L'approfondimento

NFT, qual è il vero valore della digital art: ecco come cambia la valutazione

L’esplosione del fenomeno NFT ha spinto a considerare un nuovo paradigma del valore relativo alle opere nell’ambito della digital art: si passa dalla valutazione estetica a ciò che la creazione rappresenta in termini di appartenenza a una comunità, servizi o diritti

14 Feb 2022
Pietro Azzara

fondatore di Blockchain Forum Italia e Presidente di Italia4Blockchain

Tutto il mondo ha sentito parlare di blockchain, NFT e Digital Art quando Christie’s ha battuto all’asta la celeberrima opera di Beeple per 69,346,250.00 dollari l’anno scorso: per molto tempo ancora questo fenomeno farà parlare, perché riesce a coniugare l’arte e la cultura con mondi che sembravano distanti anni luce, come le innovazioni tecnologiche, l’economia e la finanza.

Chi pensava a una moda di brevissima durata si deve essere ricreduto per la notizia, di questi giorni: CryptoPunk #5822 venduto a 8000 ETH, l’equivalente di 23,3 milioni di dollari a Deepak Thapliyal, CEO di Chain. 

È evidente che non dobbiamo applicare i criteri tradizionali nella valutazione estetica della digital art. Parliamo infatti di un vero e proprio cambio di paradigma, una fenomenologia nuova che riguarda il valore, che passa dal materiale, dalla tela o dal foglio, alla rappresentazione di qualcosa, che in fondo è ciò che interessa veramente: l’appartenenza a una comunità, a un diritto, a un servizio.

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NFT e digital art, la diffusione

Un report di Cointelegraph Research ha analizzato i picchi di interesse del pubblico rispetto al fenomeno della digital art e ha rilevato con sorpresa che questi non corrispondono ad un uso diffuso della tecnologia: solo il 2% degli americani infatti è proprietario di Nft e si tratta per lo più esclusivamente di utenti crypto-nativi, che già usano servizi blockchain in altri ambiti e sono avvezzi all’uso delle criptovalute. La spiegazione dei picchi di interesse sta quindi nella diffusione di notizie sui mass-media e sui social network.

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Nonostante si tratti ancora di un fenomeno di nicchia e siano ancora molti gli elementi di incertezza da parte di chi ritiene quella dei “token non fungibili” e dell’arte digitale una bolla destinata a scoppiare molto presto, gli Nft hanno visto una crescita di popolarità nel settore dell’arte soprattutto perché rispondono all’esigenza reale di portare “scarsità” nella dimensione dell’arte digitale: spiegato più semplicemente nulla è scarso su internet quindi si fatica ad attestare e dimostrare il valore di un bene che è replicabile all’infinito o disponibile in quantità enormi. Il vero plus dell’arte digitale invece è proprio la scarsità garantita dagli Nft, che non somno altro che dei pezzi-codice, contenitori di metadati sulla blockchain, collegati a un bene conservato altrove. Per dirla in modo tecnico ma comprensibile “i token non fungibili sono un atto di proprietà programmabile di un bene, basato su blockchain. Ogni atto è diverso dall’altro ed è proprio la non fungibilità (da qui il nome) che li rende particolarmente adatti a risolvere le esigenze del mondo dell’arte. Grazie alla certificazione dell’unicità e dell’autenticità delle opere, il tracciamento della proprietà, la possibilità di monetizzare dalle vendite secondarie, gli Nft sono lo strumento perfetto per l’innovazione e la sperimentazione.

Il valore degli NFT

Ma cosa rende tanto particolare e tanto pregiato un collage di jpg da essere scambiato a prezzi così esorbitanti? Perché dovremmo considerarla arte se manca la materialità dell’opera? Perché considerare pezzi di valore questi elaborati in forma di Nft che appaiono così dozzinali? Sono le critiche più ricorrenti dei detrattori di questa innovazione. La risposta, a mio avviso, è la seguente: gli Nft non solo consentono agli artisti digitali di guadagnare direttamente dai propri contenuti, pubblicandoli e vendendoli senza il bisogno di intermediari, ma permettono di creare intere collezioni e progetti complessi intorno all’opera. Questo dà vita a un circolo virtuoso di scambio di valore tra persone interessate con la formazione di vere e proprie comunità intorno a un artista e alle sue opere. Tant’è che un Nft non rappresenta solo l’acquisto di un’opera digitale, ma anche la possibilità di accedere a contenuti esclusivi, incontri, mostre ecc.

Le origini

Contrariamente a quanto si possa pensare gli NFT non nascono nel 2021 con l’asta di Christie’s e con l’opera Everydays: The First 5000 days. Molto prima della sua recente popolarità, infatti, questo particolare tipo di token aveva già trovato use-case in vari ambiti e generato grandi aspettative nelle menti degli addetti ai lavori. Per raccontare la storia dai suoi albori, una prima versione degli NFT è stata teorizzata da Hal Finney, colui che tanti credono essere il fantomatico Satoshi Nakamoto, creatore del bitcoin, che nel 1993 parlava di “Crypto Trading Cards“. L’idea degli Nft come li conosciamo oggi avrebbe visto un vero e concreto sviluppo già nel 2012 con Colored Coins, progetto però troppo precoce rispetto ai tempi e mai decollato: si trattava infatti di token che avrebbero dovuto rappresentare beni del mondo reale, come immobili, materie prime e obbligazioni, ma a cui in pochi credettero.

Più fortuna ha avuto in seguito la creazione di Nft su Ethereum (un tipo di blockchain programmabile) dove nel 2015 sono stati lanciati i primi Nft, quelli di Etheria, che seguono un concetto simile a quello di The Sandbox e altre piattaforme che oggi vanno per la maggiore: ogni token rappresentava un appezzamento virtuale di terra, porzioni che nessuno ha reclamato fino ad ora. Nel 2016 è emerso il progetto Rare Pepe, il primo esperimento di crypto-art sulla blockchain. Prima di Rare Pepe, in realtà era stato lanciato Spells of Genesis, e con essa è stata creata la prima piattaforma al mondo che consentiva l’invio di opere d’arte (o più propriamente collezionabili digitali) da parte degli utenti sulla blockchain.

Nel 2017 si inizia a parlare veramente di NFT con i CryptoPunks e i CryptoKitties, progetti importanti che ancora vengono utilizzati come esempio quando si cerca di spiegare i non-fungible token. Ben presto però l’interesse verso questi token è diminuito e solo a fine 2020 si è tornati a parlare di loro grazie alle cifre sbalorditive con cui sono stati acquistati e venduti.

Quale futuro per NFT e digital art

Se il passato e il presente degli Nft sono costituiti dai collezionabili digitali, il futuro sembra essere intrecciato con quello del Metaverso e della DeFi, la Finanza Decentralizzata. Gli Nft rappresentano una chiave importante per accedere al cripto-spazio in cui le persone potranno interagire tra loro con oggetti digitali e, indirettamente, con il mondo fisico attraverso i loro avatar. Il legame tra l’identità delle persone e gli avatar digitali sarà sempre più sottile: ci sarà bisogno di unicità, quella propria e tipica degli NFT.

I token non fungibili in futuro potrebbero fornire contributi eccezionali alla crescita della finanza decentralizzata assumendo un ruolo centrale nel sistema finanziario in continua evoluzione. Potrebbero infatti favorire i prestiti e gli scambi peer-to-peer diventando garanzie e in modo collaterale. D’atro canto l’arte tradizionale è stata usata convenzionalmente come tale nel mondo reale. Pertanto, la transizione degli Nft nel dominio della DeFi sembra sicuramente una prospettiva verosimile.

L’impatto sociale degli NFT

Se proviamo a guardare gli Nft come si presentano in questo momento vediamo un allontanamento dall’arte tout court e un avvicinamento (o ritorno alle origini?) al mondo del collezionismo. Intorno agli NFT infatti si stanno creando vere e proprie comunità in cui gli oggetti digitali da collezione si stanno trasformando in beni da far sfoggiare ai propri avatar nel futuro “metaverso”. “Vengono acquistati soprattutto da personaggi facoltosi e celebrities che li usano come “casinò” e che in questo modo ne sviliscono il valore”. Sostiene Vitalik Buterin, co-fondatore di Ethereum.

A mio parere invece gli Nft potrebbero e dovrebbero costituire un bene sociale. Non ci serve andare tanto lontano per individuare progetti in cui gli Nftcontribuiscono a cause importanti. Pensiamo a quando la crypto-arte ha supportato la Sardegna colpita dai roghi: abbiamo visto Antonio Marras, il duo italiano Hackatao e tanti altri artisti mettere a disposizione le proprie creazioni per raccogliere fondi. Recentemente, inoltre, a unire l’innovazione con ciò che fa bene a tutta la società ci ha pensato Le Village by Crédit Agricole Milano, che in occasione del suo compleanno il 2 dicembre scorso ha organizzato Innov’ Art Nft Charity Event, una vendita benefica in collaborazione con Fondazione Francesca Rava e Polyhedra. Attraverso la piattaforma MUSAnft, sviluppata da Blockchain Italia.io, si potevano acquistare le copie digitali di opere di artisti di tutto rispetto (come Anna Paola Cibin, artista tessile veneziana divenuta famosa in tutto il mondo; Andrea Viviani, Riccardo Gusmaroli e Daniela Papadia): con l’acquisto dell’opera si potevano sostenere percorsi di rieducazione e reinserimento sociale per i minori in carcere. La scelta della piattaforma per la vendita e creazione di NFT è ricaduta su MUSAnft perché, insieme alla sostenibilità sociale, la fondazione ha scelto anche quella ambientale: MUSA è l’unica piattaforma italiana che crea NFT a impatto ambientale zero, sulla blockchain di Algorand.

Conclusione

Concludendo, penso che se si riuscisse a integrare l’esposizione di Nft nei profili dei principali social network, consentendo agli utenti di far vedere le opere in cui hanno investito denaro, questo approccio potrebbe contribuire in modo sostanziale alla diffusione e alla nascita di progetti ad alto impatto sociale grazie all’attenzione generata.

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