Dopo mesi di corsa sul posto da parte delle istituzioni nazionali (un decreto Bollette in cui si introducono processi autorizzativi brevi non realmente percorribili, una strategia MIMIT rimasta sulla carta e lo stop al Senato della proposta di legge delega bipartisan), la Lombardia ha deciso di non aspettare e ha licenziato una propria normativa regionale sui data center.
È comprensibile. La Lombardia è la regione che ospita la maggior parte dei data center italiani, è la prima regione per attrattività degli investimenti nel settore e si trova quotidianamente a gestire richieste di insediamento, autorizzazioni, conflitti d’uso del suolo. In questo contesto, dotarsi di strumenti propri è una risposta razionale a un’inerzia nazionale che dura da troppo tempo.
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La legge data center Lombardia e il vuoto nazionale
Il problema è che quella risposta razionale è, al tempo stesso, un segnale preoccupante. Se la prima regione d’Italia per infrastrutture digitali deve produrre una legge propria sui data center, significa che il livello nazionale ha abdicato al proprio ruolo di regia. E quando la regia manca al centro, le periferie si organizzano, con tutto ciò che ne consegue in termini di disomogeneità, sovrapposizioni e incertezza per gli investitori.
Cosa funziona: sostenibilità, incentivi e rispetto del territorio
Detto questo, il merito della legge lombarda merita un giudizio separato, e positivo.
Il primo elemento che vale la pena sottolineare è la definizione di data center adottata dal testo, che include anche le strutture edge di piccola dimensione, evitando di costruire una norma pensata solo per i grandi impianti hyperscale. È una scelta tecnica corretta, che riconosce la realtà di un ecosistema infrastrutturale articolato.
Sul fronte ambientale, ho poi apprezzato il divieto esplicito di utilizzo di acque destinate all’uso potabile, di acque superficiali ad uso irriguo e di prelievi da corpi idrici tutelati dalla normativa europea e nazionale per i sistemi di raffreddamento. È una norma che non si limita all’enunciazione di principi generici, ma disegna una linea concreta a tutela delle risorse idriche, che è una delle criticità più rilevanti associate alla crescita dei data center in tutto il mondo.
Altrettanto condivisibile è la scelta di orientare i nuovi insediamenti verso i sedimi industriali dismessi, riducendo il consumo di suolo verde e semplificando al contempo le opere di connessione. E la struttura del mix incentivi-disincentivi, ovvero sburocratizzazione e riduzione del contributo di costruzione per chi si insedia nelle aree idonee, e maggiorazione fino al 75% per chi sceglie aree agricole protette. È esattamente il tipo di leva che da liberale considero preferibile alla pura norma proibitiva: lascia spazio alle valutazioni degli investitori e dei comuni, ma le orienta chiaramente nell’interesse collettivo.
Va riconosciuta, infine, la centralità assegnata ai comuni nell’individuazione delle aree idonee. Sono gli enti locali a conoscere meglio il territorio, e coinvolgerli come protagonisti e non come soggetti chiamati solo a recepire decisioni calate dall’alto, è una scelta di buon senso istituzionale.
Infine, lo Sportello regionale dedicato e la task force tecnica di supporto che verranno istituiti completano un impianto che, per quanto regionale, ha una logica coerente.
Il rischio del patchwork normativo
Eppure, pur riconoscendo il valore tecnico della legge lombarda, è impossibile non sollevare la preoccupazione del rischio sistemico che essa rappresenta.
La Puglia ha già prodotto linee guida proprie. Altre regioni potrebbero seguire. Il risultato – se il livello nazionale continua a non intervenire con una cornice organica – sarà un patchwork normativo che porterà un investitore che voglia realizzare infrastrutture in più regioni italiane a dover navigare regimi autorizzativi, requisiti ambientali e procedure differenti a seconda del luogo in cui si trova.
Il rischio è concreto per un settore in cui la competizione territoriale per attrarre capitali internazionali è così serrata e gli investimenti sono così ingenti da generare economie di scala anche sulla scelta delle location. Germania, Spagna, Paesi Bassi e Polonia stanno investendo con decisione nelle proprie infrastrutture digitali, spesso con strategie nazionali coordinate. L’Italia non può rispondere con una costellazione di leggi regionali non raccordate tra loro che aggiungono costi operativi a chi sceglie il Paese per i propri impianti.
Cosa manca in Italia: la legge delega e il nodo SINFI
A livello nazionale, qualcosa si è mosso. Il decreto Bollette, all’articolo 8, ha introdotto un procedimento unico autorizzativo per i data center sul lato delle competenze nazionali. È un passo nella direzione giusta, ma rimane parziale: non copre l’intero spettro delle questioni urbanistiche, energetiche e di sviluppo del capitale umano che il settore richiede.
La proposta di legge delega bipartisan – tra i cui primi firmatari figura il mio nome – approvata con larghissima maggioranza alla Camera, è ferma al Senato da mesi. Quella proposta potrebbe essere la cornice entro cui i decreti attuativi affrontano organicamente tutti i nodi ancora aperti. Potrebbe, appunto: perché al momento resta lettera morta in attesa di calendarizzazione.
Nel frattempo, anche il SINFI (il catasto nazionale delle infrastrutture digitali), che è uno strumento indispensabile per orientare gli investitori nell’individuazione delle aree idonee, è ancora in fase di aggiornamento. E senza una mappatura completa e aggiornata, persino i principi meglio scritti rischiano di restare privi di applicazione concreta.
Normare meno per governare meglio: serve una regia unica
La legge lombarda è, in sé, un testo tecnicamente valido. Ma la stratificazione normativa che si sta accumulando – leggi regionali, linee guida, decreti parziali, strategie ministeriali non attuate – rischia di produrre un effetto paradossale: più norme e meno certezza.
Quello di cui il settore ha bisogno non è più regolazione, ma regolazione coerente. Una cornice nazionale che fissi i principi (sostenibilità, semplificazione, valorizzazione del territorio, certezza delle procedure) e lasci alle regioni il compito di applicarli in modo coordinato, non di reinventarli ciascuna per proprio conto.
Il Senato ha oggi la possibilità di colmare questo vuoto approvando la legge delega. Non farlo significherebbe continuare a delegare alle regioni più intraprendenti il compito di supplire a un’assenza che il livello nazionale non può permettersi di lasciare indefinita. L’Italia ha le condizioni per diventare un hub competitivo per le infrastrutture digitali europee ma per farlo deve smettere di rincorrere e cominciare a guidare.











