Poco più di un mese fa, i due operatori telefonici che utilizzano le torri di Inwit per “agganciare” le proprie antenne e diffondere i servizi sull’intero territorio nazionale avevano annunciato una joint venture per realizzare 6.000 nuove torri, avviando così un percorso di autonomia da Inwit, accusata di applicare prezzi troppo elevati per l’utilizzo dei propri impianti. La reazione del mercato non si è fatta attendere: crollo delle quotazioni Inwit.
Pochi giorni dopo, Fastweb+Vodafone ha deciso la risoluzione anticipata del proprio Master Service Agreement con Inwit, seguita a stretto giro anche da TIM. Nonostante ciò, tutto fa supporre, come dal principio della vicenda, che ci si trovi di fronte a una manovra che rende esplicita la tensione di una trattativa sui prezzi pagati dagli operatori per l’utilizzo delle torri: in altre parole, una “mossa negoziale” per forzare il tavolo della discussione.
Indice degli argomenti
TIM e Fastweb+Vodafone verso l’autonomia da Inwit
La convinzione si rafforza leggendo le ultime dichiarazioni provenienti dal fronte Fastweb+Vodafone, in particolare quelle del Ceo di Swisscom, Christoph Aeschlimann, che qualche giorno fa, nella earnings call, ha indicato in circa cinque anni i tempi del processo di migrazione dalle torri Inwit. Per TIM, secondo il Ceo Pietro Labriola, l’orizzonte è leggermente più lungo: circa dieci anni.
Come si conciliano questi tempi con la reazione di Inwit, che ha già impugnato davanti al tribunale le risoluzioni anticipate del MSA, sostenendo che le due compagnie sono vincolate alle proprie torri fino al 2038? La sequenza è quella tipica di una trattativa a tavolo bloccato, gli operatori lamentano la scarsa disponibilità di Inwit a rivedere tariffe e a rinegoziare l’accordo, Inwit smentisce questa ricostruzione, e le due telco, di fronte a quello che descrivono come un muro, procedono con le risoluzioni del MSA. È in questo contesto che comincia a delinearsi la strategia alternativa, illustrata nel dettaglio da Labriola (TIM) il 7 maggio, durante la presentazione dei risultati del primo trimestre.
La strategia di TIM per sostituire le torri Inwit
Secondo i dati presentati, l’operazione che TIM ha messo sul tavolo si compone di tre gambe fra loro funzionalmente connesse, che insieme delineano una strategia industriale di disintermediazione progressiva da Inwit, della quale appunto TIM è oggi cliente principale tramite un Master Service Agreement.
RAN sharing tra TIM e Fastweb+Vodafone
La prima gamba della strategia è l’accordo preliminare di RAN sharing siglato tra TIM e Fastweb+Vodafone, subordinato, per diversi profili, al via libera del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dell’Antitrust e dell’AGCom. L’intesa prevede la condivisione dell’accesso radiomobile su circa 15.500 siti esistenti, con un duplice obiettivo: accelerare il roll-out del 5G nelle aree a bassa densità abitativa (sotto i 35.000 abitanti, dove la duplicazione delle infrastrutture è economicamente meno sostenibile) e razionalizzare la base costi mantenendo per le parti piena indipendenza commerciale e tecnologica. Per TIM si tratta del primo tassello di un’architettura industriale più ampia: l’eliminazione del “doppione” di rete con Fastweb+Vodafone produce risparmi nel medio periodo e, soprattutto, costruisce il presupposto operativo per le altre due gambe della strategia.
Joint venture per nuove torri alternative a Inwit
La seconda gamba è la joint venture paritetica con Fastweb+Vodafone per la realizzazione di circa 6.000 nuovi siti di infrastruttura passiva, anch’essa soggetta all’approvazione di AGCM e AGCom (le due società insieme superano di oltre la metà le quote del mercato del mobile). L’accordo, ad oggi non vincolante, prevede un veicolo posseduto al 50% dai due partner industriali, con la possibilità di aprire ad investitori finanziari terzi per ottimizzare la struttura del capitale, e un modello open-access che renderà l’infrastruttura disponibile anche ad altri operatori telco. Le costruzioni saranno scaglionate su un orizzonte di dodici anni, con flessibilità di accelerare o rallentare il ritmo di roll-out in funzione delle condizioni di mercato. È, questo, il percorso che ha generato il maggiore impatto immediato sulle quotazioni di Inwit, perché esplicita la volontà dei due principali clienti della tower company di costruirsi una capacità infrastrutturale alternativa.
Disdetta del MSA e piano di sostituzione delle torri Inwit
La terza gamba è la disdetta del Master Service Agreement con Inwit, formalmente con efficacia ad agosto 2030. Qui si nasconde il punto giuridico più delicato dell’intera operazione: a seguito della disdetta già comunicata da Fastweb+Vodafone, TIM si riserva di far valere come termine di efficacia la scadenza originaria del 31 marzo 2028, qualora venga accertato per via giudiziale o per accordo tra le parti che il change of control di Inwit si sia consumato nel dicembre 2020. È una clausola con potenziale dirompente, perché può anticipare di oltre due anni la cessazione dei flussi contrattuali che oggi rappresentano la quota largamente prevalente dei ricavi di Inwit. Pur in questa cornice di rottura, TIM dichiara di restare disponibile a un piano di migrazione pluriennale e a una revisione complessiva dei termini economici e di servizio. In altre parole, lascia aperta la porta a una rinegoziazione, condizionandola però a un riequilibrio sostanziale.
Ma la parte più interessante è quella che TIM ha dovuto esplicitare, su richiesta esplicita della Consob, dopo l’esposto di Inwit. TIM ha precisato in dettaglio la strategia di sostituzione delle torri Inwit, articolata su tre pilastri quantitativi. Il primo riguarda l’utilizzo di circa 8.500 torri di terze parti già esistenti, su un mercato extra-Inwit stimato in 30.000 torri: meno del 30% del disponibile, una quota che assicura flessibilità senza richiedere ulteriori esborsi. Il secondo pilastro è la costruzione di circa 6.000 nuove torri da parte di tower company terze, con un roll-out fattibile di 500 siti l’anno ripartiti tra due o tre operatori. Su questo punto TIM inserisce un argomento commerciale rivolto direttamente al mercato delle infrastrutture: poiché l’80% dei siti Inwit ospita già sia TIM sia Fastweb+Vodafone, i nuovi siti (che erediterebbero la stessa doppia tenancy) nascerebbero con due tenant garantiti fin dal primo giorno, una caratteristica che li renderebbe “altamente attrattivi” per le tower company indipendenti. Il terzo pilastro è la joint venture tra le due compagnie, per aggiungere 6.000 ulteriori siti nei prossimi dodici anni.
Inoltre, TIM ha indicato altri fattori abilitanti e strutturali. Il vantaggio geografico: circa 12.000 dei 20.000 siti attuali si trovano in comuni sotto i 35.000 abitanti, dove l’acquisizione di nuovi siti è procedurale e regolatoriamente più agile, e dove il RAN sharing riduce la complessità di migrazione facendo convergere due sistemi in uno. I nuovi limiti elettromagnetici, alzati da 6 a 15 V/m (ancora ampiamente sotto europeo di 61 V/m), con allocazione agli MNO basata sul portafoglio frequenze e non sul principio first-come first-serve: una modifica che aumenta la capacità ospitabile per singolo sito e quindi riduce, a parità di copertura, il fabbisogno fisico di torri. Infine, la prontezza operativa: entro il 2029 TIM prevede di internalizzare progettazione, processi autorizzativi e documentazione tecnica, ricorrendo all’intelligenza artificiale per accelerare pianificazione e deployment della rete.
Le tre variabili che lasciano presagire criticità e incertezze
Il piano presentato da Labriola (TIM) ha certamente il dono della chiarezza e della precisione, ma è costellato di troppe variabili che allo stato lasciano presagire troppe criticità e incertezze. Insomma, se la strategia è coerente sul piano industriale risulta fragile su tre questioni che non dipendono solo da TIM. Ad esempio, la stabilità degli azionariati e della governance della joint venture, il sentiero regolatorio-giudiziale, e la non sostituibilità urbana del parco Inwit. Sono tre argomenti che, se letti in chiave negoziale, Inwit avrà sul tavolo per riportare la trattativa a una revisione concordata del MSA.
Governance e concorrenza nel piano TIM-Fastweb+Vodafone contro Inwit
La prima criticità è relativa alla stabilità della governance, che in questo caso va esaminata su due piani, quello della joint venture e quello delle singole società (TIM e Fastweb+Vodafone) che la compongono.
Una joint venture paritetica 50/50, soprattutto se chiamata a sostenere un piano industriale di 12 anni con esborsi di capitale rilevanti, è un modello strutturalmente fragile. Ogni delibera importante richiederebbe l’allineamento dei due soci, inoltre l’ingresso successivo di investitori finanziari terzi (tra l’altro esplicitamente previsto per ottimizzare la struttura finanziaria) può moltiplicare i tavoli negoziali interni. Senza meccanismi contrattuali stringenti su deadlock, capital call, exit rights e governance operativa, la joint venture rischia di trasformarsi, da strumento di uscita da Inwit, in un collo di bottiglia decisionale. A questo si somma il problema esterno: il piano presuppone che TIM e Fastweb+Vodafone restino, per dieci o dodici anni, controparti coerenti con le scelte fatte nel 2026. Ma TIM è oggi oggetto dell’OPAS di Poste Italiane, che ne ridisegnerebbe sostanzialmente il perimetro mobile e l’architettura di gruppo; Fastweb+Vodafone è essa stessa il prodotto di una fusione recente, con un’integrazione tutt’altro che completata e una controllante svizzera (Swisscom) che risponde a logiche di portafoglio internazionale. Un cambiamento di controllo su uno qualsiasi dei due lati potrebbe riposizionare le priorità della joint venture o, addirittura, trasformarla in un asset da monetizzare prima del completamento del piano.
Ma è la singola governance delle due realtà a rappresentare una questione, anche sotto il profilo regolatorio, più sensibile. TIM e Fastweb+Vodafone rimarranno concorrenti diretti su tutti i mercati a valle: mobile consumer, ICT business, enterprise, gare pubbliche… Nel momento in cui condividono lo strato più profondo della rete, 15.500 siti in RAN sharing più 6.000 nuovi siti in joint venture, il problema cessa di essere meramente tecnico e diventa sistemico. Insomma, deve essere assicurato al mercato che la collaborazione infrastrutturale non sfoci in coordinamento competitivo, scambio di informazioni sensibili o allineamento dei piani di sviluppo commerciale.
I presidi necessari sono molteplici e generano costi organizzativi che la relazione di Labriola (TIM) del 7 maggio non ha quantificato o individuato. Ad esempio, information barriers strutturali tra le funzioni di rete (che devono dialogare nei due perimetri di condivisione) e quelle commerciali, di marketing, di customer care e, soprattutto, di pricing, che devono restare necessariamente separate, mediante un accurato disegno dei sistemi informativi, il tracciamento degli accessi e audit interni continui. Potrebbe persino essere necessaria una separazione del personale operativo: chi gestisce la pianificazione di capacità sui siti condivisi non può essere materialmente la stessa persona che decide la strategia di copertura commerciale, il che genera duplicazioni di team e, paradossalmente, può vanificare una parte delle sinergie di costo che la condivisione dovrebbe produrre. Servono regole di procurement tali per cui i fornitori di apparati radio possano essere coordinati sul lato infrastrutturale senza che questo si traduca in coordinamento sulle roadmap tecnologiche o sulle condizioni economiche di gara.
C’è poi un punto strutturale che spesso viene sottovalutato: la decisione di aumentare la capacità su una cella è anche, di fatto, una rivelazione di attese di traffico e di piani commerciali. In un RAN sharing di queste dimensioni quella decisione è co-condivisa per costruzione, così la separazione netta tra “informazione tecnica” e “informazione strategica” diventa molto più sfumata. Sulle gare verso la PA, TIM e Fastweb+Vodafone resteranno avversari diretti: l’esposizione reciproca sui piani di rete è un asset informativo che non può essere “disimparato”.
L’AGCM e l’AGCom quindi potrebbero pretendere impegni sostanziali, ad esempio nomine di monitoring trustee indipendenti, audit periodici, reporting pubblicamente verificabile.
Infatti il RAN Sharing (definito dagli operatori Progetto PRISM) potrebbe configurare un’intesa restrittiva della concorrenza, avente ad oggetto e/o per effetto il coordinamento delle attività (intesa) tra imprese indipendenti. Per questo l’AGCM ha appena comunicato sul suo Bollettino n.19 del 11 maggio 2026 di aver avviato sull’operazione una istruttoria nei confronti di TIM e Fastweb+Vodafone per accertare l’esistenza di violazioni dell’articolo 101 TFUE.
Il piano di TIM, per come è esposto, si limita ad affermare la piena indipendenza commerciale e tecnologica, che è la conclusione desiderata, non il meccanismo che la garantisce. Sarà esattamente sul come le due aziende intendono realizzare e dimostrare quell’indipendenza che si giocherà la praticabilità delle autorizzazioni e, quindi, l’economia stessa del piano, perché i costi di compliance e di duplicazione interna possono persino erodere parte dei risparmi attesi dalla condivisione.
Insomma, la strategia per funzionare deve prevedere tre architetture di governance che si muovono in modo coordinato ma mantengono una propria indipendenza, soprattutto nelle scelte strategiche e di mercato dei due operatori che sono concorrenti. Tra l’altro le tre architetture di governance, quella della joint venture, quella di TIM e quella di Fastweb+Vodafone, dovrebbero reggere per dieci o dodici anni, in un mercato del mobile nel frattempo destinato a cambiare profondamente non solo dall’ingresso di nuove tecnologie e relativi player (si pensi a quella satellitare), ma anche per effetto dell’OPAS Poste-TIM, che di per sé renderebbe il quadro competitivo all’interno del quale la joint venture è stata concepita molto diverso da quello in cui dovrà operare.
Rischio regolatorio e contenzioso nella vicenda Inwit
Tutta la strategia poggia su una serie di autorizzazioni e procedimenti che corrono in parallelo, ciascuno potenzialmente in grado di rallentarla o modificarla. L’accordo di RAN sharing richiede il via libera di MIMIT, AGCM e AGCom. La joint venture sulle torri richiede AGCM e AGCom. Sull’asse Antitrust si profila una possibile istruttoria proprio sul RAN sharing, perché la condivisione di rete tra il primo operatore e il numero due solleva questioni competitive non banali.
Si tratta di una questione già anticipata, ma che vale la pena di sostanziare con qualche dato. Secondo l’ultimo Osservatorio AGCom (n. 4/2025, dati al 30 settembre 2025), nel mercato della telefonia mobile (che è quello qui rilevante) TIM e Fastweb+Vodafone detengono insieme il 55,8% delle SIM complessive (Human e M2M), come somma del 25,9% di TIM e del 29,9% di Fastweb+Vodafone: ben oltre la metà del mercato. La concentrazione è destinata ad aumentare ulteriormente qualora l’OPAS di Poste su TIM dovesse andare a buon fine: in quello scenario l’aggregato salirebbe al 59,8%, sempre riferito alle SIM complessive.
C’è poi sullo sfondo il contenzioso civile con Inwit, che ha già contestato la legittimità delle disdette e chiesto in via cautelare la sospensione dei loro effetti. Aggiungiamo l’eventuale apertura di un fronte ulteriore se TIM proverà a far valere l’efficacia anticipata al 31 marzo 2028 sulla base del change of control del dicembre 2020: una controversia che, per natura interpretativa e per posta in gioco, può richiedere anni. Anche un mero ritardo, senza che alcuna autorità blocchi nulla, sposta in avanti il break-even del piano e altera il calcolo di convenienza rispetto alla rinegoziazione con Inwit.
Aree dense e limiti operativi oltre le torri Inwit
I numeri presentati da Labriola (TIM) sono tecnicamente corretti ma nascondono un’asimmetria sostanziale: le 30.000 torri “extra-Inwit” disponibili sul mercato si concentrano in larga parte in aree rurali e a bassa densità, mentre Inwit detiene una quota dominante negli ambienti urbani, le 1.800 “torri” tra Roma e Milano sono quasi interamente sue, e proprio nelle grandi città il traffico mobile è più intenso e la replica dell’infrastruttura più difficile per vincoli urbanistici, autorizzativi e di disponibilità di siti idonei. Lo stesso enabler del “vantaggio geografico”, 12.000 dei 20.000 siti attuali sotto i 35.000 abitanti, è un argomento valido per la copertura rurale, ma è esattamente l’area dove il problema è meno acuto. Il vero nodo è urbano, e lì il piano non offre risposte altrettanto persuasive. A questo si aggiunge un altro fattore di rischio: i 6.000 nuovi siti “di terzi” si costruiranno soltanto se le tower company indipendenti riterranno l’investimento conveniente, una convenienza che dipende dalla certezza della domanda di lungo periodo e, quindi, dalla solidità degli impegni di affitto assunti da TIM e Fastweb+Vodafone. Solidità che, non senza una certa ironia, gli stessi investitori saranno tentati di misurare alla luce del precedente che oggi crea l’opportunità, la disponibilità appena dimostrata da TIM e Fastweb+Vodafone a risolvere anticipatamente proprio quel genere di accordi pluriennali che ora chiedono a nuove controparti di sottoscrivere come anchor tenancy.
Inwit, TIM e Fastweb+Vodafone: a che punto siamo
A che punto siamo dunque?
La risposta alla domanda iniziale “a che punto è la vicenda” va dunque cercata oltre la cronaca delle disdette e degli annunci di joint venture. Il piano illustrato il 7 maggio da Labriola è coerente sul piano industriale e ben costruito sul piano comunicativo, ma la sua esecuzione dipende da troppe variabili che non sono nelle mani di TIM o di Fastweb+Vodafone: la stabilità degli azionariati e della governance nel medio periodo, il vaglio di AGCM e AGCom su una concentrazione che i due partner realizzano insieme nel mobile, l’esito di un contenzioso civile che Inwit ha già aperto e che potrebbe durare anni e, non da ultimo, l’oggettiva difficoltà di replicare in tempi ragionevoli la copertura urbana (specialmente a Roma e Milano) che oggi solo le torri Inwit garantiscono. Sono esattamente i tre argomenti che Inwit potrebbe portare al tavolo per riportare la trattativa a una revisione concordata del Master Service Agreement. La domanda vera, allora, non è se l’uscita da Inwit sarà davvero completata in dieci anni, ma se TIM e Fastweb+Vodafone, esposti a un costo di esecuzione crescente e a un orizzonte regolatorio incerto, preferiranno arrivare a una rinegoziazione del MSA prima ancora che la prima sentenza di merito passi in giudicato. Le prossime mosse, pertanto, andranno lette in questa chiave, dichiarazioni pubbliche, memorie processuali, prime decisioni cautelari saranno tutti segnali di una trattativa che si svolge a porte chiuse.











