Digital Networks Act

Telco contro OTT, il nodo irrisolto dei costi di rete



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Nel Digital Networks Act gli articoli 191, 192 e 193 aprono un confronto tra operatori di rete, fornitori di contenuti e associazioni di settore. Al centro del dibattito ci sono conciliazione volontaria, network fees, neutralità della rete e sovranità digitale europea

Pubblicato il 18 giu 2026

Antongiulio Lombardi

Esperto di diritto e tecnologia



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Nel dibattito sul nuovo regolamento europeo Digital Networks Act (DNA), particolare rilevanza rivestono gli articoli 191, 192 e 193 che istituiscono un quadro di cooperazione per le controversie sull’interconnessione e l’accesso alle reti [2, 3]. Una coalizione di operatori (non di telecomunicazioni) e associazioni (come Confindustria Radio Televisioni) ha chiesto formalmente al Parlamento e al Consiglio Europeo l’eliminazione di questi tre articoli temendo che le misure sulla “conciliazione volontaria” previste dal DNA possano portare all’introduzione del pagamento dei costi di rete (network fees o fair share) da parte dei grandi fornitori di contenuti, andando a intaccare, secondo il loro ragionamento, i principi di neutralità della rete.

La controversia è nata nel giugno 2026, quando una vasta coalizione di associazioni di categoria (che include il settore creativo, emittenti televisive e fornitori di contenuti digitali) ha chiesto formalmente al Parlamento Europeo e al Consiglio dell’UE di sopprimere interamente questi tre articoli dalla bozza del regolamento. Questi articoli introducono un quadro normativo per la “cooperazione ecosistemica” e un “meccanismo di conciliazione volontaria”, in particolare:

Digital Networks Act, cosa prevedono gli articoli 191, 192 e 193

Articolo 191: Stabilisce che il BEREC (l’organismo dei regolatori europei delle TLC) debba pubblicare entro 12 mesi delle linee guida per facilitare la cooperazione su questioni tecniche e commerciali (come l’interconnessione IP e l’efficienza del traffico).

Articoli 192 e 193: Definiscono le procedure pratiche di conciliazione nel caso in cui sorgano controversie commerciali o tecniche sull’interconnessione tra gli operatori di rete (le Telco) e i grandi fornitori di contenuti (le Big Tech, piattaforme di streaming, ecc.).

La coalizione firmataria della protesta ritiene questi articoli pericolosi per il funzionamento di Internet per diversi motivi:

Il rischio delle network fees

Le associazioni temono che questo meccanismo formale di conciliazione sia una “porta di servizio” (backdoor) per l’applicazione di oneri in capo ai fornitori di contenuti. Il timore è che serva a obbligare indirettamente i giganti del web e i produttori di contenuti a pagare una tassa di rete (network fees) alle società di telecomunicazioni per il traffico dati generato. In realtà il meccanismo delineato nello schema di DNA è così leggero e non vincolante che rende ingiustificati i timori descritti. Viene in mente che gli OTT temano di sedersi al tavolo con gli operatori e di dover proporre, per difendere le loro posizioni, ingiustificati dinieghi alle richieste degli stessi operatori, con un evidente danno di immagine e credibilità. A tal proposito si evidenzia che gli operatori di rete hanno impatti non irrilevanti in base alla tipologia e intensità di contenuti veicolati dagli OTT ed eventuali richieste di collaborazione a questi ultimi non sono da considerare “irriverenti” bensì necessarie per poter garantire una erogazione di qualità dei servizi offerti ai clienti finali, obiettivo questo che dovrebbe essere comune agli operatori di rete e ai fornitori di contenuti.

La questione della net neutrality

Formalizzare i negoziati commerciali privati sotto un cappello regolatorio, a parere della coalizione firmataria, sembrerebbe minare il principio di neutralità della rete (Open Internet). In realtà essendo la relazione, come prevista dal DNA volontaria, ben difficilmente potrebbe avere un impatto reale sulla net neutrality i cui principi continuerebbero a valere e non sarebbero toccati, in primis non potrebbe essere attuata alcuna forma di ingerenza da parte degli operatori di rete nei contenuti. Al contrario, è proprio la mancata collaborazione da parte dei fornitori di contenuti con gli operatori di rete, ad esempio nell’ambito della programmazione della pianificazione dello sviluppo della rete, che avrebbe degli effetti negativi sulla qualità dei servizi offerti dagli operatori ai clienti finali, comprendendo tali servizi anche quelli offerti ai fornitori di contenuti (non si dimentichi che quando un operatore di rete trasporta un contenuto generato da un OTT verso un cliente finale, sta offrendo un servizio anche all’OTT).

Network fees, contenuti e consumatori nel confronto sul DNA

I firmatari ipotizzano che l’introduzione di possibili barriere tariffarie o procedurali danneggerebbe la distribuzione dei contenuti, i servizi cloud, il mercato unico digitale e, di conseguenza, la libertà di scelta degli utenti finali. Anche a livello italiano, durante le audizioni parlamentari sul DNA, diverse sigle di settore (tra cui emergono le posizioni di Anitec-Assinform e altre realtà tecnologiche) hanno espresso forti riserve sul meccanismo di conciliazione volontaria, giudicandolo un’ingerenza non necessaria in un mercato dell’interconnessione IP che storicamente funziona già in modo efficiente.

In realtà, come noto a tutti, il meccanismo di conciliazione tra operatori è operativo da poco meno di 30 anni senza che si sia mai verificata alcuna situazione critica. Estenderlo anche alle relazioni tra operatori e OTT non potrebbe che riequilibrare una situazione di pesante asimmetria visto l’indubbio maggior peso degli OTT rispetto agli operatori Telco con un vantaggio diretto anche per la riaffermazione e la tutela della sovranità digitale europea. La conciliazione dovrebbe essere obbligatoria e non solo volontaria.

La posizione delle Telco sugli articoli del Digital Networks Act

I grandi operatori di telecomunicazioni (le Telco) presentano una posizione opposta rispetto alle associazioni dei creatori di contenuti: non vogliono l’eliminazione degli articoli 191, 192 e 193 del Digital Networks Act (DNA), bensì li ritengono insufficienti e troppo deboli. Secondo le memorie presentate in sede di audizioni parlamentari dalle principali aziende e sigle delle telecomunicazioni (tra cui l’ecosistema infrastrutturale italiano ed europeo), l’approccio basato su una “conciliazione puramente volontaria” rappresenta un’occasione mancata. I gestori di rete vorrebbero, ed a ragione, che in analogia a quanto accade già oggi tra operatori questi articoli venissero integrati con obblighi vincolanti e sanzionabili. Le motivazioni e le richieste degli operatori a sostegno di un forte inasprimento (e contro l’eliminazione “senza alternative”) si sviluppano su tre argomenti chiave:

Le richieste di garanzie giuridiche

I gestori delle reti ritengono che un meccanismo basato su linee guida non vincolanti del BEREC e su tavoli di conciliazione a partecipazione facoltativa non offra alcuna reale garanzia giuridica. Se un grande fornitore di contenuti (le Big Tech o CAP – Content Application Provider) si rifiuta di sedersi al tavolo o se le trattative falliscono, l’operatore di rete rimane privo di tutele. Le Telco chiedono l’introduzione di un meccanismo vincolante di risoluzione delle controversie coordinato dalle autorità nazionali (come l’Agcom in Italia). Questo darebbe ai regolatori il potere di imporre decisioni definitive in caso di stallo commerciale.

L’asimmetria tra Telco e Big Tech

Gli operatori denunciano da anni un’asimmetria di mercato: i giganti del web generano la quasi totalità del traffico dati globale sulle reti senza contribuire ai costi per il mantenimento e il potenziamento delle infrastrutture fisiche (fibra ottica e 5G). Per le Telco, il DNA dovrebbe stabilire l’obbligo esplicito per le Big Tech di negoziare in buona fede a condizioni economiche e tecniche che siano eque, ragionevoli e non discriminatorie (principio FRAND – Fair, Reasonable and Non-Discriminatory).

Investimenti, fibra e reti di accesso

Le aziende di telecomunicazioni sottolineano che l’Europa richiede loro investimenti miliardari e scadenze stringenti, tra cui l’imminente switch off completo delle vecchie reti in rame a favore della fibra. Senza un quadro normativo che costringa i grandi generatori di traffico a co-finanziare l’infrastruttura, il modello economico delle Telco rischia il collasso, rallentando la digitalizzazione del continente. Senza investimenti nelle reti di accesso, i contenuti (sia attraverso le reti fisse, sia attraverso le reti mobili) non arriveranno a casa del cliente o peggio ancora arriveranno con qualità tale da non garantire la piena fruibilità dei servizi offerti dagli OTT.

Conciliazione, OTT e sovranità digitale europea

In sintesi, mentre il mondo dei creatori di contenuti e dei diritti digitali chiede di eliminare gli articoli 191-193 per paura che aprano la strada alle tariffe di rete (network fees), gli operatori di telecomunicazioni si oppongono alla loro cancellazione pura e semplice, reputandoli semmai il punto di partenza minimo da convertire in uno strumento normativo rigido, obbligatorio e vincolante, chiedendo in estrema sintesi che su un punto basilare e preliminare ad ogni discussione quale la modalità di risoluzione delle controversie ci sia una parità di trattamento tra operatori e OTT che risulta un tassello indispensabile per riassicurare la sovranità digitale europea.

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