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Reddito di base universale: a che punto siamo



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Negli Stati Uniti torna, di nuovo e con forza, il tema del reddito universale di base (UBI, universal basic income).L’idea riemerge mentre l’AI entra nei processi di lavoro, anche in Italia

Pubblicato il 5 mag 2026

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



UBI universal basic income
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Mentre in Italia la sinistra rilancia il tema del salario minimo, negli Stati Uniti torna, di nuovo e con forza, quello del reddito universale di base (UBI, universal basic income).

L’idea riemerge mentre l’AI entra nei processi di lavoro, anche timidamente in Italia, alimenta timori occupazionali nei ruoli impiegatizi e costringe imprese, policy maker e opinione pubblica a porsi una domanda che finora era stata spesso rinviata: chi incasserà davvero i benefici economici dell’automazione cognitiva.

Con prime evidenze di impatto negativo su lavori d’ufficio junior (coding, creativi, amministrativi…) nel mercato USA e UK.

Il segnale più evidente arriva proprio dagli Usa, dove il tema viene rilanciato da attori che partono da posizioni molto diverse.

Soprattutto si stanno distinguendo le tesi di Andrew Yang, che aveva costruito la sua campagna presidenziale 2020 USA sul “Freedom Dividend”. Ora sostiene che una qualche forma di reddito universale sarà necessaria per evitare che l’AI allarghi in modo drastico la forbice tra pochi grandi vincitori e una massa crescente di lavoratori spiazzati.

Yang insiste su un punto spesso rimosso: un assegno non sostituisce un lavoro, perché il lavoro dà anche struttura, appartenenza e senso, ma può servire a gestire la transizione.

Negli Usa l’UBI esce dalla nicchia

A rendere il quadro più interessante è il fatto che l’idea non viene più evocata solo da Yang. Ma da politici di destra, sinistra – negli Usa, non da noi – e persino dalle big tech.

OpenAI, nel paper Industrial Policy for the Intelligence Age pubblicato il 6 aprile 2026, propone esplicitamente nuovi meccanismi per distribuire più ampiamente i ritorni della crescita trainata dall’AI, compreso un public wealth fund i cui rendimenti potrebbero essere distribuiti direttamente ai cittadini. Non è UBI in senso classico, ma il messaggio politico è chiaro: se l’AI concentra ricchezza e potere, serviranno strumenti redistributivi più ambiziosi di quelli attuali.

Nello stesso solco si inserisce la proposta di Alex Bores, candidato democratico a New York, che parla di “AI dividend”: un pagamento diretto che scatterebbe se e quando l’AI producesse una sostituzione significativa del lavoro umano. Anche qui il punto non è solo redistribuire reddito, ma collegare in modo visibile i profitti dell’AI alla protezione sociale.

Dario Amodei, tra i più forti sostenitori del rischio human displacement/substitution a causa dell’AI (sul 50 per cento dei lavori, prevede), ha proposto una token tax, che può ricordare la robot tax di Bill Gates dieci anni fa (all’epoca criticato; adesso forse profetico).

Perfino Elon Musk è tornato a parlare di “universal high income” (più di un basic income) segno che il tema sta uscendo dai confini tradizionali della sinistra progressista. Questa convergenza resta fragile e spesso vaga nei dettagli, ma racconta bene il cambio di fase: l’UBI non è più discusso come utopia sociale, bensì come possibile risposta preventiva a shock occupazionali e squilibri distributivi che l’AI potrebbe accelerare.

Perché il dibattito su UBI riapre proprio adesso

Il ritorno dell’UBI coincide con un momento in cui l’AI smette di essere solo promessa e diventa esperienza concreta nei luoghi di lavoro. Gallup ha rilevato che, nel febbraio 2026, metà degli occupati americani dichiara di usare l’AI nel proprio ruolo almeno qualche volta l’anno; il 28% la usa almeno alcune volte a settimana. Ma il punto più interessante è che la discussione si è spostata dai lavori manuali a quelli cognitivi: coder junior, paralegal, consulenti, addetti a funzioni standardizzabili sono entrati nel radar della possibile sostituzione o compressione salariale.

Qui però conviene evitare semplificazioni. Il quadro che emerge dagli studi più recenti è meno lineare dell’idea “AI uguale taglio dei posti”. Un working paper della Banca dei regolamenti internazionali (BIS) pubblicato a gennaio 2026, basato su un ampio campione di imprese europee e statunitensi, stima che l’adozione dell’AI aumenti nel breve periodo la produttività del lavoro del 4% in media e non produca, almeno per ora, una riduzione netta dell’occupazione. Il beneficio, però, si concentra soprattutto nelle imprese più grandi e più capitalizzate. Il punto, quindi, non è solo quanti posti scompaiono subito, ma come i guadagni di produttività vengono distribuiti. Il timore, da più parti, è che l’AI forse non scatenerà una disoccupazione di massa ma può aumentare le diseguaglianze. Tra imprese, certo. Ma anche tra lavoratori più o meno capaci di usare l’AI. I più capaci sono quelli che già ora hanno un lavoro di alto valore cognitivo e stipendi più alti, come emerge da uno studio del FT. Un po’ com’è successo nella precedente rivoluzione industriale (quella dei computer), che ha favorito la crescita del ceto medio, istruito.

Anche se c’è sempre la speranza di alcuni economisti (David Autor, Carl Benedikt Frey) che nel medio l’AI diffondendosi favorirà l’upskilling di lavoratori di livello medio basso e quindi anche i loro stipendi.

Anche l’ILO, con il rapporto 2025 sviluppato insieme a NASK, invita alla cautela: circa un quarto dell’occupazione globale ricade in professioni esposte alla GenAI, quota che sale al 34% nei Paesi ad alto reddito, ma l’esito prevalente atteso non è la sostituzione totale bensì la trasformazione delle mansioni. È un passaggio fondamentale per l’Europa: l’AI può non produrre un “job apocalypse” immediato e, nello stesso tempo, indebolire redditi, percorsi di carriera e potere contrattuale in interi segmenti del lavoro impiegatizio.

Cosa dicono davvero i test pilota sul basic income

Se il tema torna nel dibattito politico, vale la pena ricordare che le evidenze sui programmi di reddito di base o trasferimenti incondizionati sono più sfumate degli slogan, sia a favore sia contro. L’esperimento finlandese del 2017-2018, richiamato anche dall’OECD, non ha prodotto un aumento occupazionale significativo, ma ha mostrato miglioramenti nel benessere percepito, nella sicurezza economica e nella salute mentale.

Più recente è il pilot tedesco analizzato da DIW Berlin nel 2025: 122 persone hanno ricevuto 1.200 euro al mese per tre anni, e i ricercatori non hanno riscontrato un ritiro dal mercato del lavoro né una riduzione statisticamente significativa delle ore lavorate. Hanno invece registrato miglioramenti nella salute mentale, nel benessere soggettivo e una lieve crescita della partecipazione a formazione ed education.

Negli Stati Uniti, invece, i risultati dello Unconditional Cash Study di OpenResearch offrono un quadro più controverso: i trasferimenti hanno aumentato margini di scelta, stabilità finanziaria e spazio per investire in istruzione o ricerca di lavoro, ma hanno mostrato anche modeste riduzioni dell’offerta di lavoro. È un dato utile proprio perché complica il racconto: il basic income non appare né come disincentivo automatico al lavoro né come soluzione indolore. Funziona meglio come ammortizzatore e leva di autonomia che come sostituto del lavoro perduto.

Ubi, per l’Europa il problema arriverà in modo diverso

L’Europa non parte dallo stesso punto degli Stati Uniti, e proprio per questo le ramificazioni del dibattito americano non saranno una semplice replica. La BCE, in un intervento del 23 marzo 2026, osserva che l’adozione dell’AI nell’area euro sta accelerando: la quota di occupati che dichiara di usarla nel lavoro è salita dal 26% nel 2024 al 40% nel 2025. Le imprese, inoltre, prevedono di destinare in media il 9% dei loro investimenti all’AI nel 2026. Ma la stessa BCE segnala che il ritardo europeo rispetto agli Usa resta ampio: nel 2025 gli investimenti digitali pesavano circa il 13% del totale nell’area euro contro il 27,3% negli Stati Uniti.

Questo dato sposta il ragionamento europeo. Negli Usa il tema è soprattutto come redistribuire una ricchezza che si teme possa concentrarsi troppo; in Europa si aggiunge un altro rischio, cioè non catturare abbastanza di quella ricchezza. Se i modelli frontier, le piattaforme e una quota crescente dei ritorni economici restano americani, per l’Europa la discussione sul reddito universale rischia di arrivare quando la base industriale, fiscale e finanziaria per sostenerlo è più debole.

Anche sul piano del welfare il punto di partenza è diverso. La Commissione europea, nel 2025 Minimum Income Report, ricorda che tutti gli Stati membri dispongono di schemi di minimum income, ma segnala anche che la copertura resta disomogenea e spesso insufficiente. Una quota rilevante delle persone in età lavorativa a rischio povertà resta fuori dai benefici o riceve importi che non colmano davvero il gap rispetto alle soglie di povertà. L’Europa, quindi, ha già una struttura di protezione, ma non ancora una rete abbastanza omogenea, adeguata e portabile per assorbire una transizione occupazionale rapida.

Più che UBI puro, in Europa si profila un cantiere sul nuovo welfare del lavoro. E in Italia?

È quindi probabile che il dibattito europeo non assuma subito la forma dell’assegno universale per tutti, almeno non su scala Ue. Il vincolo non è solo culturale o politico: è istituzionale e fiscale. L’OECD (Ocse), già in un paper di riferimento sul basic income, osservava che una misura davvero universale e di importo significativo è molto costosa e rischia di generare trade-off difficili con altri pilastri del welfare. Il punto resta valido anche oggi: in Europa, più che copiare un modello federale americano, si tratterà di capire quali strumenti redistributivi siano sostenibili e con quale base fiscale.

A maggior ragione per un Paese a forte debito come l’Italia e con molto sommerso, dove quindi si fatica persino a parlare di salario minimo, ovvia realtà in altri Paesi Ocse.

Le ramificazioni più realistiche potrebbero quindi passare da un mix di strumenti: rafforzamento dei minimum income, nuove assicurazioni contro la perdita di lavoro da automazione, benefici portabili lungo carriere più discontinue, tassazione di alcune rendite dell’AI, partecipazione pubblica ai ritorni delle infrastrutture e delle imprese strategiche, riduzione dell’orario di lavoro in alcuni settori, investimenti molto più robusti in competenze e riconversione. In questo schema, il dibattito americano sull’UBI funziona da stress test per il modello sociale europeo, più che da modello da importare.

C’è poi una conseguenza meno discussa ma molto concreta per imprese e amministrazioni pubbliche. Se l’AI amplia la produttività ma rende più instabile la distribuzione del reddito, il tema non riguarda solo la spesa sociale: riguarda domanda interna, consumi, gettito fiscale e coesione territoriale. Per un’Europa che già cresce poco, lasciare che i benefici dell’AI si concentrino in poche imprese, in pochi hub e in pochi lavoratori altamente qualificati può voler dire aggravare insieme il divario tecnologico con gli Usa e le fratture interne.

La lezione da Usa a Ue

La lezione che arriva dagli Stati Uniti non è che Bruxelles debba convertirsi domani all’UBI. È un’altra: quando l’AI comincia a essere percepita come tecnologia che ridisegna il lavoro, la questione redistributiva entra subito nella politica. E se la politica non costruisce un canale credibile tra innovazione e benessere diffuso, quel vuoto viene riempito da sfiducia, opposizione alle infrastrutture, conflitto territoriale e polarizzazione.

Per questo motivo il ritorno dell’UBI nel dibattito americano potrebbe essere letto in Europa come segnale anticipatore.

Un’agenda di priorità da decidere: come redistribuire i guadagni dell’AI, come proteggere chi attraverserà la transizione e come evitare che la dipendenza tecnologica dall’esterno si traduca anche in dipendenza sociale e fiscale.

Su questo terreno, il tempo europeo per prepararsi è probabilmente più corto di quanto il dibattito pubblico lasci intendere.

Fonti e bibliografia

OpenResearch, Unconditional Cash Study: https://www.openresearchlab.org/studies/unconditional-cash-study/study

BIS, AI adoption, productivity and employment: evidence from European firms (23 gennaio 2026): https://www.bis.org/publ/work1325.htm

ILO-NASK, Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure (20 maggio 2025): https://www.ilo.org/publications/generative-ai-and-jobs-2025-update

DIW Berlin, Basic Income and Labor Supply: Evidence from an RCT in Germany (2025): https://www.diw.de/de/diw_01.c.960473.de/publikationen/diskussionspapiere/2025_2123/basic_income_and_labor_supply__evidence_from_an_rct_in_germany.html

DIW Berlin, risultati del pilot tedesco (9 aprile 2025): https://www.diw.de/de/diw_01.c.945271.de

OECD, OECD Economic Surveys: Finland 2020 (sezione sull’esperimento finlandese): https://www.oecd.org/en/publications/oecd-economic-surveys-finland-2020_673aeb7f-en/full-report/component-4.html

European Commission, The 2025 Minimum Income Report (5 dicembre 2025): https://employment-social-affairs.ec.europa.eu/2025-minimum-income-report_en

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