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“Spilling the tea”, la nuova frontiera del cyberbullismo: i contorni del fenomeno e come arginarlo

Dilaga sui social “spilling the tea”, nuova forma di bullismo che vede tra protagonisti e vittime anche bambini delle elementari. Le scuole chiamate in causa dai genitori non sono pronte a reagire e molte, evidentemente, le falle anche nell’educazione familiare. Ecco di cosa si tratta e le possibili misure per contrastarlo

03 Feb 2022
Antonino Mallamaci

avvocato, Co.re.com. Calabria

Per ora il fenomeno battezzato “Spilling the tea”, traducibile in “Versare il tè”, a quanto ne sappiamo, è limitato agli Stati Uniti: ne dà notizia il Wall Street Journal con un pezzo di Julie Jargon. Ma non ci sorprenderebbe affatto vederlo spuntare anche nelle scuole italiane, se già non è successo. La nuova frontiera del cyberbullismo consiste nella creazione di account con quel nome dai quali prendere di mira i compagni di scuola.

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I contorni del fenomeno “spilling the tea”

“Spilling the tea” significa in sostanza diffondere pettegolezzi, dicerie, fare gossip. Una locuzione in voga presso la comunità Black drag e poi portata in auge dal meme “Non sono fatti miei” (That’s none of my business) con Kermit the frog (rana), un personaggio Muppets vecchio di 50 anni. Ma se è vecchia la rana e già in uso la frase idiomatica, recentissimo è l’ennesimo problema che scaturisce dall’utilizzo scorretto dei social. Protagonisti ragazzi di scuola media inferiore e soprattutto (!!!) bambini della scuola primaria. La scelta del social sul quale creare gli account falsi cade su Instagram, Snapchat e TikTok. Ma Instagram è il preferito per tre motivi: da lì i bulli possono inviare messaggi diretti al titolare dell’account che poi pubblica il gossip; su Snapchat i messaggi scompaiono rapidamente; TikTok è incentrato sui video, quindi è difficile conservare l’anonimato.

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Una volta creato l’account si passa alla fase successiva, quando il bullizzato viene preso di mira con notizie false, foto di derisione e di scherno, notizie sulla sua sessualità.

L’inerzia delle scuole

Le reti di social media tendono ad essere reattive, specialmente quando si tratta di accuse di comportamento criminale, ma le scuole, chiamate in causa dai genitori, rimangono nella maggior parte dei casi inerti. D’altra parte, non è facile stabilire chi ha ragione nella diatriba tra le parti sulla responsabilità della vita on line dei ragazzi. Alcune scuole hanno stabilito che l’attività on line di uno studente è una questione di loro competenza, anche se è fuori dell’orario scolastico, e stanno segnalando questi account di gossip a Instagram e invitando i genitori a parlare con i propri figli. D’altro canto, molti esperti di sicurezza on line sono di avviso opposto, e addebitano ai genitori la responsabilità di quanto i ragazzi e i bambini fanno sul web.

L’allarme degli educatori

Al di là del dibattito su chi debba sorvegliare i cyberbulli e le loro vittime, che, tra l’altro, nella maggior parte dei casi non potrebbero stare su internet per ragioni di età, ci sono diversi episodi che hanno contribuito a far crescere l’allarme.

In una lettera aperta, la National Education Association ha chiesto ai social media di impegnarsi pubblicamente a regolamentare meglio le loro piattaforme sottolineando le sfide e le minacce affrontate da educatori, studenti e famiglie all’inizio dell’anno scolastico, quando una challenge nata su TikTok ha provocato vandalizzazioni o furti dai bagni della scuola e un’altra prevedeva che i ragazzi schiaffeggiassero gli insegnanti.

Ancora più recentemente, grande è stato l’allarme in tutti gli Stati Uniti per le notizie di sparatorie nelle scuole diffuse sulla stessa piattaforma nativa cinese. Infine, scontri sono scoppiati per una settimana in una scuola di San Diego, quando su cinque account di nome “Farb drama” (Farb è anche il nome della scuola) – quattro su Instagram e uno su TikTok – gli studenti diffondevano voci su altri bambini con lo scopo di provocare risse per filmarle e pubblicarle.

Le responsabilità della famiglia

Interpellato dal WSJ, Rich Wistocki, un detective esperto in informatica della polizia in pensione, che fornisce consulenza alle scuole in tale ambito, ha confermato che “gli account “Spilling the tea” sono in questo periodo un grosso problema, tanto che ci sono stati studenti che hanno cambiato scuola o hanno tentato il suicidio per loro responsabilità. I social media in genere eliminano gli account che violano le loro condizioni di servizio entro 24 ore, ed entro poche ore se vengono ravvisati profili di reato penale. In quest’ultimo caso, e quando c’è incitazione alla violenza, la scuola ha la responsabilità legale di segnalarlo anche alle forze dell’ordine”,

Per Meta, proprietaria di Instagram, è stata sentita la portavoce Liza Crenshaw, la quale ha dapprima chiamato in causa Snapchat e TikTok, e dopo ha sollecitato la creazione di un nuovo organismo di settore per creare regole per favorire il controllo dei genitori e per esperienze adeguate all’età e al suo accertamento rapido e sicuro”.

Le possibili misure per arginare il fenomeno

Ci sono una serie di misure che gli esperti suggeriscono per arginare il bullismo on line che coinvolge le scuole.

Innanzitutto, bisogna sì avvisare immediatamente l’istituzione scolastica, ma è assolutamente necessario un intervento da fare sui propri figli a casa, ricordando loro che: dietro ogni schermo c’è un altro essere umano, proprio come loro, che ha dei sentimenti; anche se pensano di postare in modo anonimo, non esiste un vero anonimato; bisogna scusarsi quando si compie un’azione sbagliata, ciò in quanto è molto più efficace che si rendano conto di ciò che hanno fatto, piuttosto che affrontare una punizione.

Anche quando un ragazzo è coinvolto in cyberbullismo a livello criminale, bisogna far sì che la scuola non lo espella o sporga denuncia, e che attui un programma mirato che preveda la scrittura di una tesina sul tema del bullismo, l’esecuzione di servizi alla comunità, l’invio di una lettera di scuse ai bambini colpiti.

L’ultimo suggerimento viene da Diana Graber autrice del libro, “Raising Humans in a Digital World: Helping Kids Build a Healthy Relationship With Technology”: “Anche se tuo figlio non è vittima di bullismo o coinvolto in atti di bullismo, non deve restare a guardare mentre accade.  È importante insegnare ai bambini a difendere gli altri, riportando i fatti a un docente o a un genitore, segnalando l’account colpevole alla piattaforma che lo ospita, o, meglio ancora, contattare le vittime per far loro sapere che hanno un amico”.

Conclusioni

Su quest’ultima frase una riflessione personale. Proprio pochi giorni fa sono stato in una scuola media per parlare dell’utilizzo consapevole del Web. Un ragazzino di 13 anni, preso di mira da suoi coetanei online e poi nella realtà, ha riferito che è riuscito a superare quei momenti grazie all’intervento dei suoi compagni, i quali gli hanno fatto intendere che non era solo ad affrontare una situazione così delicata, e che avrebbe potuto contare sempre sul loro appoggio. Tutto si è risolto senza l’intervento della scuola o dei genitori. Certo non accade sempre, ma noi adulti dobbiamo fare tutto quanto è nelle nostre possibilità perché tale atteggiamento solidale divenga la regola.

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