti, ma può ridurre esercizio, memoria, attenzione e capacità creativa individuale

Pubblicato il 28 mag 2026

Marco Ongaro

Cantautore, librettista, saggista



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Sono chiamati organi vestigiali quelle parti del nostro corpo che un tempo avevano funzioni a pieno titolo attive nella vita quotidiana dell’essere umano e ora appaiono in forma quasi mnemonica, quali residui di apparati presenti nei nostri progenitori, privati poi della loro utilità specifica nel corso del processo evolutivo. È possibile che l’apparizione dell’Intelligenza Artificiale sulla scena terrestre sia foriera di destini simili per più funzioni umane, acquisite nel tempo e ora in via di sostituzione.

Ma quali sono questi organi vestigiali?

Dagli organi vestigiali alle funzioni umane

L’Appendice vermiforme nell’intestino, un tempo fondamentale ai nostri antenati erbivori per digerire la cellulosa delle piante, oggi è ridotta a un tubicino cui ancora attribuire un ruolo minore nel sistema immunitario, senza alcuna indispensabilità per la digestione e con qualche disagio per chi debba rimuoverla chirurgicamente per scongiurare gravi conseguenze da infiammazione.

Il nostro organismo è ancora in grado di emettere feromoni pur non avendo un organo vomeronasale funzionante per recepirli, così com’è in grado di azionare i muscoli sottocutanei responsabili della pelle d’oca nonostante tale riflesso orripilatore non abbia più alcuna funzione pratica. Nei mammiferi e negli uccelli la contrazione di tali muscoli porta al sollevamento di peli e piume formando un cuscino d’aria che isola l’animale dal freddo o lo fa sembrare più grosso e combattivo agli occhi di un predatore, negli umani ormai glabri e ricoperti di tatuaggi restano correlati alla sfera emotiva utile a esprimere paura e, soprattutto a livello simbolico, apprezzamento per una musica o un’immagine poetica.

Il tubercolo di Darwin è un nodulo cartilagineo posizionato sul bordo esterno del padiglione auricolare a testimonianza dell’articolazione che permetteva ai nostri progenitori di muovere e orientare le orecchie. Il coccige è il residuo della coda di cui gli umani un tempo si servivano per muoversi con maggiore agilità saltando da un albero all’altro. Chi ha sofferto per colpa dei denti del giudizio sa quanto questi molari tardivi non trovino più spazio nella mascella umana a causa della modificazione alimentare dei primati, costringendo dolorosamente i malcapitati a ricorrere al dentista.

In questo momento altre funzioni importanti acquisite nel progresso umano rischiano di diventare vestigiali con il mutamento di abitudini apportato dalle nuove comodità tecnologiche.

Intelligenza Artificiale e lettura digitale

In un suo saggio sulla lettura ai tempi dell’IA, Joshua Rothman cita diversi studi neuroscientifici, come quello di Maryanne Wolf, per spiegare che il cervello umano non è nato per leggere ma ha riciclato all’uopo circuiti neuronali esistenti. Nel suo saggio Rothman rileva la modificazione di questa attitudine neuronale, scaturita dall’invenzione della stampa, verso una perdita di abilità a causa della lettura in un ambiente digitale che, con le sue continue notifiche e interruzioni, sovraccarica di lavoro la memoria. Si legge così molto materiale, ma se ne trattiene pochissimo. La lettura diventa un consumo rapido invece che un’esperienza trasformativa. Così un’abilità sviluppata come un muscolo mentale rischia di andare perduta per atrofia.

Scrittura a mano, memoria e apprendimento

Questo accade non solo alla lettura ma anche alla scrittura, con conseguenze cognitive ancora più serie. Scrivere a penna è un’attività molto più articolata rispetto a quella di premere tasti sempre uguali su una tastiera. Per farlo, il cervello deve riconoscere le lettere, coordinare i movimenti di dita, mano, braccio e spalla, oltre a controllare postura, spazio sul foglio e pressione del tratto. Questa complessità attiva aree sensoriali, motorie e cognitive che con la digitazione sono coinvolte in misura minore. Nell’apprendimento della scrittura, ogni lettera viene ripetuta più volte senza mai essere identica alla precedente. Queste piccole differenze aiutano il cervello a costruire una rappresentazione più solida e flessibile dei segni, rendendo poi più facile riconoscerli in contesti diversi. Con la tastiera il gesto è sempre lo stesso e richiede uno sforzo mentale più limitato. E le implicazioni di ciò sono molto più estese di quanto si pensi a prima vista.

Secondo Max Pulver, “l’uomo che scrive, disegna inconsapevolmente la sua natura interiore”. È il grafologo tedesco a riprendere e a integrare la teoria di Sant’Agostino dell’ordo amoris, introducendola a una prova rivelatrice: per Pulver l’edificio di amore-odio, costruito nel bambino prima che egli possa accedere alla sua stessa coscienza, si manifesterebbe inequivocabilmente nell’espressione della sua grafia elementare. In virtù di tale equilibrio di affetti pre-infantili, due gemelli omozigoti nati e allevati nella stessa famiglia, cresciuti nel medesimo ambiente, con informazioni genetiche assolutamente affini, una volta giunti a scrivere per la prima volta una lettera in corsivo la segnerebbero inevitabilmente con tratti difformi. Ed è il caposcuola della disciplina grafologica italiana, Padre Giacomo Moretti, a definire la grafologia una scienza sperimentale che indaga, attraverso il tracciato grafico, “l’unità psicosomatica dello scrivente”.

È come se la scrittura, evoluta dalla necessità di stabilire e registrare i flussi di risorse in epoca protopalaziale, fosse divenuta presto espressione individuale non solo nel contenuto ma prima di tutto, per quanto inconsapevolmente, nella forma. Le ricerche in psicologia e neuroscienze mostrano che la scrittura a mano attiva maggiormente le aree coinvolte nell’apprendimento, rafforza la coordinazione tra occhio e mano e sostiene lo sviluppo delle capacità di lettura. Per bambini e ragazzi questo significa costruire basi più solide per il percorso scolastico. Per adulti e anziani vuol dire allenare il cervello e contribuire a mantenerlo attivo più a lungo.

Prendere appunti contro la passività cognitiva

Quando si prendono appunti al computer, spesso si trascrive quasi tutto. Scrivendo a mano il ritmo è più lento. Non si riesce a riportare ogni parola e questo, paradossalmente, è un vantaggio. Per riuscire a stare al passo, chi scrive a mano deve selezionare le informazioni più importanti, riassumere i concetti, riorganizzare mentalmente il discorso. Questo processo obbliga il cervello a lavorare sui contenuti, non solo a copiarli. Di conseguenza, le informazioni vengono memorizzate meglio e sono più facili da recuperare in seguito. Inutile dire le differenze rispetto all’atto di registrare direttamente una conferenza e poi riascoltarsela come in un podcast. Siamo forse di fronte a metodi di fruizione dello scibile che maggiormente assecondano l’atrofizzazione dell’arto cognitivo verso una passività sempre più pronunciata.

Anche lo sguardo gioca un ruolo. Nella scrittura manuale, occhi e mano vanno nella stessa direzione, seguono la punta della penna. Questa convergenza visiva e motoria crea più “ancoraggi” per la memoria rispetto alla scrittura al pc, dove spesso si guarda solo lo schermo, per non dire rispetto all’ascolto di una registrazione che distacca completamente il concetto dal suo corrispettivo simbolico scritto. Per le persone con difficoltà di apprendimento, come la dislessia, il lavoro su carta e penna è spesso parte dei percorsi educativi e riabilitativi. Il movimento fluido da sinistra a destra e la partenza delle lettere da una linea di base comune aiutano a strutturare meglio lettura e scrittura. Inutile sottolineare quale baratro di disuso alla scrittura, e a tutto l’esercizio di pensiero coinvolto, si spalanchi davanti alla semplice richiesta rivolta a un’IA di scrivere una lettera, un tema, un riassunto o di costruire una tesi al posto della persona che lo desidera.

Musica, esercizio e abilità umane nell’era dell’IA

E suonare uno strumento? L’esercizio e l’apprendimento, l’allenamento quotidiano o quasi. Imparare a suonare uno strumento musicale potenzia memoria, concentrazione e coordinazione, stimola la plasticità cerebrale, riduce l’ansia. Suonare in gruppo amplifica questi benefici, migliorando le abilità sociali, l’ascolto attivo e la gestione delle emozioni, combattendo al contempo l’isolamento.

Suonare uno strumento impegna quasi ogni area del cervello, in particolare quelle audio-visive e motorie, migliorando la memoria a lungo termine e le funzioni esecutive. La musica stimola il rilascio di dopamina e riduce i livelli di cortisolo, agendo come un potente antistress. Favorisce lo sviluppo del pensiero logico-matematico, l’attenzione ai dettagli e le capacità di risoluzione dei problemi. Il superamento delle sfide tecniche e il raggiungimento di obiettivi implicati nell’imparare un brano musicale rafforzano la fiducia in sé stessi. Suonare potenzia le capacità ritmiche e la coordinazione occhio-mano. Mentre lo studio individuale affina la mente, l’esperienza di gruppo nutre e rafforza le connessioni umane, offrendo benefici tangibili a bambini e adulti.

Chiedere a Suno di realizzare un brano di un genere ben specifico, cantato da una creatura inventata e di fatto suonato da nessuno, non potrà certo sostituire le funzioni attivate dal faticoso e prolifico esercizio su uno strumento o dalla creazione autonoma di una melodia.

Il rischio vestigiale delle capacità creative

Qui è il capolinea: si perde il vantaggio di scoprire cosa si sarebbe potuto scrivere seguendo il miracolo dell’autogeneratività propria della scrittura, o di girare e montare un corto da dilettante prendendosi la briga di risolverne i problemi migliorando sé stessi, si rinuncia alla fatica gratificante e formativa dell’esercizio su uno strumento musicale e sulle sudate carte del paroliere. Così come si è persa ormai la soddisfazione di veder tornare un conto nel processo di una radice quadrata o di una divisione con troppi decimali, risolte in un battito di palpebra da una calcolatrice di serie nel telefono cellulare.

Come diventerà l’individuo facendo sempre maggiore ricorso a strumenti di Intelligenza Artificiale che costruiscono tutto al posto suo? I testi da leggere, quelli da scrivere, la musica da suonare. A quale avvenire vestigiale siamo destinati?

Non si tratta di rinunciare alla tecnologia. L’obiettivo è usare tutti gli strumenti in modo consapevole, sfruttando i punti di forza della scrittura manuale dove è più utile, leggendo anche buoni libri cartacei, sudando pomeriggi interi su una chitarra, un violino o un pianoforte. Si tratta di non lasciar andare per sempre attitudini sviluppate nei secoli che caratterizzano quella speciale creatura chiamata essere umano.

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