La prima volta che ho lavorato con una macchina è stato nel novembre del 2022, quando è uscito ChatGPT. Per essere sinceri, non era la mia prima volta con un software che risponde in linguaggio naturale. Mi ero già misurato con il Natural Language Processing. Concettualmente gli NLP sono gli antenati di ChatGPT, ma non i diretti discendenti. Diciamo che è come la meccanica classica lo è per la relatività. (..)
Fin dall’inizio, ChatGPT non sembrava un’evoluzione della tecnologia esistente ma qualcosa di qualitativamente diverso: capiva le domande, il contesto e rispondeva a tono. Nonostante i miei vent’anni di giornalismo scientifico mi abbiano reso cinico verso la vita in generale – e soprattutto verso le nuove tecnologie – la prima volta che ho inserito un prompt nella versione 3.5 di ChatGPT ho sentito “come una perturbazione nella Forza” (cit. Guerre stellari).
Indice degli argomenti
ChatGPT e lavoro, il primo incontro con la macchina
D’istinto ho digitato: “Scrivi un articolo di scienza e tecnologia come se fossi Luca Tremolada de Il Sole 24 Ore“. E lei (lui) ha eseguito istantaneamente il compito. Ho letto tutto. Mi sono alzato dalla sedia e ho abbracciato mia moglie in silenzio pensando: “Ho ancora un posto di lavoro, quella cosa inventa, non è precisa e poi è noiosissima da leggere”.
Oggi, tre anni dopo, non ho più tutta quella sicurezza, ma resto ottimista. Anche perché nel frattempo mi sono potenziato anch’io, acquisendo consapevolezza sull’uso di questa tecnologia. E come spesso accade, quando impari a usare bene uno strumento, smette di sembrare magico e dotato di intenzione. Si rivela per quello che è e inizia a sembrare pericoloso solo perché siamo noi a usarlo.
Intelligenza artificiale e lavoro: non è una competizione
È una questione di “postura intellettuale“, di comprensione dei nostri confini, di stabilire chi siamo noi e chi sono loro. La vera sfida che ci pongono questi modelli linguistici di grandi dimensioni (questa è la definizione corretta) è che non dobbiamo metterci in competizione con loro. Non è una gara, smettiamo di correre la stessa corsa. (…)
Perché allora ci ostiniamo a considerarla un nostro sostituto? In parte perché lo è. Non sul piano delle relazioni umane, ma su quello del lavoro. Ed è questo l’amarissimo punto di partenza di questo libro, che nasceva come un’inchiesta e si è presto trasformato in un working paper.
Oggi il nostro atteggiamento sulla “macchina” non è mai stato così diviso e spaventato, semplicemente perché nella storia dell’uomo non ci siamo mai trovati davvero di fronte alla possibilità di avere al fianco un “collega sintetico“. Oggi i futurologi appaiono più incerti che mai. (….)
AI e trasformazione produttiva dell’umanità
Molti scienziati sostengono che stiamo attualmente vivendo una sesta estinzione di massa (l’Estinzione dell’Olocene o Antropocene), causata questa volta non da fenomeni geologici, ma dall’attività umana. L’AI è la massima espressione dell’attività umana. Ed è anche la più simbolica. La nostra riflessione inizia da qui.
In questo libro ci siamo imposti di parlare il meno possibile di tecnologia, perché quella a cui stiamo assistendo non è solo una rivoluzione tecnica. È un profondo cambiamento degli assetti produttivi dell’umanità. Ecco perché ci siamo imposti di partire da coloro che guidano questo cambiamento, di partire dalle loro parole, dall’unità di misura più antica che abbiamo: il pensiero umano.
Come ChatGPT, ci siamo concentrati su quello che dicono. Non per amplificare slogan e profezie, ma per riportare a terra alcuni dei mantra, dei luoghi comuni e degli slogan che stanno accompagnando l’arrivo e l’impatto dell’AI sul mercato del lavoro. (…)
Automazione, disuguaglianza e classe inutile
I più pessimisti, però, sono gli economisti. Il premio Nobel Daron Acemoglu si è concentrato sui rischi legati alla disuguaglianza. L’automazione attuale – ha spiegato – è spesso “so-so automation”: abbastanza buona da togliere il lavoro agli umani, ma non abbastanza da generare una produttività tale da creare nuovi posti di lavoro compensativi.
Lo storico e filosofo Yuval Noah Harari, dal canto suo, ha introdotto e ribadito il concetto di “Classe Inutile” (Useless Class). Il problema del futuro – ha provato a dire più chiaramente – non sarà lo sfruttamento del lavoratore, ma la sua irrilevanza. Girando il suo pensiero in positivo, la sfida non sarà creare nuovi lavori, ma creare lavori che gli umani facciano meglio degli algoritmi. (…)
I lavori mediocri e il nodo dei compiti ripetitivi
Il più concreto, e tra i meno catastrofici, è stato Yann LeCun, Chief AI Scientist di Meta, che ha sì paragonato l’intelligenza artificiale al più spietato assassino dei lavori “mediocri” salvo poi rassicurarci sul fatto che la disoccupazione sarà frizionale e non strutturale.
Possiamo quindi stare relativamente tranquilli, a patto di non considerarci mediocri. A questo proposito, altri intellettuali, come scopriremo più avanti, hanno dedicato energie considerevoli a spiegare che l’intelligenza artificiale si occuperà dei compiti ripetitivi, prevedibili, privi di valore strategico.
Si occuperà di attività mediocri, insomma, liberando il nostro tempo per compiti più creativi e strategici, trasformandoci tutti in amministratori delegati, scienziati e innovatori. Il punto curioso è che nessuno chiarisce mai chi, concretamente, stabilirà quale sottoinsieme del tuo lavoro sia mediocre.
Potrebbe essere per esempio qualcuno più mediocre di te, o il tuo capo oppure un algoritmo, che è peggio ma solo perché non prova (o non dovrebbe provare) nemmeno una parvenza di senso di colpa (…)
L’AI non è un meteorite
(…) L’AI non è un meteorite. Non cade dal cielo, non è cieca, non è esterna al sistema. È una tecnologia progettata, adottata, regolata e soprattutto usata da esseri umani.
Parlare di estinzione presuppone un evento naturale inevitabile; qui invece siamo davanti a una trasformazione economica e organizzativa, dolorosa per alcuni mestieri, liberatoria per altri, caotica come tutte le transizioni tecnologiche precedenti.
Il telaio non ha sterminato l’umanità, il motore a scoppio non ha cancellato il lavoro, internet non ha reso inutili i cervelli: li ha solo costretti a fare cose diverse, spesso più complicate.
Compiti, lavori e persone davanti all’intelligenza artificiale
La paura nasce da un errore di prospettiva tipico: confondere i compiti con i lavori, e i lavori con le persone. L’AI è molto brava a mangiarsi compiti specifici, ripetitivi, standardizzabili.
Gli esseri umani, invece, campano da millenni proprio cambiando ruolo quando l’ambiente muta. È il nostro superpotere evolutivo, molto più dell’intelligenza artificiale: la riconversione.
La storia suggerisce che non ci estingueremo. Ci adatteremo. Male all’inizio, con ansia e articoli catastrofisti. Poi, come sempre, inventandoci nuovi mestieri e raccontando ai più giovani che una volta, pensa un po’, certi testi li scrivevano solo gli umani.














