L’ONU ha svelato il primo report sull’intelligenza artificiale, la prima valutazione scientifica – mondiale e indipendente – sull’AI.
Dal documento, rilasciato il primo luglio 2026, emerge che supera quota un miliardo il numero di persone che impiega un’AI generativa ogni settimana. Invece lo sviluppo rimane oligarchico, concentrato in un duopolio Usa – Cina, mentre gli LLM nascono da un ristrettissimo club di società. Le statunitensi OpenAI, Anthropic, Google, Microsoft, xAI e la cinese DeepSeek.
Gli Usa infatti vantano tre quarti della potenza di calcolo dei principali 500 supercomputer globali, mentre la Cina detiene il 15%. L’assenza europea è una lacuna che grida vendetta, tolta la francese Mistral.
Ecco perché è urgente un index europeo per la sovranità digitale Ue.
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Onu, la valutazione scientifica sull’AI: i dati fotografano il dominio Usa – Cina e l’assenza europea
Il report dell’Onu non vuole dettare agende politiche, ma si limita a mettere nero su bianco evidenze scientifiche.
Il primo dato riporta che oltre un miliardo di cittadini nel mondo sta colloquiando con un’intelligenza artificiale. Un miliardo di persone sta chattando con AI conversazionale tutte le settimane.
Lo riporta la prima pagella scientifica sull’intelligenza artificiale, redatta dalle Nazioni Unite, per quantificare un fenomeno che ha impatti trasversali su ogni ambito culturale, economico e scientifico.
A firmare il documento sono l’informatico canadese Yoshua Bengio, premio Turing, uno dei padri fondatori dell’intelligenza artificiale contemporanea, senza il quale i chatbot AI non avrebbero visto la luce, e Maria Ressa, premio Nobel per la Pace, una giornalista filippina che ha fatto luce sul suo Paese, combattendo la disinformazione e per questo rischiando il carcere.
Insieme, sono a capo del primo organismo scientifico globale e indipendente, messo a punto dall’ONU, dove quaranta scienziati provenienti da ogni angolo del mondo, basandosi solo sui fatti, senza pregiudizi, devono indagare e svelare lil fenomeno dell’intelligenza artificiale.
I progressi
L’AI permette di identificare prima il tumore al seno, accelera lo sviluppo di vaccini, inoltre è in grado di migliorare i servizi sanitari. In Italia potrebbe contribuire a risolvere i problemi legati alle liste d’attesa.
I progressi dell’intelligenza artificiale nella ricerca scientifica sono innumerevoli: dalle scoperte nella biologia e nella farmacologia, alla matematica e alla medicina personalizzata, fino alla chimica e alla scienza dei materiali.
“Se usata bene, l’AI potrebbe essere il motore più potente per lo sviluppo, accelerando i progressi del mondo su tutto, dalla salute alla fame, dall’istruzione al clima”, afferma António Guterres, segretario generale dell’ONU.
Ma senza quest’utilizzo responsabile, il rischio è che possa acuire le disuguaglianze, ridimensionando posti di lavoro, anche se aumenta la produttività in azienda, e lasciando intere aree geografiche completamente dipendenti da sistemi costruiti altrove. In Usa o in Cina, lontano dall’Europa.
I rischi: ritmo, potere e garanzie scientifiche
Secondo Maria Ressa, la tecnologia imprime un’accelerazione più velocemente di quanto la scienza sia in grado di stare al suo passo per studiarla e più in fretta di quanto i governi possano provare a regolamentarla.
“Il ritmo non rallenta, il potere si concentra, il controllo non è assicurato”, riporta Ressa.
Ma non è solo una questione di rapidità, ma anche di concentrazione. Chi costruisce l’AI è un limitato numero di aziende che risiedono negli Usa (che da soli detengono il 75% della potenza di calcolo dei 500 supercomputer più potenti su scala globale) e in Cina i(che detiene il 15%). Ma, salvo la francese Mistral, a brillare per la sua assenza è l’Europa, dal momernto che tutti i modelli più avanzati sono frutto della ricerca e degli investimenti nelle aziende di questo duopolio, Usa – Cina.
Le garanzie scientifiche che mancano
Infine, secondo il report dell’Onu, attualmente mancano le garanzie scientifiche che i sistemi autonomi svolgano esattamente i compiti che vengono loro richiesti.
“Le capacità dell’AI stanno superando sia la comprensione scientifica sia la capacità dei governi di adattarsi”, ha messo in guardia Bengio.
L’informatico denuncia anche evidenze in aumento di comportamenti ingannevoli da parte delle macchine, tali per cui la scienza non può assicurare che, diventando via via più potenti,, come dimostranoi Fable 5, Mythos 5 e Claude Science, per citare tre servizi di Anthropic, non arrecheranno mai danni.
La proposta di un index europeo per la sovranità digitale
Il rischio di un duopolio nei modelli di AI è sempre più evidente.
Nel mondo esistono pochi indici utilizzati da tutta la popolazione mondiale online che accede ai motori di ricerca e alle AI Search. Nel mondo occidentale Bing e Google, nel mondo orientale Yandex (russo, acronimo significativo che sta per Yet Another Index), Baidu ed altri per la Cina, Naver per la Corea del Sud.
Per questa ragione ha suscitato un piccolo clamore la notizia che il Parlamento europeo ha sostituito sui propri computer Google con Qwant (motore di ricerca francese). Infatti, Qwant come tutti i motori di ricerca che orgogliosamente si fregiano di essere “alternativi”, in realtà sfruttano gli indici di Google e Bing.
Quindi, il passaggio da Google a Qwant, alla vigilia della maxi multa ad Alphabet per abuso di posizione dominante, appare come un atto puramente simbolico, privo di alcuna conseguenza reale per i cittadini digitali in termini di sovranità digitale europea.
Gli “indici” rappresentano la base di conoscenza sfruttata dagli algoritmi dei motori di ricerca e delle AI per rispondere ai nostri prompt e offrire risposte alle nostre domande.
Proprio per rispondere al rischio di un duopolio dell’AI, come paventa il rapporto dell’ONU, è urgente costruire un indice europeo di conoscenze: libere, inclusive, originali e autentiche (non generate a loro volta dalle AI).
Senza un indice europeo, noi europei non potremo mai aspirare ad essere sovrani. Come, in ambito della Difesa, non lo saremo senza un sistema satellitare alternativo a Starlink per dare connettività ai droni ucraini.
Da un indice europeo possiamo però partire per costruire motori di ricerca e AI di qualità, dunque davvero utili a individualità, comunità e aziende, europee e non solo.
Per scongiurare gli allarmi al centro del report dell’ONU, università ed accademie europee potrebbero fare squadre per dare linfa a questa proposta.
Indice europeo: le caratteristiche in ottica sovranità digitale
Non si riesce sinceramente a capire come mai negli anni ‘90 esistevano tanti motori di ricerca in Europa – uno su tutto Northern Light – così come in Italia – uno su tutto Arianna sviluppato con il supporto del CNR (Consiglio Nazionale per le Ricerche) – mentre oggi dobbiamo subire un mercato oligarchico così ristretto.
Eppure la creazione di un INDICE di conoscenza europea sarebbe una fantastica opportunità soprattutto se portata vanti con determinate caratteristiche:
- Libera informazione: Senza censura, rispetto ad orientamenti religiosi, di genere, eccetera così come nello spirito della tradizione europea.
- Informazione autorevole: Privilegiando fonti che non siano le raccolte di fake news del momento, ma siti web certificati da appositi comitati scientifici capaci di valutare e monitorare nel tempo l’autorevolezza delle fonti da includere nell’indice così come individuare ed escludere le basi di conoscenza realizzate tramite AI.
- Rispetto della privacy: Nessun tracciamento degli utenti, basato su data center situati in Europa e quindi rispettando la legislazione comunitaria sulla riservatezza. Limitazione della pubblicità alle partnership necessarie per salvaguardare la nascita e il mantenimento di un progetto comunque impegnativo.
- Sostenibile: Basato su data center certificati come alimentati quanto più possibile da energie rinnovabili e senza incidere negativamente sull’utilizzo di risorse locali, acqua in primis.
- Accessibile: Rispettoso al 100% delle esigenze di navigazione e fruizione delle persone con caratteri speciali o con disabilità che dir si voglia. Un’interfaccia che qualsiasi persona cieca, ipovedente, sorda, epilettica, daltonica, disabile motoria, neuro-divergente, eccetera possa utilizzare senza alcuna difficoltà..
Per realizzare tutto ciò è auspicabile la nascita di un consorzio composto da enti di ricerca e formazione capace di coordinare una serie di azioni indispensabili tra cui ovviamente la gestione di data-center, la gestione di crawler alla ricerca dell’informazione necessaria a costruire l’indice, la selezione dell’informazione rispettosa dei principi di cui sopra, la costruzione e aggiornamento di algoritmi capaci di ordinare l’informazione costituente l’indice in maniera tale da renderla efficace dalle interfacce digitali di ricerca.
Non una missione impossibile ma una seria iniziativa politica che già il PNNR doveva prevedere ma che siamo a ancora a tempo per fermare uno squilibrio geopolitico che vede l’Europa stritolata da Ovest e da Est in ambito digitale.
Una volta costruito un indice europeo, potrebbe essere conseguente e anche relativamente ‘facile’ realizzare un motore di ricerca alternativo al duopolio occidentale citato Google e Bing e così davvero mettere a disposizione della cittadinanza, comunità, terzo settore e impresa europea uno strumento utile e potente.
Infine sarebbe il presupposto indispensabile per costruire una AI europea realmente competitiva. E soprattutto sarebbe una risposta all’ambizione di creare una vera sovranità digitale europea.















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