In azienda la necessità di innovare non si scontra più soltanto con i budget di spesa, ma con la complessità di dover governare i flussi informativi all’interno di perimetri normativi sempre più stringenti. Sul fronte del cloud emerge, in particolare, un dinamismo accelerato da specifiche richieste di conformità e controllo.
In occasione del confronto avvenuto durante i tavoli di lavoro dell’evento Tech Excellence, organizzato da Nextwork360, analisti di mercato, esperti tecnologici e manager d’impresa si sono confrontati su una traiettoria ormai obbligata per il tessuto produttivo: la transizione guidata verso modelli flessibili, capaci di coniugare la sicurezza dei server locali con la scalabilità delle piattaforme globali. Ecco cosa è emerso.
Indice degli argomenti
Lo scenario italiano: l’evoluzione del mercato e la spinta verso la sovranità del dato
Secondo i dati rilevati dall’Osservatorio Cloud Ecosystem del Politecnico di Milano, il mercato abilitante del cloud in Italia ha raggiunto un valore che supera gli 8 miliardi di euro. Se, fino al 2024, la spinta principale è arrivata dal settore pubblico, il 2025 segna un cambio di passo guidato dalle direzioni IT delle aziende private, focalizzate sulla precisa collocazione geografica e logica dei propri asset informativi.
Dai dati si rileva una forte crescita del mercato del cloud privato e dei servizi di automazione dei data center, finalizzati a integrare i sistemi on-premise esistenti. Questo fenomeno si inserisce in una più ampia decentralizzazione del mercato europeo, che vede la nostra penisola in una posizione di netto vantaggio. Nei prossimi tre anni, infatti, l’Italia è destinata a diventare uno dei nuovi hub di riferimento in Europa grazie a investimenti mirati sulla sovranità del dato, partendo dall’area di Milano per poi estendersi lungo tutto il territorio nazionale.
Autonomia strategica contro il rischio autarchia
Nel contesto europeo, la centralizzazione dei servizi solleva interrogativi cruciali. L’85% del mercato SaaS (Software as a Service) e PaaS (Platform as a Service) in Europa è attualmente presidiato dai grandi player americani, comunemente definiti hyperscaler. Tuttavia, la risposta delle istituzioni e delle imprese non si muove verso un isolamento tecnologico. Come chiarito da Antozzi, la sovranità non deve essere confusa con l’autarchia: «Occorre capire in quali ambiti stringere partnership e in quali avere ecosistemi indipendenti», sottolinea Antozzi.
L’obiettivo dell’Europa si concentra quindi sull’autonomia strategica e operativa, intesa come la capacità di conoscere l’esatta residenza del dato e di mantenerne il controllo logico, rendendo indipendenti i verticali strategici senza rinunciare alle collaborazioni con i grandi fornitori esteri.
Le tre grandi sfide dei dipartimenti IT: dati, talenti e hardware
I processi di modernizzazione aziendale devono fare i conti con ostacoli strutturali che rallentano l’efficacia dei progetti.
Il passaggio all’hybrid cloud stia avvenendo in uno scenario fortemente variegato in cui le imprese si collocano a macchia d’olio tra sistemi interamente on-premise, migrazioni verso cloud pubblici o privati e “formule miste” che richiedono un continuo bilanciamento dei carichi e dei flussi di lavoro. Le aziende sono comunque sempre più coscienti della necessità di adeguare le proprie infrastrutture IT abbracciando il modello Cloud. Una delle ragioni principali che le stesse aziende hanno indicato in relazione a tale necessità è poter dedicare più tempo al raggiungimento degli obiettivi strategici e di business piuttosto che agli aspetti meramente tecnico-operativi, questi ultimi, peraltro, non sempre affrontabili con semplicità per problemi di shortage.
Il nodo delle competenze: talent e supply shortage
Una delle criticità emerse, infatti, è legata proprio alla disponibilità di personale qualificato. Le aziende si trovano di fronte a un marcato talent shortage, caratterizzato dalla scarsità di figure professionali con competenze verticali sulle tecnologie emergenti, sulle architetture a microservizi e sullo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Progettare e mantenere un’infrastruttura di hybrid cloud efficiente richiede abilità che il mercato del lavoro attuale fatica a fornire rapidamente.
A questa carenza si aggiunge il supply shortage, ovvero la difficoltà di approvvigionamento di componenti hardware e infrastrutture fisiche (si pensi, ad esempio, al noto problema di approvvigionamento della RAM ). La disponibilità dell’hardware rappresenta la principale variabile per i prossimi mesi, soprattutto a fronte dello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Quest’ultima sta registrando un crescente interesse per la cosiddetta physical AI o intelligenza artificiale on-premise, una scelta dettata dalla volontà delle aziende di uscire dalle logiche di costo legate al pagamento a token, preferendo capitalizzare la potenza computazionale in casa.
L’architettura Hybrid Cloud: i tre livelli di provider e l’approccio orientato al carico
Per rispondere alla necessità di flessibilità, l’architettura tecnologica deve essere modulata in base alle reali esigenze del business.
La mappa dell’ecosistema dei fornitori cloud si può strutturare su tre livelli distinti: i large cloud provider o hyperscaler, i regional cloud provider ancorati a livello locale o europeo e, infine, i local service provider o boutique service provider (tra cui Vidata), capaci di offrire soluzioni fortemente personalizzate e di prossimità.
L’orientamento moderno non prevede lo spostamento indiscriminato di tutti i file verso l’esterno. La strategia deve partire dall’analisi del singolo workload (il carico di lavoro) e della natura del dato, valutando parametri quali prestazioni, protezione, compliance normativa, costi e localizzazione geografica. Dati altamente sensibili, come i brevetti industriali o le cartelle cliniche ospedaliere, rimangono spesso confinati nei server locali. Per questo motivo, l’obiettivo tecnologico è la creazione di una piattaforma uniforme che permetta la portabilità del dato tra i diversi ambienti cloud.
Portare il cloud all’interno delle mura aziendali
L’evoluzione di questo approccio si concretizza in sistemi iperconvergenti o soluzioni software, come IBM Fusion, che integrano in un unico rack nodi computazionali, storage, connettività di rete e GPU per l’intelligenza artificiale.
Questo tipo di architettura permette di implementare modelli di AI come Watsonx o di gestire macchine virtuali VMware mitigando i costi delle licenze, portando di fatto un modello cloud-native all’interno del data center aziendale. L’integrazione nativa tra l’apporto dei vendor e l’azione dei partner sul territorio definisce l’essenza stessa dell’hybrid cloud “by design”.
Il modello gestito e i confini della responsabilità condivisa
La scelta di un modello interamente gestito (fully managed) risponde direttamente all’esigenza di alleggerire le direzioni IT dalle attività puramente operative, consentendo loro di concentrarsi sullo sviluppo delle attività strategiche e di business.
L’approccio “full” va inteso come un servizio consulenziale volto a eliminare la complessità tipica dei contratti standardizzati e spersonalizzati dei grandi operatori pubblici. All’interno di questo modello elementi fondamentali come il monitoraggio continuo e il backup delle macchine virtuali non sono considerati opzioni tariffarie aggiuntive, ma componenti automatiche e necessarie per garantire la conformità a normative come la NIS2, la ISO 27001 e il GDPR.
La matrice delle responsabilità nei diversi deployment
Tuttavia l’esternalizzazione della gestione non coincide con la cancellazione totale delle responsabilità in capo all’azienda cliente.
Per comprendere la ripartizione dei compiti è necessario fare riferimento alla matrice delle responsabilità condivise, uno standard applicato universalmente da tutti i principali provider di mercato.
I system integrator possono estendere il loro raggio d’azione fino alla gestione del sistema operativo, ma la cybersecurity dello strato applicativo e la supervisione dei dati restano prerogative aziendali. Il cloud, infatti, deve essere considerato a tutti gli effetti come un’estensione della rete del cliente.
Cybersecurity e ShadowIT
Anche l’architettura di hybrid cloud più sicura e tecnologicamente avanzata, infatti, può essere compromessa se non supportata da una rigorosa disciplina organizzativa interna. La sicurezza deve essere valutata lungo tre direttrici fondamentali: la riservatezza, l’integrità e l’accessibilità del dato.
Il rischio principale è spesso rappresentato dai comportamenti non regolamentati del personale dipendente, un fenomeno noto come Shadow IT. Si verifica quando gli utenti, per rispondere a esigenze immediate di operatività non previste dai sistemi aziendali, estraggono informazioni protette trasferendole su foglio di calcolo, piattaforme di condivisione esterne non autorizzate o supporti rimovibili come le chiavette USB. In questo modo, l’azienda perde completamente il controllo logico e la tracciabilità del dato, vanificando gli investimenti fatti nelle difese perimetrali e nelle certificazioni di conformità.
La risoluzione di queste problematiche non può ricadere esclusivamente sui responsabili dei sistemi informativi. L’IT, del resto, è strutturalmente al servizio del business, e il contrasto tra l’utente che esige immediatezza e il rispetto delle severe normative vigenti richiede un intervento centralizzato. Se la direzione aziendale non promuove e non impone una cultura sistematica della sicurezza e della governance del dato, l’efficacia dell’infrastruttura viene inevitabilmente erosa dal basso.
Cloud adoption ed evoluzione delle infrastrutture IT: il messaggio che viene dal confronto con le aziende
Insomma, emerge un quadro piuttosto diversificato della trasformazione infrastrutturale nelle imprese italiane.
Pur appartenendo a settori molto diversi tra loro, le aziende condividono una convinzione consolidata: il cloud non rappresenta più un obiettivo da raggiungere, ma uno strumento da governare. Il dibattito si è infatti spostato dalla semplice migrazione delle applicazioni verso una riflessione più ampia sul modello infrastrutturale ottimale, sulla gestione dei dati, sulla sicurezza e sul ruolo che le nuove tecnologie, in particolare l’intelligenza artificiale, avranno nell’evoluzione dei sistemi informativi e delle infrastrutture IT.
Le aziende mostrano livelli differenti di maturità digitale, ma quasi tutte stanno affrontando la stessa domanda di fondo: come costruire un’infrastruttura IT sufficientemente flessibile da sostenere l’innovazione senza perdere controllo, sicurezza e capacità di governo.
Nel complesso, il confronto restituisce l’immagine di aziende che hanno superato la fase pionieristica dell’adozione del cloud e stanno entrando in una nuova fase, in cui la priorità non è più “andare in cloud”, ma governare in modo efficace un ecosistema infrastrutturale sempre più ibrido, distribuito e orientato ai dati, capace di sostenere l’evoluzione dell’AI e garantire al tempo stesso sicurezza, controllo e continuità operativa.
Articolo realizzato in partnership con Vidata















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