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Longevità, cosa promette la nuova corsa contro l’invecchiamento



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La scienza della longevità promette di estendere gli anni vissuti in buona salute, ma il caso Brian Johnson mostra i limiti del controllo biologico. Tra riprogrammazione epigenetica, AI, capitali biotech e nuove startup, il settore solleva anche interrogativi su sicurezza, accesso e disuguaglianze

Pubblicato il 24 ago 2026

Giancarlo Donadio

Web Writer & cofounder di Pandant



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Brian Johnson è diventato uno dei simboli mondiali della ricerca ossessiva della longevità. Imprenditore tecnologico e miliardario, ha trasformato il proprio corpo in un laboratorio permanente, investendo ogni anno milioni di dollari nel tentativo di rallentare, e possibilmente invertire, il processo di invecchiamento.

La sua vita quotidiana è scandita da controlli medici, analisi, protocolli alimentari, attività fisica, monitoraggio del sonno e valutazioni continue di ogni parametro biologico. Il suo obiettivo non è semplicemente mantenersi in forma: vuole ridurre la propria età biologica e costruire un metodo capace di contrastare il deterioramento dell’organismo.

La sua storia è diventata così popolare da essere raccontata anche da Netflix nel documentario Don’t Die: l’uomo che vuole vivere per sempre. Johnson incarna perfettamente una delle idee più affascinanti della cultura tecnologica contemporanea: se il corpo è un sistema, allora ogni sua imperfezione può essere misurata, analizzata e corretta.

Brian Johnson e i limiti della scienza della longevità

Questa convinzione si è però scontrata con una diagnosi che ha mostrato i limiti dell’ottimizzazione biologica.

Johnson ha recentemente raccontato di essere affetto da gastrite autoimmune, una malattia nella quale il sistema immunitario attacca le cellule sane dello stomaco e provoca un progressivo deterioramento della mucosa gastrica. La patologia può essere tenuta sotto controllo, ma non dispone di una cura capace di eliminarla definitivamente.

La diagnosi è arrivata dopo una serie di accertamenti avviati a causa dei suoi livelli persistentemente bassi di ferritina, la proteina che immagazzina il ferro. Nonostante gli integratori, i valori non tornavano nella norma e il ferro, come ha scritto lo stesso imprenditore, continuava a «scomparire».

Una colonscopia aveva escluso un tumore al colon. Successivamente, gli esami del sangue hanno mostrato livelli elevati di anticorpi contro le cellule parietali, uno degli indicatori della gastrite autoimmune. Le biopsie hanno infine rilevato un iniziale indebolimento della mucosa dello stomaco.

Il problema si inseriva in una storia clinica già complessa. A 21 anni Johnson aveva ricevuto una diagnosi di ipotiroidismo e aveva iniziato ad assumere levotiroxina e Armour Thyroid per compensare la ridotta produzione di ormoni tiroidei. Secondo la sua ricostruzione, la tiroidite autoimmune, la carenza di ferro e la gastrite erano strettamente collegate e si alimentavano a vicenda.

Per contrastare la carenza ha ricevuto un’infusione da 1.000 milligrammi di ferro monoferrico. La malattia, tuttavia, resta una condizione da gestire nel tempo e può determinare carenze nutrizionali, anemia e un aumento del rischio oncologico.

Il caso non dimostra che la ricerca sulla longevità sia inutile. Mostra però quanto sia fragile l’idea che il corpo umano possa essere completamente controllato attraverso dati, protocolli e risorse economiche. Persino uno degli organismi più osservati al mondo può sviluppare un processo silenzioso, complesso e non risolvibile.

Dal biohacking alla medicina della longevità

La vicenda di Johnson appartiene al mondo del biohacking personale: una combinazione di monitoraggio, disciplina estrema, trattamenti e sperimentazione individuale.

La ricerca scientifica sulla longevità segue invece un percorso diverso. Non tenta necessariamente di impedire la morte o di trasformare persone sane in individui eternamente giovani. Il suo obiettivo più concreto è aumentare l’healthspan, cioè il numero di anni vissuti in buona salute, riducendo il peso delle malattie legate all’età.

L’invecchiamento è infatti uno dei principali fattori di rischio per patologie croniche, neurodegenerative, metaboliche, cardiovascolari e oncologiche. La nuova industria biotech prova quindi a intervenire sui meccanismi biologici che precedono la comparsa di queste condizioni.

La medicina tradizionale interviene generalmente quando il danno o la malattia sono già presenti. Le aziende della longevità puntano invece ad agire prima, correggendo o rallentando quei processi cellulari che, accumulandosi negli anni, rendono l’organismo più vulnerabile.

Il deterioramento biologico coinvolge numerosi fenomeni: perdita di efficienza dei mitocondri, riduzione del riciclo cellulare, accumulo di cellule senescenti, alterazioni del sistema immunitario, errori nella regolazione dei geni e incapacità dei tessuti di ripararsi correttamente.

La medicina della longevità sta quindi assumendo la forma di un portafoglio di tecnologie differenti, ciascuna rivolta a un particolare meccanismo o a una specifica patologia.

Chi è David Sinclair e perché è diventato centrale nel dibattito

Tra i protagonisti più conosciuti di questo settore c’è David Sinclair, professore di genetica alla Harvard Medical School e ricercatore specializzato nei meccanismi biologici dell’invecchiamento.

Sinclair è uno dei principali divulgatori internazionali della longevità, capace di portare il tema fuori dai laboratori e trasformarlo in un argomento discusso dal grande pubblico, dagli investitori e dall’industria tecnologica.

La sua tesi di fondo è che l’invecchiamento non sia soltanto un processo inevitabile da accettare, ma una condizione biologica sulla quale sia possibile intervenire. Secondo questa prospettiva, le cellule non diventerebbero vecchie esclusivamente a causa dell’accumulo di danni irreversibili. Parte del declino dipenderebbe dalla perdita delle informazioni che regolano correttamente il funzionamento dei geni.

Da qui nasce l’idea che alcune funzioni cellulari possano essere riportate verso uno stato più giovane correggendo la regolazione epigenetica.

Sinclair è anche tra i cofondatori di Life Biosciences, società di Boston che sviluppa terapie contro le patologie associate all’età. Il suo coinvolgimento ha contribuito a collegare la ricerca accademica sulla riprogrammazione cellulare alla costruzione di applicazioni terapeutiche.

La sua figura resta tuttavia polarizzante. È molto influente, ma viene criticato per il tono fortemente ottimistico con cui presenta alcuni risultati e per una comunicazione che, secondo i detrattori, rischia di ridurre la distanza tra esperimenti preliminari e terapie realmente disponibili.

Il primo test umano della riprogrammazione cellulare

Uno dei passaggi più significativi per il settore è rappresentato da ER-100, un trattamento sperimentale, sviluppato dal team di Sinclair, che ha ricevuto il via libera della Food and Drug Administration per iniziare una sperimentazione sull’uomo.

ER-100 sarà studiato in persone affette da glaucoma ad angolo aperto e neuropatia ottica ischemica anteriore non arteritica. L’obiettivo non è quindi ringiovanire persone sane o invertire l’età dell’intero organismo, ma intervenire su danni specifici del nervo ottico.

La scelta dell’occhio è strategica. Si tratta di un distretto relativamente circoscritto, che consente una somministrazione locale e un monitoraggio preciso. Un trattamento concentrato su un singolo organo presenta rischi più controllabili rispetto a un intervento capace di raggiungere contemporaneamente molti tessuti.

C’è inoltre una ragione regolatoria. L’FDA non considera l’invecchiamento una malattia autonoma. Le aziende non possono quindi presentare una generica terapia “contro l’età”, ma devono individuare patologie specifiche, pazienti ben definiti ed effetti clinici misurabili.

La prima conquista della longevità, dunque, potrebbe non essere una cura universale. Potrebbe essere una terapia capace di recuperare una funzione compromessa in un determinato organo.

Come funziona la riprogrammazione epigenetica

Uno dei filoni più promettenti della ricerca riguarda la riprogrammazione epigenetica.

Quasi tutte le cellule di un organismo possiedono lo stesso DNA, ma non utilizzano gli stessi geni. Una cellula della pelle, una cellula nervosa e una cellula del fegato svolgono compiti differenti perché attivano e disattivano parti diverse del patrimonio genetico.

L’epigenetica comprende i segnali che governano questo sistema di accensione e spegnimento. Con l’avanzare dell’età, la regolazione può perdere precisione. Alcuni geni vengono attivati quando non dovrebbero, altri smettono di funzionare correttamente e la cellula diventa meno efficiente.

La riprogrammazione cerca di riportare questi controlli verso una configurazione più giovane.

La base scientifica è legata ai fattori di Yamanaka, quattro fattori di trascrizione identificati dal ricercatore giapponese Shinya Yamanaka. Introducendoli in una cellula adulta è possibile riportarla a uno stato pluripotente, simile a quello di una cellula staminale.

La trasformazione completa è però troppo pericolosa per essere utilizzata come trattamento di ringiovanimento. Una cellula totalmente riprogrammata può perdere la propria identità e aumentare il rischio di formazione di tumori.

Per questo motivo, le aziende lavorano soprattutto sulla riprogrammazione parziale. L’idea è utilizzare soltanto alcuni fattori, oppure attivarli per periodi limitati, in modo da recuperare determinate funzioni giovanili senza cancellare il ruolo originario della cellula.

Non soltanto riprogrammazione

La ricerca contro le malattie dell’età non si limita ai fattori di Yamanaka.

Un altro ambito riguarda l’autofagia, il processo attraverso il quale le cellule degradano e riciclano proteine, molecole e strutture danneggiate. Con il passare degli anni questo sistema può diventare meno efficiente, favorendo l’accumulo di materiali collegati anche alla neurodegenerazione.

Alcune società lavorano sulle cellule senescenti, cellule che hanno smesso di dividersi ma rimangono nei tessuti e possono produrre segnali infiammatori. I cosiddetti senolitici puntano a eliminarle selettivamente.

Altre aziende studiano molecole capaci di agire su AMPK, mTOR e mitocondri, meccanismi centrali nella regolazione del metabolismo, nella disponibilità di energia e nella risposta dell’organismo alle condizioni di stress.

Ci sono poi terapie geniche che trasportano nelle cellule particolari varianti genetiche osservate nei centenari, sistemi basati sull’RNA interferente e piattaforme di intelligenza artificiale progettate per individuare nuove combinazioni di geni e bersagli terapeutici.

Il futuro della longevità non dipenderà quindi dalla scoperta di un solo trattamento. Più probabilmente emergeranno terapie differenti per tessuti, malattie e profili biologici diversi.

Perché l’intelligenza artificiale è diventata così importante

La biologia dell’invecchiamento produce una quantità enorme di dati. Genomica, epigenomica, immagini, profili proteici e informazioni cliniche devono essere messi in relazione per individuare quali cambiamenti siano davvero responsabili del declino cellulare.

L’intelligenza artificiale permette di analizzare combinazioni che sarebbe difficile valutare attraverso il lavoro manuale. I modelli possono confrontare milioni di cellule, riconoscere configurazioni associate a un’età biologica più giovane e suggerire quali geni attivare o silenziare.

Alcune piattaforme tentano anche di simulare virtualmente gli effetti di una modifica genetica prima di eseguire l’esperimento in laboratorio.

L’AI non sostituisce però la validazione biologica. Un modello può proporre un bersaglio promettente, ma soltanto le sperimentazioni precliniche e cliniche possono stabilire se l’intervento sia efficace e sicuro.

L’uso di questi sistemi solleva inoltre un problema sulla proprietà dei dati. Lo sviluppo delle terapie dipende da informazioni genomiche, epigenetiche e sanitarie raccolte nel tempo. Se questi dati diventano un asset industriale, occorre stabilire chi possa utilizzarli, con quali finalità e con quali garanzie per i pazienti.

Una longevità per pochi?

La possibilità di vivere più a lungo in buona salute avrebbe effetti positivi enormi. Potrebbe ridurre la diffusione delle patologie croniche, limitare gli anni trascorsi in condizioni di disabilità e diminuire alcuni costi assistenziali.

Ma una terapia efficace e molto costosa rischierebbe anche di ampliare le disuguaglianze.

Già oggi molti servizi commerciali legati alla longevità sono accessibili soprattutto a persone con grandi disponibilità economiche. Monitoraggi avanzati, esami continui, trattamenti personalizzati e protocolli sperimentali possono richiedere cifre fuori dalla portata della maggior parte della popolazione.

Se le future terapie cellulari o genetiche dovessero seguire lo stesso modello, la società potrebbe dividersi tra chi può permettersi di rallentare il declino biologico e chi deve affidarsi esclusivamente alla medicina tradizionale.

La questione non è soltanto sanitaria. Persone capaci di rimanere attive più a lungo potrebbero prolungare carriere, accumulare ulteriore ricchezza e conservare per decenni posizioni di potere. Questo avrebbe conseguenze sul ricambio generazionale, sui sistemi pensionistici e sull’organizzazione del lavoro.

Le 11 startup più importanti nella corsa alla longevità

Il settore sta attirando capitali sempre più rilevanti, ma le aziende seguono strategie scientifiche molto diverse. Alcune sono già entrate nella sperimentazione clinica, mentre altre stanno ancora lavorando su modelli cellulari o animali.

1. Altos Labs

Lanciata nel 2022, è una delle iniziative più ambiziose nel campo della riprogrammazione epigenetica parziale. Il suo obiettivo è ripristinare la salute e la capacità di risposta delle cellule senza spingerle verso una pluripotenza pericolosa.

L’azienda ha pubblicato uno studio nel quale una riprogrammazione mirata di stati cellulari associati all’età ha prolungato la vita dei topi. Sta inoltre testando i propri trattamenti su organi rimossi dal corpo e mantenuti in funzione attraverso macchine di perfusione.

È partita con circa 3 miliardi di dollari di capitale, una cifra che l’ha resa immediatamente uno dei progetti più finanziati dell’intero settore. Tra gli investitori sarebbe presente anche Jeff Bezos.

2. Cambrian Bio

Adotta una struttura ibrida, a metà tra azienda biotech, incubatore e fondo di investimento. Ha costruito una pipeline composta da società e programmi diretti contro differenti forme di danno associate all’età.

Il candidato più avanzato, ATX-304, agisce sull’AMPK e sui mitocondri ed è studiato per obesità e patologie cardiometaboliche. Un altro programma riguarda inibitori selettivi di mTOR destinati alle infezioni respiratorie.

La società ha raccolto 60 milioni di dollari prima di uscire dalla fase riservata e altri 100 milioni in un round di serie C. È stata inoltre selezionata per ricevere fino a 30,8 milioni di dollari da ARPA-H. La sua valutazione indicata è di circa 1,79 miliardi di dollari.

3. clock.bio

La società britannica studia la capacità delle cellule staminali pluripotenti indotte di invecchiare e successivamente attivare programmi interni di autoriparazione.

Attraverso uno screening CRISPR sull’intero genoma e il sequenziamento di oltre tre milioni di cellule, ha realizzato un “Atlante del ringiovanimento”, identificando più di cento geni potenzialmente coinvolti nei meccanismi di recupero cellulare.

Ha raggiunto una prima prova di concetto con 4 milioni di dollari di finanziamenti e successivamente ha raccolto altri 5,3 milioni, portando a oltre 9 milioni di dollari le risorse menzionate per lo sviluppo della piattaforma.

4. Genflow Biosciences

Lavora su terapie geniche basate su vettori virali adeno-associati. Il suo approccio prevede l’introduzione nelle cellule di una variante del gene SIRT6 osservata nei centenari e considerata potenzialmente collegata a un invecchiamento più sano.

Il candidato GF-1002 è destinato alla steatoepatite metabolica. La pipeline comprende anche un trattamento topico contro la sindrome di Werner e un programma veterinario anti-aging per i cani.

Nel 2024 ha ottenuto 4 milioni di euro di sostegno finanziario dalla Regione Vallonia. In seguito ha raccolto altre 800.000 sterline, equivalenti a circa 1,06 milioni di dollari, attraverso una sottoscrizione di azioni.

5. Junevity

Utilizza la piattaforma RESET per combinare dati umani su larga scala e intelligenza artificiale. L’obiettivo è individuare i fattori di trascrizione responsabili del deterioramento cellulare e silenziarli attraverso terapie basate su siRNA.

Il candidato JUN_01, sviluppato per diabete di tipo 2 e obesità, ha mostrato nei dati preclinici una riduzione della glicemia, un miglioramento della sensibilità all’insulina e una perdita di peso accompagnata dal mantenimento della massa magra.

Nel febbraio 2025 la società ha raccolto 10 milioni di dollari in un round seed. Il finanziamento è stato successivamente esteso fino a raggiungere 20 milioni di dollari.

6. Juvenescence

Possiede un portafoglio che comprende piccole molecole, terapia genica, medicina rigenerativa e piattaforme di scoperta farmacologica basate sull’intelligenza artificiale.

Il suo candidato più avanzato, MDI-2517, è un inibitore di PAI-1 rivolto alle malattie metaboliche e fibrotiche. Ha completato con successo una fase 1, mostrando un profilo favorevole di sicurezza e tollerabilità. Un successivo studio di fase 2 è previsto nel 2026.

Nel maggio 2025 l’azienda ha annunciato di aver raccolto 76 milioni di dollari nella prima chiusura di un round di serie B-1.

7. Life Biosciences

La già citata azienda di Sinclair ha portato la riprogrammazione epigenetica parziale fino all’autorizzazione per una sperimentazione umana.

Il trattamento ER-100 utilizza tre fattori di Yamanaka — OCT4, SOX2 e KLF4 — con l’obiettivo di modificare l’epigenoma delle cellule senza riportarle a uno stato completamente pluripotente.

Nel 2022 ha completato un round di serie C da 82 milioni di dollari. Il totale dei finanziamenti raccolti indicato nel materiale disponibile è di 158 milioni di dollari.

8. NewLimit

Fondata anche da Brian Armstrong, già founder di Coinbase, sviluppa terapie di riprogrammazione epigenetica combinando genomica a singola cellula, editing epigenetico e apprendimento automatico.

L’azienda vuole individuare combinazioni capaci di rendere più giovani le cellule senza modificarne l’identità. Il primo ambito clinico selezionato riguarda la malattia epatica legata al consumo di alcol.

I fondatori avevano inizialmente impegnato 110 milioni di dollari. Nel 2023 la società ha poi raccolto 40 milioni in serie A e successivamente altri 130 milioni di dollari in serie B.

9. Retro Biosciences

Ha dichiarato l’obiettivo di aggiungere dieci anni alla vita umana in buona salute. Lavora sulla riprogrammazione delle cellule staminali ematopoietiche e sul rafforzamento dell’autofagia.

Il candidato RTR242 punta a ripristinare la funzione dei lisosomi e a migliorare il riciclo delle componenti cellulari danneggiate. Nel 2025 è stato somministrato al primo paziente in uno studio di fase 1 contro l’Alzheimer.

La società è uscita dalla fase riservata dopo aver ricevuto 180 milioni di dollari da Sam Altman, il fondatore di OpenAI. All’inizio del 2025 sono inoltre circolate ricostruzioni secondo cui stava preparando una raccolta fino a 1 miliardo di dollari.

10. Rubedo Life Sciences

Utilizza ALEMBIC, una piattaforma di scoperta farmacologica basata sull’AI, per individuare cellule patologiche e senescenti coinvolte nella progressione delle malattie croniche.

Il candidato RLS-1496 è un modulatore di GPX4 studiato per psoriasi, invecchiamento cutaneo e altre patologie infiammatorie della pelle. Il primo paziente è stato trattato in una sperimentazione di fase 1.

Nell’aprile 2024 l’azienda ha raccolto 40 milioni di dollari in un round di serie A, destinati soprattutto allo sviluppo del candidato clinico.

11. Shift Bioscience

Sta costruendo una piattaforma di simulazione cellulare che unisce intelligenza artificiale generativa e orologi biologici.

Il sistema prova a prevedere quali combinazioni genetiche possano ringiovanire cellule specifiche senza indurre una perdita di identità. I primi programmi riguardano la perdita dell’udito legata all’età, la fibrosi epatica e la sclerosi sistemica.

Nell’ottobre 2024 ha raccolto 16 milioni di dollari in finanziamenti seed, portando il totale indicato delle risorse ottenute a 18 milioni di dollari.

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