Videogiochi per vivere meglio: un approccio psicologico | Agenda Digitale

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Videogiochi per vivere meglio: un approccio psicologico

La comunità scientifica sdogana definitivamente il gaming. Rafforzamento di attenzione, pensiero multi-tasking e probem solving al centro delle piattaforme per il gioco online che si trasformano in setting educativi e terapeutici

15 Dic 2020
Francesco Bocci

Psicologo, Psicoterapeuta ad orientamento Adleriano, esperto in psicologia dei videogiochi

Antonino Giorgi

Psicologo, Psicoterapeuta ad orientamento Gruppoanalitico

I moderni studi di psicologia attestano che i videogiochi sono una palestra per la mente, poiché stimolano nell’utente numerose risorse cognitive, destinate ad essere potenziate con la pratica. Tra le cognizioni maggiormente allenate dai videogiochi si ritrovano la memoria, la coordinazione oculo-motoria, l’attenzione, il ragionamento e il pensiero multi-tasking, ovvero la capacità di gestire più processi di pensiero contemporaneamente.

Anche funzioni mentali più complesse vengono sviluppate da un uso sano dei videogame, come ad esempio la creatività, il pensiero critico e la capacità di problem solving. 

Si stanno così affermando nuovi utilizzi delle piattaforme di gaming in grado di “allenare” la mente e assicurare benefici cognitivi. Anche grazie a titoli specializzati per questi scopi.

“Serious game” per studenti, ma non solo

Diciamo subito che la “colpa” è degli smartphone: la loro diffusione capillare ha infatti esteso la possibilità di videogiocare anche a utenti che altrimenti non avrebbero mai acquistato una console dedicata ai soli videogame, e le sessioni di gioco a titoli con i propri amici come Fortnite sono diventate tra i giovani una modalità di svago sempre più ricercata, ormai consolidata.

Lo spettro dei fruitori dei videogiochi è aumentato e, con esso, anche l’interesse dei ricercatori scientifici. Infatti, è solo in tempi recenti che la scienza sta gettando luce sui diversi benefici cognitivi che i videogiochi portano con sé, contrapposti agli aspetti di criticità a lungo sottolineati negli anni, poi molto ridimensionati: il medium videoludico non è più visto come uno strumento capace di deviare i giovani, ma una risorsa che garantisce molte possibilità per il benessere e il potenziamento cognitivo.

Ad esempio sono stati sviluppati serious game per aiutare gli studenti con dislessia e discalculia a compensare i propri limiti, e per promuovere l’apprendimento di competenze specifiche.

L’uso dei videogiochi in modo “serio” si ritrova anche in alcune categorie di lavori: uno di questi è il caso degli aviatori e dei simulatori di volo, ma anche dei videogame come League of Legends usati nelle aziende per promuovere tra i dipendenti una coesione lavorativa orientata al compito, nota come “team building”.

E ci sono studi sull’uso dei videogame per il trattamento di attention-decifit disorder.

La sfida di rendere i videogiochi uno strumento utile: come fare

La sfida moderna rispetto ai videogiochi consiste nel riuscire a trasformarli in strumenti utili per la persona, il benessere e la salute. Trasferire ai fruitori le potenzialità di cui i videogame sono portatori e far sì che in questi si sedimentino e crescano è un obiettivo relativo al benessere, inserito nell’ambito dell’empowerment cognitivo. Esiste poi la possibilità di usare i videogiochi in ambito clinico e terapeutico: così come è stato rilevato che il gioco di Tetris è in grado di calmare e portare benefici in pazienti con Disturbo post traumatico da stress, è possibile ottenere lo stesso risultato in altri pazienti, affetti da altre patologie?

Un protocollo che propongo è la V. G. T. – Video Game Therapy, sviluppato grazie all’aiuto di vari collaboratori, tra cui il collega Paolo Di Marco, direttore scientifico del Centro Diurno Spazio Off di Brescia, struttura in cui la V. G. T. – Video Game Therapy viene usata dal 2019. In questo centro diurno essa viene utilizzata nel trattamento di adolescenti a rischio di ritiro sociale o di dipendenza da videogiochi. L’approccio è stato ideato per consentire a persone di ogni età di intraprendere un lavoro introspettivo su di sé, accompagnati da uno psicologo esperto.

Chiedendosi come sia possibile che un risultato del genere si raggiunga attraverso un videogame, scopriamo che «proprio come l’attività di “gioco” consente ai bambini di esprimere inconsciamente aspetti del proprio mondo interno ed esterno, anche i videogiochi garantiscono questo risultato, in quanto sono un “gioco” in ogni modo, ma sono accessibili a utenti di età superiore a quella infantile». Tutto ciò grazie anche al processo di identificazione con i personaggi del videogame al quale il giocatore/paziente gioca, caratterizzati molto spesso da storie intense degne di Hollywood, e proprio per questo utili a identificare e nominare emozioni spesso trascurate o ignorate.

Videogiochi, così ci aiutano a essere empatici. Cinque esempi

Videogioco, strumento relazionale

Essere immersi in questi scenari rende il giocatore una figura attiva nella storia che, mentre gioca, sta vivendo, e diventa interessante comprendere la sua idea singolare di quella storia specifica, al fine di trovare dei collegamenti con la propria storia di vita. In sostanza, nella V. G. T. – Video Game Therapy vi è quindi la possibilità di un doppio livello: il primo è l’essere nella fiaba (storia), in un ambiente virtuale presente e già costruito a priori digitalmente, il secondo livello è invece rappresentato dell’agire nella fiaba, attraverso l’attivazione del proprio Sé Creativo che diventa “ponte” tra ciò che è intrapsichico e ciò che non lo è, attraverso la mediazione dell’Altro da Sé.

Modalità terapeutica congrua anche per persone adulte. La popolarità dei videogiochi tra i ragazzi rende per loro piacevole scambiare opinioni sui loro titoli preferiti con il curante, favorendo un’alleanza. Infine, l’attività di giocare in sé motiva i partecipanti a proseguire nel trattamento, contrastando l’abbandono precoce del percorso terapeutico.

In conclusione

In conclusione, è possibile usare i videogiochi come strumento relazionale che permette allo psicologo di usare il videogioco come mezzo per aiutare una persona a sviluppare competenze sociali, cognitive ed emotive, il tutto in un setting specifico.

Si tratta, dunque, di usare i videogiochi in una pratica clinica e terapeutica di matrice relazionale, per aiutare una persona in difficoltà a ragionare sulle risorse, cognitive ed emotive, che lei stessa esercita nell’attività del videogiocare, e fare in modo che se ne renda conto, per poi appropriarsene.

BIBLIOGRAFIA

Bocci F. (a cura di) (2019). Dentro il videogioco. Viaggio nella psicologia dei videogiochi e nei suoi ambiti applicativi. Ananchè Lab, Torino

Bocci, F., Sala, E. (2019). Il videogioco come strumento creativo e terapeutico in Psicologia Individuale; l’approccio della Video Game Therapy. Rivista di Psicologia Individuale della Società Italiana di Psicologia Individuale, N. 86, pp. 53-65.

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