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Organizzazioni agentiche: l’IA cambia lavoro, consumi e brand



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Una ricerca internazionale di Hotwire, ROI·DNA e House of Beautiful Business analizza l’ascesa delle organizzazioni agentiche. L’intelligenza artificiale emerge come attore attivo nei processi aziendali, con effetti su lavoro, ruoli, consumi, brand e gestione delle decisioni

Pubblicato il 16 giu 2026

Beatrice Agostinacchio

Managing Director Italy & Spain di Hotwire



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Rispetto al suo esordio mainstream, l’intelligenza artificiale ha rapidamente cambiato natura, passando da tecnologia di supporto a leva strategica per il business. Per comprendere la portata di questa trasformazione, Hotwire – insieme a ROI·DNA e House of Beautiful Business – ha condotto una ricerca internazionale su 900 professionisti tra Stati Uniti, Europa e Singapore, con l’obiettivo di indagare l’ascesa delle cosiddette organizzazioni agentiche.

Il focus dello studio è chiaro: analizzare come l’IA stia evolvendo da semplice strumento a soggetto attivo nei processi organizzativi, influenzando lavoro, decisioni e comportamenti di consumo. Ne emerge la fotografia di un cambiamento già in corso, in cui esseri umani e sistemi intelligenti condividono sempre più funzioni e responsabilità.

Un’IA che trasforma il lavoro: tra empowerment e ridefinizione dei ruoli

Uno degli elementi centrali riguarda l’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro. Infatti, l’adozione diffusa di strumenti basati sull’IA sta modificando concretamente il modo in cui le persone svolgono le attività quotidiane e percepiscono il proprio ruolo, tanto che il 69% degli intervistati dichiara di sentirsi più autonomo grazie all’IA, con effetti su velocità (78%), qualità dei risultati (60%) e creatività (58%).

Allo stesso tempo, questa evoluzione introduce una tensione significativa: il 56% dei professionisti ritiene che, entro cinque anni, l’IA sarà in grado di svolgere gran parte o la totalità del proprio lavoro. La coesistenza tra aumento delle capacità e percezione di sostituibilità segnala un cambiamento strutturale nel rapporto tra persone e tecnologia, soprattutto nelle attività più standardizzabili.

Questa tensione emerge soprattutto nel confronto tra livelli organizzativi: infatti, tra i senior leader, il 76% afferma di sentirsi più “empowered” grazie all’IA e oltre due terzi rilevano un impatto positivo anche sulla creatività. Nei livelli operativi, invece, la percezione cambia: solo il 43% si sente realmente supportato dall’IA, mentre la maggioranza (57%) si divide tra un’esperienza ambivalente e l’assenza di benefici concreti.

Ne emerge un impatto non uniforme: per i ruoli più senior, coinvolti in attività strategiche, l’IA rappresenta un acceleratore; per i profili più operativi, maggiormente esposti all’automazione, si rafforza una percezione di competizione diretta, mentre per i ruoli più senior, spesso coinvolti in attività strategiche e decisionali, l’intelligenza artificiale rappresenta un acceleratore. È quindi chiaro che il passaggio a modelli agentici impone una ridefinizione profonda del valore del contributo umano e delle dinamiche organizzative.

Da strumento a collega: verso modelli di lavoro ibridi

Nel contesto lavorativo, la relazione tra persone e intelligenza artificiale sta evolvendo oltre la dimensione puramente strumentale. Secondo la ricerca, il 21% dei professionisti percepisce già l’IA come una presenza attiva nel lavoro quotidiano, mentre un ulteriore 14% la considera un vero e proprio decisore.

Questa evoluzione si riflette anche nella disponibilità ad accogliere l’IA nei team: il 62% si dice favorevole all’introduzione di un “dipendente virtuale” per la gestione delle attività quotidiane, mentre una quota significativa è aperta a modelli in cui sistemi intelligenti assegnano compiti o valutano le performance (43% favorevole e 27% possibilista). Si tratta di segnali di un cambiamento culturale profondo, in cui il concetto di team si amplia oltre i confini dell’umano.

Si afferma così un modello organizzativo ibrido, in cui esseri umani e sistemi intelligenti collaborano nella generazione di risultati. Gli agenti di IA non si limitano più a eseguire istruzioni, ma partecipano ad attività complesse come analisi, pianificazione e supporto decisionale, talvolta coordinandosi tra loro per raggiungere obiettivi comuni.

Ne deriva una progressiva redistribuzione dell’“agency”, ovvero della capacità di agire e decidere: non è più esclusivamente umana, ma condivisa. Questo sposta il focus dall’esecuzione all’orchestrazione, con gli esseri umani sempre più chiamati a supervisionare e progettare i processi, mentre l’IA gestisce una parte crescente delle attività operative.

L’IA entra nelle decisioni di consumo e ridefinisce il ruolo dei brand

L’impatto dell’IA si estende anche ai comportamenti di consumo: basti pensare che l’82% degli intervistati utilizza strumenti di intelligenza artificiale per orientare le proprie scelte di acquisto, che si tratti di viaggi, prodotti o servizi.

Il 32% si dichiara inoltre disposto a lasciare che un assistente IA effettui acquisti in autonomia, mentre una quota ulteriore si mostra possibilista. Le decisioni non sono quindi più esclusivamente umane, ma sempre più mediate – e in alcuni casi delegate – a sistemi intelligenti che analizzano opzioni e agiscono per conto dell’utente.

È quindi evidente che gli agenti di IA diventano così intermediari centrali tra aziende e consumatori: non si limitano a restituire informazioni, ma interpretano contenuti, filtrano opzioni e influenzano direttamente la scelta finale. Per le organizzazioni, questo implica un cambiamento sostanziale: non basta più comunicare con le persone, bisogna essere rilevanti anche per i sistemi intelligenti che mediano la relazione.

Non a caso, il 60% delle aziende monitora come gli agenti di IA descrivono il proprio brand, anche se il 22% ritiene che queste sintesi non lo rappresentino correttamente. Le descrizioni generate tendono infatti a privilegiare elementi strutturati, rischiando di semplificare gli aspetti più distintivi dell’identità di marca.

Ne deriva un nuovo scenario competitivo in cui visibilità e rilevanza dipendono anche dalla capacità di essere selezionati dagli algoritmi. I brand devono quindi ripensare il proprio posizionamento, lavorando non solo sulla comunicazione, ma anche sulla qualità, struttura e accessibilità delle informazioni.

Verso le organizzazioni agentiche

La ricerca delinea un quadro chiaro: stiamo entrando nell’era delle organizzazioni agentiche, in cui l’IA non è più uno strumento, ma un attore attivo nell’impresa e nel mercato, che da un lato amplia il potenziale umano e dall’altro redistribuisce il potere decisionale e ridefinisce i ruoli, introducendo nuovi equilibri tra autonomia tecnologica e controllo umano.

La sfida non è più decidere se adottare l’IA, ma come governarla. Per ottenere un vantaggio competitivo significativo le organizzazioni dovranno integrare efficacemente esseri umani e sistemi intelligenti, progettando modelli in cui l’agency sia realmente condivisa. Il vero elemento distintivo non sarà la tecnologia in sé, ma la capacità di orchestrarla, mantenendo la centralità umana, la chiarezza dei valori e la responsabilità nella gestione di un ecosistema sempre più ibrido.

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