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Autonomia tecnologica Ue, i quattro settori del nostro risorgimento



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La pressione geopolitica spinge l’Europa a costruire autonomia tecnologica. Quattro settori strategici guidano il riposizionamento: tecnologie verdi, difesa, deep tech e spazio. Il nodo centrale resta la riforma della spesa pubblica come leva industriale

Pubblicato il 14 mar 2026

Marco Gambaro

professore di Economia dei Media all’Università degli Studi di Milano



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Negli ultimi mesi il contesto internazionale ha imposto all’Europa una riflessione urgente sulla propria autonomia tecnologica.

I dazi dell’amministrazione Trump hanno trasformato il commercio transatlantico in un campo minato; la guerra in Ucraina ha dimostrato quanto la dipendenza da infrastrutture e forniture straniere possa diventare una vulnerabilità esistenziale; il conflitto in Medio Oriente ha ridisegnato gli equilibri energetici globali.

Sullo sfondo, il deterioramento del rapporto tra le due sponde dell’Atlantico ha reso evidente ciò che molti preferivano non vedere: dipendere da tecnologie americane — dai software militari ai modelli di intelligenza artificiale, dai sistemi satellitari ai cloud provider — non è solo una scelta commerciale, ma una scommessa geopolitica che ora appare più incerta

Il paradosso europeo: talento e mercato, ma nessun campione globale

Il paradosso europeo è noto, ma non per questo meno frustrante. Il continente dispone di un mercato interno di oltre mezzo miliardo di consumatori, di università competitive a livello mondiale, di una tradizione industriale solida in settori strategici. Eppure quando si tratta di costruire campioni tecnologici globali – le piattaforme digitali, i grandi produttori di semiconduttori, i cloud provider – l’Europa è sistematicamente assente.

La causa non è la mancanza di idee né di talento: è l’incapacità strutturale di far crescere le imprese dalla fase di avvio fino alla scala globale. Il capitale di rischio è più scarso, i mercati finanziari sono frammentati lungo confini nazionali, e la committenza pubblica è storicamente dominata da grandi operatori consolidati.

Tuttavia, qualcosa si muove. I policymaker europei, galvanizzati dalla pressione geopolitica, stanno moltiplicando gli interventi: dal piano per unificare i mercati dei capitali alle modifiche alle regole che governano i fondi pensione, fino a un ripensamento profondo di come la spesa pubblica può diventare una leva di sviluppo industriale.

Tecnologie verdi: dove l’Europa può puntare alla leadership

Ci sono alcuni settori che sembrano guidare questo riposizionamento. Il primo settore in cui l’Europa può ambire a una posizione di leadership è quello delle tecnologie verdi. Il continente ha storicamente investito più di ogni altro blocco nella transizione energetica, e oggi dispone di imprese competitive nelle reti intelligenti, nello stoccaggio dell’energia, nell’idrogeno e nei materiali avanzati per l’industria a basse emissioni.

La pressione di Trump, che ha smantellato la regolamentazione climatica americana, ha paradossalmente rafforzato la posizione relativa delle imprese europee: le startup americane del settore sono in difficoltà, mentre quelle europee continuano a trovare mercato. Le imprese costruite attorno alla disponibilità dei clienti a pagare un sovrapprezzo per la sostenibilità stanno soffrendo.

Reggono invece le tecnologie verdi che rispondono a domande economiche più profonde: efficienza energetica, indipendenza dalle forniture estere, riduzione dei costi industriali. Ed emerge un collegamento con le infrastrutture cloud che sono energivore.

Difesa e startup: il nuovo ecosistema della sicurezza europea

Il secondo settore è quello della difesa, sia per le trasformazioni rese evidenti dalla guerra in Ucraina sia per la necessità dell’Europa di dotarsi di maggiori capacità difensive e militari. Droni autonomi, sistemi di guerra elettronica, munizioni intelligenti sono diventati gli strumenti decisivi, e questi sistemi vengono da startup tecnologiche, non dai grandi contractor tradizionali.

Helsing ad esempio sviluppa droni con sistemi di intelligenza artificiale capaci di operare anche sotto disturbo elettronico. Intorno a lei sono nate decine di imprese simili in Germania, nei Paesi baltici, in Francia, in Polonia. Le startup proliferano, raccolgono capitali, sviluppano tecnologie spesso superiori a quelle dei grandi incumbent — ma faticano a ottenere la committenza pubblica che ne garantirebbe la crescita.

Secondo il rapporto di Bruegel pubblicato a marzo, in Germania, Polonia e Regno Unito la grande maggioranza dei contratti militari va alle prime dieci imprese per volume, in una concentrazione ben superiore a quella americana. Le startup hanno bisogno di quel primo ordine pubblico: è il segnale che permette di tornare sul mercato dei capitali e raccogliere molto di più. Manca ancora, in buona parte d’Europa, la volontà istituzionale di assumersi quel rischio.

Deep tech: spin-off universitari e nuove frontiere dell’innovazione

Il terzo filone è il deep tech in senso lato: fusione nucleare, quantum computing, fotonica, biotecnologie avanzate, intelligenza artificiale applicata a problemi industriali complessi.

Spesso i protagonisti sono spin-off universitari che raccolgono centinaia di milioni per tecnologie considerate fino a pochi anni fa di esclusivo interesse accademico. La quota degli investimenti di venture capital europei destinata a questo tipo di imprese è cresciuta rapidamente, e in alcune nicchie le startup europee competono ormai alla pari con quelle americane.

L’ostilità di Trump alla ricerca scientifica sta accelerando il processo, spingendo talenti e capitali verso il vecchio continente.

Il quarto ambito è quello spaziale, e qui il discorso richiede una distinzione che spesso si perde nel dibattito pubblico.

L’Europa ha una lunga tradizione di eccellenza nella ricerca e nella cooperazione spaziale: Ariane è stata per decenni il vettore di riferimento per i lanci commerciali a livello mondiale; Galileo ha costruito un sistema di navigazione satellitare sovrano; Copernicus fornisce dati di osservazione terrestre di altissimo valore strategico e scientifico.

Ma nell’ultimo decennio il settore ha subito due rivoluzioni tecnologiche che l’approccio istituzionale europeo non è riuscito ad anticipare né a cavalcare in tempo. La prima è la proliferazione delle costellazioni di satelliti in orbita bassa. Starlink ha trasformato la connettività globale e il mercato delle telecomunicazioni spaziali.

La seconda rivoluzione è quella dei razzi recuperabili: il Falcon 9 di SpaceX, con il suo booster che rientra autonomamente sulla piattaforma di atterraggio dopo ogni lancio, ha abbattuto drasticamente i costi di accesso allo spazio, lasciando i lanciatori europei in una posizione di svantaggio competitivo strutturale.

La risposta europea: costellazioni, lanciatori e nuovi modelli industriali

La risposta europea a questo doppio ritardo è in corso. Sul fronte delle costellazioni, l’Unione ha varato IRIS², un programma da oltre dieci miliardi di euro per costruire una propria costellazione di sicurezza e connettività istituzionale, con operatività prevista intorno al 2030. Airbus, Thales e Leonardo stanno lavorando alla fusione delle loro divisioni satellite per creare un polo europeo capace di competere con gli operatori americani.

Eutelsat, che nel 2023 aveva acquisito OneWeb per creare il nucleo di una costellazione LEO europea, sta ricevendo sostegno finanziario massiccio dallo Stato francese, che ne è diventato il primo azionista.

Sul fronte dei lanciatori, il segnale più promettente viene da un cambiamento di metodo più che da un singolo programma.

L’ESA ha per la prima volta strutturato una competizione aperta tra operatori privati — Isar Aerospace, Rocket Factory Augsburg, MaiaSpace, Orbex, PLD Space — con contratti di servizio pluriennali come incentivo, abbandonando il meccanismo del geo-return, quel sistema per cui ogni Stato membro riceveva contratti proporzionali ai propri contributi finanziari, indipendentemente dall’efficienza produttiva.

La riforma della spesa pubblica: la lezione americana che l’Europa sta imparando

Il filo comune che attraversa tutti e quattro i settori è lo stesso: la riforma dei meccanismi con cui la spesa pubblica si trasforma in sviluppo industriale. L’Europa non manca di ricerca, non manca di imprenditoria, e in misura crescente non manca nemmeno di capitali di rischio.

Manca di un sistema efficace per fare in modo che la committenza pubblica favorisca le imprese innovative piuttosto che gli incumbent consolidati. Negli Stati Uniti questo sistema esiste da decenni: la DARPA, i programmi di sostegno alle piccole imprese innovative, la Defense Innovation Unit insediata nel cuore della Silicon Valley. L’Europa sta imparando quella lezione, lentamente, sotto la spinta di una necessità che la geopolitica ha reso improvvisamente urgente.

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