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Data center in Italia, quale ruolo per le regioni: il caso della Lombardia



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La Lombardia concentra autorizzazioni e controlli per i grandi data center, fissando tempi, vincoli ambientali e regole energetiche. Il campus di Digital Realty ad Abbiategrasso può rendere più policentrica la rete regionale, mentre il Piemonte avvia un percorso simile e cresce l’esigenza di una regia nazionale

Pubblicato il 7 set 2026

Alessandro Talotta

Managing Director Amministratore delegato Digital Realty Italy



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La Lombardia prova a trasformare la crescita dei data center da fenomeno gestito progetto per progetto in una vera politica industriale e territoriale. Le linee tecnico-amministrative in via di approvazione concentrano in un solo iter Aia, Via e titoli necessari ai grandi progetti, con tempi definiti e regole su emissioni, energia, acqua e recupero del calore.

Una svolta positiva per gli operatori, nata dalla pressione industriale dell’area milanese. Il campus di Digital Realty ad Abbiategrasso può allargare la geografia regionale dell’interconnessione. Il Piemonte comincia a seguire la stessa strada, ma per evitare venti modelli differenti serve una regia nazionale.

Gli obiettivi

Le linee di indirizzo tecnico-amministrativo in via di approvazione rappresentano il tassello operativo della legge regionale 11 del 3 giugno 2026 e definiscono il funzionamento del procedimento unico per la realizzazione, l’ampliamento e l’esercizio delle infrastrutture digitali soggette ad Autorizzazione integrata ambientale.

L’obiettivo è concentrare in un solo percorso amministrativo le autorizzazioni ambientali, la valutazione di impatto, i titoli edilizi e paesaggistici, i pareri antincendio, le concessioni idriche, le autorizzazioni per i depositi di combustibile e quelle relative alle reti di connessione elettrica. Il procedimento sarà coordinato dallo Sportello unico regionale per i data center e dovrebbe concludersi entro dieci mesi dalla verifica della completezza della documentazione. Soltanto in circostanze eccezionali sarà possibile una proroga, comunque non superiore a tre mesi.

Per gli operatori è una novità positiva. Non perché elimini i controlli — al contrario, il documento precisa numerose condizioni tecniche e ambientali — ma perché introduce un interlocutore riconoscibile, una sequenza procedurale e un orizzonte temporale.

Per investimenti che richiedono capitali elevati, grandi quantità di energia, opere di rete e una pianificazione pluriennale, la prevedibilità amministrativa può valere quanto un incentivo economico. Un procedimento rigoroso ma leggibile è preferibile a un sistema apparentemente meno prescrittivo, ma caratterizzato da competenze sovrapposte, interpretazioni difformi e tempi difficili da stimare.

Data center in Lombardia: la soglia dei 50 MW termici

Il discrimine individuato dalle linee non è la potenza informatica del data center e neppure la capacità della connessione elettrica. A determinare l’applicazione dell’Aia è la potenza termica nominale complessiva degli impianti di combustione presenti nel sito, costituiti nella maggior parte dei casi dai gruppi elettrogeni di emergenza.

Nel calcolo devono essere conteggiati tutti i generatori installati, compresi quelli ridondanti e indipendentemente dal loro utilizzo effettivo. È un punto particolarmente importante, perché i grandi data center sono progettati con livelli molto elevati di ridondanza: apparati che nella normale attività restano spenti concorrono comunque a definire la dimensione ambientale dell’installazione.

Quando la potenza termica complessiva è pari o superiore a 50 MW e inferiore a 300 MW, l’Aia e il procedimento unico sono di competenza della Regione. Dai 300 MW termici in su la competenza ambientale passa allo Stato. Sotto i 50 MW il progetto resta invece fuori dal procedimento unico previsto dal decreto nazionale e continua a seguire gli iter settoriali, tra cui l’Autorizzazione unica ambientale, i titoli edilizi e le autorizzazioni alle emissioni.

Il nuovo sportello, dunque, non sarà universale. È pensato principalmente per le infrastrutture di maggiore rilevanza ambientale, mentre i progetti più piccoli continueranno a confrontarsi con una pluralità di percorsi.

Questa distinzione rappresenta anche uno dei punti che il settore dovrà osservare con maggiore attenzione. Due data center simili per capacità informatica potrebbero ricadere in regimi diversi in base al numero, alla potenza e alla configurazione dei generatori. Sarà quindi essenziale che il metodo di calcolo venga applicato in modo stabile e uniforme.

Data center in Lombardia: controlli ambientali e procedimento unico

La rilevanza delle linee lombarde non consiste soltanto nella concentrazione delle autorizzazioni. La parte tecnica affronta alcuni dei nodi più delicati nel rapporto tra data center, ambiente e territorio.

Le prove brevi non potranno interessare contemporaneamente più generatori e quelle lunghe dovranno essere pianificate tenendo conto delle condizioni atmosferiche e della capacità di dispersione degli inquinanti. Il documento suggerisce inoltre di privilegiare le ore centrali della giornata e, per alcuni test, la stagione estiva.

È un cambio di prospettiva rilevante. Non si considera più soltanto l’impatto del singolo edificio, ma quello cumulativo dei campus concentrati nella stessa area. È una questione destinata a diventare centrale nei distretti digitali, dove la presenza di numerosi impianti può produrre effetti territoriali differenti da quelli risultanti dalla semplice somma delle singole autorizzazioni.

Le linee dedicano inoltre ampio spazio ai depositi di gasolio utilizzati per alimentare i sistemi di backup. Sono previste indicazioni su serbatoi fuori terra e interrati, vasche di contenimento, sistemi di rilevamento delle perdite, protezione delle acque sotterranee e monitoraggio della falda. Oltre determinate quantità di combustibile entrano in gioco anche la disciplina Seveso e gli obblighi relativi agli impianti a rischio di incidente rilevante.

La semplificazione amministrativa lombarda non coincide quindi con una riduzione delle tutele. Il modello è piuttosto quello di una verifica unitaria, nella quale i diversi controlli restano presenti ma vengono coordinati all’interno di un solo procedimento.

Data center in Lombardia: energia e recupero del calore

La legge regionale individua tra le proprie finalità la crescita del sistema produttivo, la rigenerazione delle aree dismesse, la riduzione del consumo di suolo, la salvaguardia delle risorse idriche e il miglioramento dell’efficienza energetica. Promuove inoltre il ricorso a fonti a impatto carbonico neutrale e il recupero del calore di scarto, anche attraverso reti di teleriscaldamento.

Le linee traducono questi principi nell’obbligo di presentare una relazione energetica. Il proponente deve illustrare le soluzioni adottate per massimizzare la produzione di energia rinnovabile presso il sito, indicare le eventuali modalità alternative di approvvigionamento e motivare il mancato o parziale ricorso all’autoproduzione.

La relazione deve inoltre fornire valutazioni previsionali sugli indicatori di prestazione energetica e ambientale. Quando compatibile con le caratteristiche dell’intervento, deve essere accompagnata da uno studio di fattibilità per il recupero e il riutilizzo del calore, con particolare attenzione al possibile collegamento con reti di teleriscaldamento o con altre utenze.

Gli impatti sulle imprese

Per le imprese sono adempimenti ulteriori, ma anche strumenti per aumentare l’accettabilità degli investimenti. Un data center che contribuisce alla rigenerazione di un’area dismessa, fornisce calore a edifici pubblici o attività produttive e finanzia nuove infrastrutture può restituire al territorio benefici più facilmente riconoscibili.

Il punto è particolarmente importante perché le ricadute economiche dei data center non sono sempre immediatamente visibili a livello locale. Il valore strategico di queste infrastrutture è elevato, ma l’occupazione diretta durante l’esercizio è generalmente meno intensa rispetto a quella di altre attività industriali che utilizzano superfici analoghe. Diventa quindi essenziale costruire un rapporto con il territorio basato anche su reti, riqualificazione, energia e servizi condivisi.

Perché la Lombardia guida i data center in Italia

La domanda è inevitabile: perché la Lombardia si è mossa prima delle altre Regioni?

La prima risposta è nei numeri. La Lombardia non sta disciplinando un mercato futuro, ma cerca di governare una concentrazione già in atto. La mappatura presentata nel marzo 2026 dal Politecnico di Milano ha individuato 49 data center attivi nella regione, 33 dei quali nell’area della Città metropolitana. Le strutture milanesi sono distribuite in 32 Comuni e rappresentano circa 414 MW di potenza nominale, pari, secondo la ricerca, al 68% del totale nazionale preso in considerazione. Altri dieci impianti risultavano in costruzione e 23 in valutazione presso gli enti locali.

La Regione deve quindi affrontare contemporaneamente richieste di connessione, consumo di suolo, disponibilità di acqua ed energia, emissioni dei generatori e costruzione di nuove infrastrutture elettriche. La legge regionale è una scelta proattiva, ma anche la risposta a una pressione che i singoli Comuni non possono più governare caso per caso.

La scala dei nuovi investimenti conferma la dinamica. Il 24 luglio 2026 il Consiglio dei ministri ha riconosciuto il preminente interesse strategico nazionale di due programmi localizzati nell’area metropolitana di Milano e in provincia di Vercelli, per circa 8 miliardi di euro complessivi.

Il programma “Equinix per l’Italia” prevede sette nuovi data center nei Comuni di Settimo Milanese e Cusago, per 4 miliardi di euro tra il 2026 e il 2033. Le strutture saranno destinate sia a colocation e connettività per una pluralità di operatori sia a capacità hyperscale per cloud, intelligenza artificiale e grandi piattaforme globali.

La Lombardia ha anticipato le altre amministrazioni perché è il territorio in cui la crescita del settore ha raggiunto per prima una dimensione sistemica. Non intervenire avrebbe significato lasciare che decisioni con conseguenze sovracomunali venissero negoziate attraverso strumenti pensati per singoli insediamenti industriali.

Data center in Lombardia: Abbiategrasso e una rete più policentrica

All’interno di un mercato fortemente concentrato intorno ai cluster consolidati dell’area metropolitana, il polo emergente di Abbiategrasso può assumere un significato particolare.

Digital Realty ha acquisito due aree nel territorio comunale, distanti circa un chilometro tra loro, sulle quali intende sviluppare il proprio primo campus nell’area milanese. La fase iniziale prevede una struttura da 8 MW, con apertura programmata nel 2028 e un’offerta concentrata su colocation e interconnessione. Lo sviluppo successivo dell’area più grande potrà portare il campus fino a una capacità complessiva di 84 MW.

La rilevanza dell’operazione non dipende soltanto dalla potenza prevista. La scelta di Abbiategrasso può contribuire a rendere la crescita lombarda più policentrica, affiancando ai poli già affermati un nuovo nodo collocato nel quadrante sud-occidentale della Città metropolitana.

Non si può ancora parlare di un riequilibrio dell’intera regione: Abbiategrasso resta parte dell’ecosistema milanese e la concentrazione degli investimenti nell’area metropolitana continuerà a essere dominante. Il progetto segnala però la possibilità di allargare la geografia delle infrastrutture e di distribuire capacità, reti e opportunità in territori diversi dai cluster storici.

Interconnessione e corridoio sud-occidentale

L’obiettivo dichiarato è favorire la formazione di una nuova comunità di operatori di rete, fornitori cloud, piattaforme di contenuti e imprese, aumentando la diversità e la resilienza dell’ecosistema digitale.

È un elemento che distingue il progetto da un insediamento concepito prevalentemente per ospitare la capacità di un singolo cliente hyperscale. La prima fase di Abbiategrasso punta sul modello carrier-neutral e sull’interconnessione: un ambiente nel quale operatori di telecomunicazioni, cloud provider, piattaforme digitali e clienti aziendali possono collegarsi tra loro e accedere a una pluralità di reti.

L’effetto potenziale non si misura quindi soltanto attraverso l’aumento dei megawatt installati. Un campus di interconnessione può diventare un punto di aggregazione per nuove dorsali in fibra, ridurre la dipendenza da pochi percorsi e aumentare le possibilità di accesso ai servizi digitali per le imprese.

La prospettiva

Digital Realty intende integrare Abbiategrasso nella propria piattaforma internazionale, affiancandolo alla presenza in costruzione a Roma e agli altri poli mediterranei del gruppo. Il nuovo campus può così svolgere una funzione di collegamento tra il Nord Italia, gli approdi dei cavi sottomarini liguri e i principali ecosistemi cloud europei.

In questa prospettiva, il progetto può aiutare a costruire un modello regionale più diversificato: Milano resta il principale mercato nazionale, mentre poli come Abbiategrasso possono svolgere funzioni complementari, aprendo corridoi di connettività alternativi e assorbendo nuova capacità.

Perché si produca un vero sviluppo territoriale, tuttavia, non è sufficiente spostare geograficamente gli edifici. L’investimento dovrà essere accompagnato dalla crescita delle reti elettriche e in fibra, dalla riqualificazione delle aree, dalla formazione di competenze e da relazioni strutturate con imprese e amministrazioni locali.

La sfida della Regione sarà quindi fare in modo che i nuovi poli non rappresentino soltanto una dispersione della capacità installata, ma generino infrastrutture condivise e opportunità economiche. Proprio qui il procedimento unico e la pianificazione sovracomunale possono dimostrare la loro utilità.

Data center in Lombardia: perché le altre Regioni attendono

La seconda ragione dell’attivismo lombardo è il carattere recente del quadro nazionale. Il procedimento unico è stato introdotto soltanto nel 2026 e le Regioni hanno avuto pochi mesi per valutarne gli effetti, organizzare gli uffici e coordinare le competenze regionali con quelle ministeriali.

Il quadro, inoltre, non è ancora completamente stabilizzato. Al Senato è in corso l’esame del disegno di legge che delega il Governo in materia di organizzazione, potenziamento e sviluppo tecnologico dei centri di elaborazione dati. L’iter in Commissione è ripreso il 23 giugno 2026.

È comprensibile che alcune Regioni scelgano di attendere, per evitare di approvare discipline destinate a essere rapidamente coordinate o modificate sulla base della futura normativa nazionale.

La Lombardia ha deciso di assumersi questo rischio perché la pressione degli investimenti rendeva più costoso non intervenire. Nei territori in cui i progetti sono ancora pochi, l’attesa può apparire amministrativamente razionale.

Non tutte le Regioni, inoltre, partono dallo stesso modello. Alcune dispongono già di procedimenti autorizzatori generali capaci di riunire la Via e altri titoli necessari. Questi strumenti non sostituiscono una politica specifica per i data center, ma possono ridurre la necessità percepita di creare immediatamente uno sportello settoriale.

Infine, in molte aree italiane il fenomeno presenta ancora caratteristiche differenti. Alcuni territori hanno sviluppato infrastrutture di calcolo per la ricerca, la pubblica amministrazione o il supercomputing, ma non stanno ancora affrontando una concentrazione di campus privati hyperscale paragonabile a quella milanese.

Il Piemonte segue il modello lombardo per i data center

La Lombardia, tuttavia, non è più completamente sola. Il Piemonte ha avviato il 15 luglio 2026 una consultazione pubblica su un disegno di legge regionale dedicato all’insediamento dei data center, invitando cittadini, imprese, associazioni ed enti locali a presentare osservazioni entro il 31 luglio.

La scelta coincide con l’arrivo di progetti di dimensione sistemica. Nell’area dell’ex centrale Galileo Ferraris di Trino, in provincia di Vercelli, è prevista la realizzazione del Cavour Hyperscale Campus, riconosciuto dal Governo come investimento di preminente interesse strategico nazionale. La Regione Piemonte ha presentato il progetto come un intervento destinato a trasformare il sito in un polo per l’elaborazione dei dati e lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

Il caso piemontese conferma la dinamica lombarda: quando gli investimenti raggiungono una scala tale da incidere su energia, territorio e risorse ambientali, emerge la necessità di una cornice regionale.

La futura disciplina piemontese punta, tra l’altro, a privilegiare sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico, recupero del calore, autoproduzione da fonti rinnovabili e localizzazione nelle aree industriali riqualificate.

Non è quindi corretto affermare che nessun’altra Regione stia seguendo la Lombardia. È più preciso sostenere che la Lombardia ha aperto per prima un percorso che ora comincia a essere osservato e adattato nei territori interessati dai grandi investimenti.

Data center in Italia: seguire la Lombardia senza frammentare le regole

Le altre Regioni dovrebbero seguire la Lombardia? Sì, se “seguire” significa riconoscere che i data center non possono più essere trattati come normali edifici industriali dotati di un grande allaccio elettrico.

No, se significa produrre venti normative autonome, con venti serie di soglie, modulistiche, limiti tecnici e interpretazioni differenti.

Ogni Regione interessata da investimenti significativi dovrebbe almeno disporre di una mappatura aggiornata degli impianti e delle richieste di connessione, di un punto unico di interlocuzione e di criteri per valutare gli effetti cumulativi di più progetti. Dovrebbe inoltre incrociare disponibilità energetica, infrastrutture di rete, risorse idriche, consumo di suolo e possibilità di recupero del calore.

Non tutte hanno però bisogno di riprodurre integralmente la legge lombarda. Il valore del modello è prima di tutto metodologico: anticipare gli impatti, coordinare le amministrazioni e collegare l’accelerazione delle autorizzazioni al rispetto di standard ambientali ed energetici.

Il rischio di una proliferazione non coordinata è evidente. Se ogni territorio stabilisse autonomamente il metodo di calcolo delle potenze, i limiti emissivi, i contenuti delle relazioni energetiche e le condizioni per il recupero del calore, gli operatori si troverebbero davanti a un mosaico ancora più complesso.

Si passerebbe dalla frammentazione dei procedimenti alla frammentazione della regolazione. All’interno di ciascuna Regione lo sportello unico potrebbe rendere più semplice il percorso, ma un investitore dovrebbe confrontare sistemi profondamente diversi prima di scegliere dove localizzare un’infrastruttura.

Potrebbe persino nascere una competizione regolatoria: alcune amministrazioni tentate di attrarre capitali attraverso requisiti meno impegnativi e altre orientate a prescrizioni molto restrittive per rispondere alle opposizioni locali.

Governance dei data center: Stato e Regioni a due livelli

La soluzione più equilibrata è una governance a due livelli.

Allo Stato dovrebbero spettare definizioni comuni, soglie, standard ambientali ed energetici minimi, struttura di base del procedimento unico, raccordo con la programmazione della rete elettrica e monitoraggio nazionale degli investimenti.

Alle Regioni dovrebbero rimanere la pianificazione territoriale, l’individuazione delle aree, il coordinamento tra i Comuni, le misure di compensazione e l’adattamento delle condizioni alle caratteristiche locali.

Il ruolo delle linee lombarde

In questo schema, le linee lombarde possono diventare un laboratorio nazionale. I primi procedimenti consentiranno di capire se il termine di dieci mesi è realistico, come funzionerà il raccordo con le valutazioni statali e quali prescrizioni potranno trasformarsi in standard replicabili. Consentiranno anche di valutare se la Regione riuscirà a promuovere una crescita meno concentrata. Il polo di Abbiategrasso è da questo punto di vista un test significativo: non soltanto nuova capacità, ma un nuovo nodo di interconnessione collocato lungo un corridoio strategico per i traffici digitali.

La pianificazione funziona quando precede la saturazione delle reti e il conflitto con i territori, non quando tenta di correggerli dopo. La crescita di poli come Abbiategrasso indica che la Lombardia può andare oltre la semplice espansione dei cluster storici, costruendo un sistema più policentrico, diversificato e resiliente.

Perché questo avvenga, le nuove localizzazioni dovranno però essere valutate non soltanto in base ai megawatt disponibili. Conteranno la capacità di generare interconnessione, riqualificazione territoriale, percorsi di rete alternativi, infrastrutture condivise e opportunità per le economie locali.

Lo scenario italiano

I data center sono ormai infrastrutture essenziali per cloud, intelligenza artificiale, servizi digitali e sovranità dei dati. Allo stesso tempo incidono su energia, ambiente e territorio. La loro autorizzazione non può essere né una corsa senza condizioni né un percorso amministrativo indefinito.

La Lombardia sembra avere compreso per prima che attrazione degli investimenti e regolazione degli impatti non sono obiettivi alternativi. Un quadro rigoroso può essere favorevole al mercato quando rende chiari in anticipo requisiti, responsabilità e tempi.

La valutazione per il settore è dunque positiva, a condizione che lo Sportello unico disponga di personale e competenze sufficienti, che la conferenza di servizi produca decisioni effettive e che le regole siano applicate in modo uniforme.

Le altre Regioni dovranno osservare con attenzione, senza attendere che i problemi raggiungano la stessa intensità registrata nell’area milanese. La Lombardia non deve diventare un’eccezione isolata e neppure un modello da copiare parola per parola. Deve essere il primo banco di prova di una politica italiana dei data center nella quale lo Stato garantisca uniformità e le Regioni governino le specificità territoriali.

Senza questo passaggio, l’Italia rischia di essere efficace nel riconoscere la strategicità dei singoli investimenti, ma ancora incapace di costruire una strategia complessiva per le infrastrutture che sosterranno la crescita dell’economia digitale.

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