IL regolamento

Digital networks Act, la rivoluzione delle telco UE



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Il Digital Networks Act ora pubblicato dalla Commissione Ue affronta i punti critici concreti del settore. Procedure, scadenze e incentivi che possono davvero sostenere gli operatori, ma anche produrre effetti collaterali se le definizioni restano elastiche. Vediamo i dettagli, tra switch off rame rinviato al 2035, licenze spettro più favorevoli, fair share big tech

Aggiornato il 22 gen 2026

Sergio Boccadutri

Consulente antiriciclaggio e pagamenti elettronici

Alessandro Longo

Direttore agendadigitale.eu



digital networks act

Il testo del regolamento UE Digital Networks Act – che la Commissione ha pubblicato il 21 gennaio sposta la discussione dal livello delle intenzioni a quello dei meccanismi concreti per il settore delle telecomunicazione.

Non siamo più nel territorio delle dichiarazioni su mercato unico e competitività, ma nel dettaglio di procedure, scadenze, ruoli istituzionali e, soprattutto, incentivi .

È una differenza decisiva: se cambi gli incentivi, cambi davvero il comportamento degli operatori.

Se cambi solo la retorica, ottieni un’altra stagione di adempimenti formali senza trasformazione sostanziale.

Digital Networks Act: perché serve ora

La diagnosi di partenza è in larga parte condivisibile e riprende quanto già evidenziato nel White Paper della Commissione e nei rapporti Draghi, Letta e Niinistö.

L’Europa sconta una frammentazione che erode la competitività: ventisette regimi di licenza per le frequenze, ventisette procedure di asta per lo spettro, ventisette sistemi autorizzativi che producono quella che la Commissione definisce “frammentazione a specchio”.

I costi di compliance diventano una tassa occulta sugli investimenti, i tempi di ritorno si allungano e i capitali internazionali preferiscono mercati più integrati e prevedibili.

Il DNA, almeno nelle intenzioni, vuole ridurre questo attrito e costruire condizioni operative più omogenee.

Il rischio, però, è scegliere strumenti che ottengono uniformità formale al prezzo di rigidità sostanziale.

Oppure spingere la transizione lungo scorciatoie tecnologiche che non migliorano davvero la qualità del servizio per gli utenti finali.

Digital Networks Act: da direttiva a regolamento e applicabilità diretta

Un passaggio istituzionale spesso sottovalutato nel dibattito pubblico ma decisivo per l’efficacia è la trasformazione del Codice europeo delle comunicazioni elettroniche da direttiva a regolamento direttamente applicabile.

La differenza non è solo tecnico-giuridica: le direttive richiedono recepimenti nazionali che hanno storicamente generato differenti varianti interpretative, diluendo o addirittura snaturando l’intento originario del legislatore europeo. Il regolamento bypassa questo passaggio ed entra in vigore uniformemente in tutti gli Stati membri.

Per i grandi investitori infrastrutturali, la certezza giuridica rappresenta il primo criterio di valutazione: sapere che le regole operative rimarranno identiche da Lisbona a Tallinn e che eventuali controversie seguiranno procedure standardizzate abbassa significativamente il rischio regolatorio e, di conseguenza, il costo del capitale.

I fondi infrastrutturali globali hanno ripetutamente segnalato alla Commissione la loro preferenza per mercati dove licenze e framework regolatori mantengono stabilità almeno ventennale. Resta tuttavia un rischio: una regolazione formalmente uniforme non cancella automaticamente differenti culture regolatorie nazionali profondamente radicate.

L’esempio delle tariffe di terminazione mobile dimostra che anche con un framework apparentemente unitario persistono margini significativi per interpretazioni creative e deroghe opportunistiche.

Il DNA dovrà quindi essere estremamente preciso nella definizione di tempistiche, soglie quantitative, procedure di enforcement e sanzioni, evitando formulazioni ambigue che possano essere sfruttate per perpetuare la frammentazione sotto altra forma.

Lo switch-off del rame nel Digital Networks Act: scadenze e condizionalità

La parte più delicata del documento riguarda lo switch-off delle reti in rame.

Il DNA costruisce un percorso articolato in fasi successive: le autorità nazionali devono delimitare le “copper switch-off areas” (CSO area) entro il 31 maggio 2028, utilizzando criteri armonizzati fissati dalla Commissione entro il 29 febbraio 2028. Ogni Stato membro deve poi predisporre un piano nazionale di transizione alla fibra entro il 31 ottobre 2029, descrivendo coperture, iniziative di deployment e misure per favorire una migrazione ordinata.

Le NRA devono inoltre pubblicare entro il 30 giugno 2029 la lista delle aree in cui le condizioni di sostenibilità sono soddisfatte. Sulla carta, l’impostazione appare prudente: lo switch-off scatta solo quando la fibra raggiunge almeno il 95% delle premises nella CSO area e quando sono disponibili servizi retail a prezzi accessibili e di qualità comparabile al rame.

Il problema nasce dalla combinazione tra queste condizioni di sostenibilità e la scadenza fissata al 31 dicembre 2035.

Il documento prevede che entro quella data lo switch-off debba essere realizzato in tutte le aree delimitate, con eccezioni ammesse solo dove la fibra non è economicamente sostenibile e non esiste una soluzione alternativa adeguata. Non è un dettaglio procedurale: significa che la condizionalità, pensata come garanzia, si trasforma progressivamente in un obbligo generalizzato.

È qui che torna la critica all’approccio “command and control”. Le scadenze rigide possono funzionare come segnale per orientare gli investimenti, ma possono anche produrre distorsioni significative.

La prima è definitoria: più ci si avvicina al 2035, più aumenta l’incentivo ad allargare il perimetro di cosa si intende per “qualità comparabile” e “affordability”, soprattutto nei mercati dove la fibra passa vicino ma non è davvero disponibile in modo capillare fino all’unità immobiliare. La seconda distorsione è tecnologica: se la fibra non è pronta, la pressione allo spegnimento spinge gli utenti verso surrogati che non garantiscono prestazioni equivalenti.

Digital Networks Act e tecnologie alternative: FWA, satellite e mobile come surrogati

Sempre nel mio precedente articolo sullo switch-off ho insistito su un punto che qui ritorna con forza: Fixed Wireless Access, satellite e mobile sono strumenti utili come gap-filler temporanei, ma non rappresentano sostituti strutturali della fibra per capacità, latenza e stabilità, specialmente nelle ore di punta.

Il FWA mostra un calo di prestazioni maggiore durante i picchi di utilizzo rispetto alle connessioni fisse, proprio quando gli utenti hanno più bisogno di connettività affidabile per lavoro da remoto, didattica a distanza o telemedicina. Il satellite, sebbene rappresenti un’opzione valida per aree estremamente remote, soffre di vulnerabilità meteorologica, requisiti di installazione stringenti, costi elevati e cap di traffico restrittivi.

Il mobile, pur evolvendosi con il 5G standalone, è ancora lontano dall’essere una rete ad altissima capacità e in molti casi non eguaglia nemmeno le prestazioni delle soluzioni misto-rame come il VDSL.

Non si tratta di pedanteria tecnica, ma del confine tra una transizione che migliora la vita digitale e una che la peggiora, creando un nuovo digital divide basato sulla qualità del servizio piuttosto che sulla semplice copertura.

Forzare il passaggio a tecnologie wireless semplicemente per eliminare il rame rappresenta un peggioramento netto della qualità della connessione: un danno per l’utente, non una soluzione. La vera relazione causale dovrebbe essere invertita: non spegnere il rame per poi cercare alternative, ma rendere disponibile la fibra e solo allora procedere allo spegnimento.

AnnoEBITDA–Capex (mld €)Nota/fonte principale
201010,5Asstel – Rapporto filiera tlc 2023
20116,8Asstel 2023
20129,3Asstel 2023
20137,9Asstel 2023
20145,6Asstel 2023
20154,0Asstel 2023
20165,4Asstel 2023 (
20172,8Asstel 2023
20182,7Asstel 2023
20193,1Asstel 2023
20202,5Asstel
20211,1Rapporto filiera tlc – Asstel
2022-3,8Rapporto filiera tlc 2023 – Asstel (per la prima volta negativo)
20230,5Rapporto filiera tlc 2024 – Asstel, ripreso da vari articoli
20240,02Stima Restart/Politecnico

Definizioni e metriche nel Digital Networks Act: “adeguato” e “affordable”

Il DNA prova a tutelarsi richiamando salvaguardie per gli utenti e continuità dei servizi critici, ma lascia aperta la questione fondamentale: chi definisce concretamente “adeguato”, “comparabile” e “affordable”, e con quali metriche verificabili.

Il documento chiede alle autorità nazionali di applicare criteri obiettivi e trasparenti tenendo conto delle circostanze locali, ma questa elasticità, senza un set minimo di indicatori comuni, è un invito alla frammentazione interpretativa che il DNA stesso dichiara di voler superare.

Sul tema dell’accesso adeguato il DNA prevede un ruolo diretto della Commissione: con atti di esecuzione e input di BEREC, dovranno essere determinati il servizio di accesso internet adeguato e la banda necessaria per la partecipazione sociale ed economica.

L’impostazione è ragionevole, ma implica una scelta politica delicata. Alzare la soglia di adeguatezza rende più difficile dichiarare comparabile un surrogato wireless; abbassarla rende lo switch-off più facile, ma normalizza il downgrade. Se la definizione di adeguatezza viene calibrata per far quadrare il calendario dello spegnimento invece che per garantire un servizio realmente equivalente, l’intera architettura di garanzie si svuota di significato.

Sul fronte dell’affordability il DNA riconosce esplicitamente che la variabile non è solo di mercato ma sociale: prevede monitoraggi dei prezzi e la possibilità di misure come voucher per consumatori a basso reddito o con bisogni speciali, evitando misure che possono tuttavia creare oneri sproporzionati per gli operatori.

È un segnale importante, perché evita l’illusione che un accesso adeguato esista per definizione solo perché una tecnologia è disponibile. Tuttavia, il rischio è che anche l’affordability diventi una leva per far quadrare il calendario, aggiustando la definizione di prezzo sostenibile invece di risolvere il nodo strutturale dell’investimento nelle reti.

Enforcement nel Digital Networks Act: sanzioni, processi e colli di bottiglia

Il capitolo sull’enforcement rivela un DNA più muscolare di quanto le premesse programmatiche lasciassero intendere.

Gli operatori devono presentare piani di switch-off entro sei mesi dall’adozione dell’atto vincolante e rispettare obblighi stringenti di comunicazione e rendicontazione. Le autorità nazionali possono imporre sanzioni “efficaci, proporzionate e dissuasive” fino a una percentuale del fatturato globale annuo, anche se nel DNA questa percentuale non è ancora valorizzata.

Il principio è comprensibile: evitare che la migrazione sia bloccata da inerzia o comportamenti opportunistici degli operatori.

Ma qui bisogna ricordare un punto spesso sottovalutato nelle discussioni di policy: la transizione non è solo cantiere fisico, è migrazione di massa con dipendenze IT, processi commerciali, assistenza clienti e interoperabilità wholesale.

Un progetto pilota tedesco sul copper switch-off ha rivelato che i processi IT necessari per la migrazione potrebbero richiedere uno o due anni solo per essere sviluppati.

Ho già evidenziato quanto i processi possano diventare il vero collo di bottiglia e quanto sia rischioso immaginare che basti una scadenza per trasformare sistemi e comportamenti consolidati. Se il DNA aggiunge strati procedurali senza semplificare davvero l’operatività, rischia di produrre l’effetto opposto: più adempimenti, più contenzioso, più ritardi, con il paradosso di una regolazione che rallenta proprio ciò che intende accelerare.

Il Single Passport nel Digital Networks Act: attriti ridotti e rischio arbitraggio

Il Single Passport rappresenta invece la parte più lineare e potenzialmente più utile del DNA, perché attacca un attrito reale e quantificabile.

L’idea è semplice nella sua architettura: un provider che intende operare in uno o più Stati presenta una sola notifica all’autorità regolatoria di uno degli Stati interessati, senza dover ottenere ulteriori atti amministrativi negli altri Paesi, come già accade in alcuni casi per la prestazione dei servizi di pagamento.

L’autorità notificata deve confermare entro una settimana, includendo nella conferma le condizioni e gli obblighi applicabili in tutti gli Stati di destinazione.

Il DNA prevede anche elementi di standardizzazione che contano nella pratica quotidiana degli operatori: template BEREC uniformi, divieto di richiedere documenti aggiuntivi oltre il set comune, costruzione di un database pubblico delle notifiche gestito dall’ODN.

Se applicato con rigore, questo meccanismo può ridurre significativamente i costi di compliance e rendere credibile l’idea di operatori e servizi davvero transfrontalieri.

Ma anche qui c’è un lato oscuro che richiede attenzione: il rischio di arbitraggio regolatorio. Se il passaporto consente di scegliere liberamente lo Stato di notifica, la concorrenza rischia di spostarsi dalla qualità del servizio alla ricerca della giurisdizione più permissiva o meno attrezzata nel controllo.

Il DNA assegna al regolatore dello Stato membro di notifica il potere di sanzionare e, nei casi gravi, di ritirare il diritto di operare negli Stati membri coperti dal passaporto, previa consultazione con le autorità coinvolte. È un presidio necessario, ma la sua efficacia dipenderà dalla capacità di costruire procedure realmente standardizzate e un coordinamento operativo, non solo formale.

Senza questa convergenza sostanziale, la frammentazione che il DNA vuole eliminare rischia di rientrare dalla finestra attraverso interpretazioni e applicazioni divergenti del medesimo testo.

Governance del Digital Networks Act: ODN e RSPB tra centralizzazione e trasparenza

La governance è il terzo pilastro su cui si regge l’intera costruzione del DNA.

L’ODN non sarà più solo un supporto amministrativo ma parteciperà attivamente ai workstream e dovrà produrre un report annuale sul mercato interno delle comunicazioni elettroniche, includendo trend, sfide, effetti delle fusioni e aspetti di sicurezza e resilienza in coordinamento con ENISA.

In parallelo, il Radio Spectrum Policy Group viene trasformato nel RSPB, con l’ODN che ne assume la segreteria e fornisce supporto anche di merito, raccogliendo best practice su design d’asta e fee.

È una centralizzazione soft, senza poteri vincolanti propri: le decisioni restano in capo alla Commissione e alle autorità nazionali. Ma è comunque un salto qualitativo: significa che l’Europa vuole dotarsi di capacità analitica e coordinamento più robusti rispetto al passato.

Qui vale una regola che ho già richiamato commentando le prime anticipazioni sul DNA: più centralizzi, più devi rendere tracciabili le scelte.

Sottrarre competenze agli Stati membri richiede un consenso ampio e documentato, dove ogni dato economico, ogni modello previsionale e ogni alternativa scartata devono rimanere accessibili e verificabili. Questo approccio è necessario per prevenire accuse di pressioni lobbistiche o decisioni opache che potrebbero minare la legittimità del regolamento ancor prima della sua applicazione.

Digital Networks Act e satellite: autorizzazione europea e rischi di execution

Il capitolo satellitare è il punto in cui il DNA cambia davvero paradigma rispetto all’assetto attuale.

Il Single Passport non si applica ai servizi satellitari, per i quali viene invece introdotta un’autorizzazione specifica a livello europeo. Le autorizzazioni nazionali verrebbero sostituite da EU authorisations entro tre anni dall’entrata in vigore del regolamento.

Le condizioni sono strutturate con attenzione: compliance alle regole ITU, obblighi di non interferenza, requisiti aggiuntivi se il filing proviene da un Paese terzo, previsione di spectrum fees.

La motivazione dichiarata è quella dell’autonomia strategica e della resilienza, con una narrativa che collega la connettività satellitare alle aree remote, alla sicurezza, alla gestione delle crisi e alla difesa.

L’obiettivo è difendibile nel contesto geopolitico attuale, ma i rischi sono concreti e meritano considerazione.

Il primo è di natura competitiva: fee elevate e complessità procedurale possono favorire gli operatori già grandi e consolidati, soprattutto se la scarsità di spettro porta a selezioni centralizzate con un effetto di consolidamento indiretto del mercato. Il secondo rischio è di execution: centralizzare autorizzazioni ed enforcement richiede capacità operativa e tempi rapidi, altrimenti si sostituisce la frammentazione nazionale con un collo di bottiglia europeo che rallenta tutti gli operatori indistintamente.

Cooperazione ecosistemica nel Digital Networks Act: volontario al posto del “fair share”

La questione della cooperazione ecosistemica e del rapporto tra operatori di rete e grandi generatori di traffico dati — Netflix, YouTube, Meta, Amazon Prime Video, ma anche piattaforme di gaming cloud e servizi di videoconferenza — trova nel DNA una risposta diversa da quanto ci si poteva attendere.

Il regolamento non introduce un meccanismo obbligatorio di “fair share” né prevede compensazioni economiche imposte ai content and application providers (CAPs).

Il DNA opta invece per un approccio interamente volontario: l’articolo 191 prevede che BEREC pubblichi, entro 12 mesi dall’entrata in vigore, guidelines per facilitare la cooperazione ecosistemica su questioni tecniche e commerciali.

L’articolo 192 istituisce una facility for voluntary conciliation, attraverso cui le NRA possono offrire incontri conciliativi tra operatori di rete e altri attori dell’ecosistema digitale, ma solo su richiesta delle parti e senza alcun potere di imporre soluzioni vincolanti.

L’obiettivo dichiarato è facilitare la cooperazione tra operatori di rete e CAPs su questioni tecniche e commerciali, come la gestione efficiente del traffico IP, l’interoperabilità e la qualità del servizio, senza imporre obblighi vincolanti.

La scelta di strumenti soft rappresenta un compromesso rispetto alle aspettative degli operatori telco, che da anni chiedevano un contributo obbligatorio da parte dei grandi generatori di traffico.

La proposta che scontenta telco e big tech

Gli operatori storici europei – riuniti soprattutto in Etno e gsma – chiedevano da anni un passaggio esplicito: un contributo strutturale dei grandi generatori di traffico ai costi delle nuove reti, motivato dal fatto che poche piattaforme globali generano la maggior parte del traffico dati.

Il Dna, invece, porta a casa per le telco:

  • licenze di spettro a durata illimitata, che danno più certezza agli investimenti;
  • procedure più snelle per la posa di fibra e l’aggiornamento delle reti;
  • possibilità di differenziare di più i servizi (pur dentro i paletti della neutralità).

Ma sul fair share non offre la svolta chiesta dal settore. Lo riconosce la stessa gsma, che parla di “evoluzione dove serviva una rivoluzione” e denuncia il rischio di ulteriore complessità regolatoria senza vere nuove entrate per sostenere il capex sulle reti.

In sintesi, le critiche principali delle telco – riportate da associazioni di categoria e stampa specializzata – sono:

  • nessun obbligo di contribuzione: il “volontario” è visto come troppo debole per riequilibrare il rapporto di forza con i colossi OTT;
  • rischio di dover affrontare complessi procedimenti di conciliazione paese per paese, con esiti non garantiti;
  • mancato allineamento con le aspettative create dal white paper sul futuro delle infrastrutture, che prometteva un intervento più radicale su regolazione e investimenti.

In Italia diversi commentatori sottolineano come il “fair share volontario” rischi di trasformarsi in un boomerang: le telco potrebbero non ottenere affatto i contributi sperati, ma subire lo stesso la reazione delle big tech e un contenzioso più frequente.

Questa è un’interpretazione, non un fatto accertato: dipenderà da come – e quanto – telco e piattaforme useranno davvero il nuovo meccanismo.

Dall’altro lato, le associazioni che rappresentano le grandi piattaforme digitali e i fornitori di contenuti online vedevano in quel “no” ai network fee obbligatori una chiusura definitiva del dibattito sul fair share.

L’arrivo della conciliazione volontaria nel Dna viene percepito invece come:

  • una riapertura, per via regolamentare, del tema dei pagamenti di rete;
  • una possibile “porta di servizio” per arrivare a trasferimenti economici di fatto obbligati, anche se non scritti come tassa in legge.

Organizzazioni come Internet Society e vari gruppi per i diritti digitali mettono in fila tre tipi di timori principali:

  1. Rischio per la neutralità della rete
    Temono che, sotto la pressione economica o politica, gli accordi possano sfociare in forme di prioritarizzazione del traffico o di trattamenti discriminatori, difficili da controllare nei dettagli ma capaci di cambiare l’esperienza concreta degli utenti.
  2. Effetto a catena su costi e innovazione
    Se i grandi fornitori di contenuti accettassero contributi economici, potrebbero scaricarli su abbonamenti e servizi, o pretendere a loro volta condizioni di favore sulle reti, con un impatto sull’ingresso di nuovi player più piccoli. Questa è una proiezione, non un dato, ma è un punto ricorrente nelle analisi critiche.
  3. Frammentazione regolatoria
    Il fatto che la conciliazione si giochi in larga parte a livello nazionale, pur dentro un quadro europeo, viene visto come fattore di incertezza per piattaforme che operano su scala globale, costrette a gestire contenziosi diversi Paese per Paese.

La Commissione prova a tenere insieme due obiettivi – più investimenti in infrastrutture e tutela del modello aperto di internet – ma finisce per riaccendere il conflitto con entrambi i fronti

Network-as-a-service nel Digital Networks Act: capacità logica e API

Un aspetto innovativo e potenzialmente rivoluzionario del DNA riguarda l’apertura al paradigma “network-as-a-service”.

La disaggregazione delle funzioni di rete, la loro virtualizzazione e l’esposizione tramite API programmabili permetterebbe a startup, imprese verticali e piattaforme di acquistare capacità di rete dedicate e personalizzate, pagando solo per l’utilizzo effettivo.

È un salto concettuale dal tradizionale approccio a silos, dove l’operatore vende accesso fisico all’ingrosso, verso un ecosistema dove si commercializza capacità logica, latenza garantita e qualità del servizio differenziata.

Il DNA, sancendo il principio di neutralità tecnologica e imponendo la pubblicazione di interfacce standardizzate e documentate, potrebbe catalizzare lo sviluppo di questo mercato.

Non si tratta di un dettaglio tecnico marginale: come evidenzia Draghi nel suo rapporto sulla competitività, la competitività europea dipende non solo dalla disponibilità di infrastrutture fisiche, ma dalla capacità di trasformarle in piattaforme abilitanti per i servizi del futuro: edge computing, intelligenza artificiale distribuita, Internet of Things industriale, realtà aumentata.

Se l’Europa vuole giocare un ruolo nella prossima generazione di servizi digitali, deve costruire le condizioni perché le reti diventino programmabili e componibili, non solo tubi per far passare dati.

Sicurezza e resilienza nel Digital Networks Act: certificazioni e dipendenze

Le infrastrutture digitali sono diventate bersagli primari per attori statali e non statali ostili: il sabotaggio di cavi sottomarini nel Baltico, gli attacchi a router backbone, la compromissione di elementi critici della rete 5G possono paralizzare interi settori economici.

Il DNA integra e rafforza il framework del Cybersecurity Act proponendo un sistema di certificazione unificato per equipaggiamenti 5G e futuri 6G, spingendo gli Stati membri a convergere verso fornitori classificati come “a basso rischio” secondo criteri condivisi.

Questa disposizione implica scelte industriali complesse e potenzialmente dolorose, dato che la filiera europea non copre l’intero spettro tecnologico necessario.

L’Europa dipende quasi interamente da fornitori extra-europei per chipset avanzati, da vendor asiatici per equipment di rete a costo competitivo e da piattaforme americane per servizi e applicazioni.

Tuttavia, ridurre la dipendenza da equipment proveniente da giurisdizioni geopoliticamente problematiche rappresenta un imperativo strategico che va oltre le considerazioni puramente economiche. Il DNA, pur non potendo creare campioni europei dal nulla, può almeno garantire che il mercato continentale sia sufficientemente grande, integrato e prevedibile da giustificare investimenti in ricerca e capacità produttiva locale.

L’interazione con altre iniziative strategiche come il Chips Act e i programmi Horizon Europe dedicati al 6G sarà cruciale per massimizzare le sinergie.

Spettro e mercato unico nel Digital Networks Act: licenze più lunghe e coordinamento

Sul versante dello spettro radio, il DNA introduce criteri unificati per l’assegnazione delle frequenze e una procedura di Single Market che consente alla Commissione, BEREC e RSPB di intervenire sui processi nazionali.

Col DNA si prevedono licenze di durata significativamente maggiore e la possibilità per gruppi industriali transnazionali di ottenere autorizzazioni paneuropee per utilizzi verticali specifici: reti private 5G per fabbriche, porti, miniere o agricoltura di precisione distribuiti su più Stati membri.

L’assurdità dell’attuale frammentazione diventa evidente considerando che queste aziende devono affrontare iter autorizzativi diversi in ogni paese per implementare sistemi che operano su scala globale.

L’uniformazione di scadenze, requisiti tecnici e procedure amministrative potrebbe generare risparmi di tempo nell’ordine di anni, con benefici immediati sulla competitività del manifatturiero europeo.

Ma c’è anche un altro aspetto da considerare: il costo cumulativo delle aste per lo spettro 5G ha drenato decine di miliardi di euro che avrebbero potuto finanziare il deployment della fibra o la ricerca sul futuro standard 6G.

Il DNA, proponendo tempistiche coordinate e condizioni operative omogenee, mira a eliminare le costose guerre competitive tra Stati membri per l’estrazione di rendite dalle aste e a liberare risorse per investimenti produttivi.

Sostenibilità economica nel Digital Networks Act: margini e investimenti

C’è un aspetto che attraversa trasversalmente il DNA e che merita una riflessione autonoma: la sostenibilità economica del settore.

I prezzi delle telecomunicazioni in Italia sono calati del 30% in dieci anni, contro una media europea del 9,7%. Questa pressione sui margini, combinata con la necessità di investimenti massicci per il deployment della fibra, crea una tensione strutturale che non può essere risolta per decreto.

Forzare uno switch-off accelerato senza considerare la sostenibilità finanziaria degli investimenti rischia di compromettere la capacità del settore di finanziare le reti del futuro.

Il caso degli operatori wholesale-only è particolarmente emblematico di questa tensione.

Senza relazioni commerciali dirette con gli utenti finali, questi operatori non dispongono delle leve necessarie per influenzare attivamente la migrazione. In caso di switch-off forzato, anche in aree prive di copertura completa in fibra, potrebbero perdere la loro base clienti wholesale senza possibilità di compensare le perdite con ricavi retail.

Il vero problema è l’assenza di una relazione diretta e verificabile tra lo spegnimento del rame e il dispiegamento della fibra: se lo switch-off non è subordinato alla disponibilità effettiva della fibra fino all’unità immobiliare, si lasciano i clienti senza un’alternativa credibile.

Conclusione: nel Digital Networks Act contano incentivi e metriche

In conclusione, il DNA racconta un regolamento che potrebbe accelerare il mercato unico solo se evita la tentazione di governare la transizione con scadenze e adempimenti invece che con incentivi e metriche.

Lo switch-off del rame può essere uno strumento utile, non un obiettivo in sé: deve essere subordinato a qualità reale e sostenibilità economica, altrimenti produce downgrade e nuovi divari, esattamente ciò che la trasformazione digitale dovrebbe eliminare.

Il rischio di spingere gli utenti verso surrogati inferiori in nome di un calendario politicamente attraente ma tecnicamente irrealistico non viene dissipato dal DNA.

Il Single Passport può ridurre attriti veri e quantificabili, ma richiede anticorpi robusti contro l’arbitraggio regolatorio e un enforcement coordinato che sia credibile nella pratica, non solo sulla carta.

La nuova governance con ODN e RSPB può dare massa critica e coerenza all’azione europea, ma solo se aumenta anche trasparenza, tracciabilità e qualità dell’analisi, evitando che la centralizzazione diventi opacità.

Se questi elementi tengono e si rafforzano reciprocamente, il DNA può essere una riforma utile che avvicina l’Europa agli obiettivi del Digital Decade. Se cedono, il rischio è di scoprire troppo tardi che abbiamo spezzato un’infrastruttura funzionante prima di aver reso davvero universale quella che dovrebbe sostituirla.

La vera sfida non è spegnere il rame entro una data arbitraria, ma gestire una transizione che garantisca a tutti l’accesso a connettività di qualità, sostenibile economicamente per gli operatori e tecnologicamente adeguata alle esigenze del futuro.

Questo richiede pragmatismo, flessibilità e, soprattutto, il riconoscimento che la trasformazione digitale non si realizza per decreto, ma attraverso un processo graduale che tiene insieme evoluzione tecnologica, sostenibilità economica e inclusione sociale. Il DNA può essere la cassetta degli attrezzi giusta per questa transizione, ma solo se viene usato con sapienza e non come un martello che vede chiodi ovunque.

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