Google ha annunciato l’8 settembre 2026 la revisione più ampia mai fatta ai risultati di ricerca in Europa e l’ha definita lei stessa un peggioramento del servizio per gli utenti europei. Dietro la scelta c’è una sanzione da 890 milioni di euro, inflitta dalla Commissione europea il 23 luglio per aver favorito i propri servizi di viaggio nel posizionamento dei risultati di ricerca. Quando un’azienda arriva a condizionare l’accesso a un mercato con la stessa intensità di un’autorità pubblica, la dottrina costituzionalistica parla da decenni di potere privato e di efficacia orizzontale dei diritti fondamentali. Il Digital Markets Act prescrive obblighi verificabili a quella capacità e il caso Google mostra ora quanto costa farli rispettare.
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Il nuovo layout di Google dopo la sanzione DMA
Nella nuova pagina compare in alto un solo comparatore specializzato, per esempio dedicato a voli o hotel, con altri due subito sotto ma con meno informazioni. Più in basso, un carosello raccoglie le altre opzioni senza i prezzi in tempo reale che prima comparivano direttamente nella pagina di Google. Il nuovo modello riguarda soprattutto voli e hotel, dove Google aveva costruito i comparatori interni più usati. Vale anche per i ristoranti, il terzo settore toccato dalla revisione. Per l’azienda è la riduzione di qualità più ampia della sua storia ventinovennale.
La multa da 890 milioni e gli obblighi del Digital Markets Act
La sanzione di luglio si compone di due importi. 460 milioni riguardano il trattamento preferenziale riservato a Google Flights e Google Hotels nei risultati di ricerca, in violazione dell’articolo 6, paragrafo 5, del regolamento (UE) 2022/1925, il Digital Markets Act (DMA), che vieta al gatekeeper di riservare ai propri prodotti un posizionamento più favorevole rispetto ai concorrenti. 430 milioni riguardano le restrizioni imposte agli sviluppatori su Google Play, a cui Google impediva di indirizzare gli utenti verso canali di acquisto alternativi, in violazione dell’articolo 5, paragrafo 4, dello stesso regolamento. La decisione concede a Google sessanta giorni per porre fine alle due infrazioni. Decorso quel termine la Commissione può imporre penalità di mora giornaliere fino al 5% del fatturato medio giornaliero mondiale dell’impresa, ai sensi dell’articolo 31 del DMA. Il nuovo layout arriva a circa due settimane da quella scadenza.
Il rischio di elusione nella conformità dichiarata da Google
Google va oltre la correzione del posizionamento. Sostiene che il servizio ne esce peggiorato e attribuisce alle modifiche già introdotte per la conformità al DMA un calo del 30% nel traffico diretto e gratuito verso le imprese europee. Per Google è la prova che l’obbligo normativo è calibrato male e colpisce proprio i soggetti che dovrebbe proteggere. Per Teresa Ribera, la vicepresidente esecutiva che ha firmato la sanzione di luglio e dovrà ora valutare se il nuovo layout sia conforme, la stessa dichiarazione è indizio di una possibile condotta elusiva. L’articolo 13, paragrafo 6, del DMA vieta al gatekeeper di degradare le condizioni o la qualità del servizio nei confronti degli utenti che esercitano i diritti previsti dagli articoli 5, 6 e 7. Se il peggioramento che Google denuncia fosse una scelta calcolata per rendere l’adempimento visibile e costoso, invece che il modo meno lesivo per garantirlo, la conformità dichiarata sarebbe essa stessa un nuovo illecito.
Dal caso Google Shopping al modello ex ante del DMA
Nel 2017 la Commissione sanzionò Google per 2,42 miliardi di euro nel caso Google Shopping, applicando l’articolo 102 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea attraverso un accertamento ex post di un abuso di posizione dominante. Il Tribunale dell’Unione europea ha parzialmente annullato quella decisione solo nel 2024, sette anni dopo la sanzione originaria. Il DMA rovescia quel modello: obbliga il gatekeeper obblighi di comportamento ex ante, senza dover accertare un abuso caso per caso. La stessa Direzione generale della Concorrenza scrive la regola e ne sanziona la violazione. Ora dovrà anche valutare se il rimedio proposto da Google soddisfi gli obblighi imposti dal DMA. Nel diritto amministrativo interno una concentrazione di funzioni così ampia solleverebbe un problema di separazione dei poteri; nel diritto dell’Unione trova giustificazione nella natura tecnica della materia. Resta un nodo che la dottrina della costituzione economica europea tratta raramente come centrale, tanto più quando l’impresa regolata ha le risorse per rendere ogni sua conformità una dichiarazione pubblica di dissenso.
La reazione degli Stati Uniti alle sanzioni europee
Lo stesso giorno della sanzione di luglio, il presidente statunitense Donald Trump minaccia l’Unione europea di un prezzo molto alto in tariffe doganali e definisce la prassi delle sanzioni illegale e profondamente discriminatoria. La Casa Bianca apre subito dopo un’indagine con cui gli Stati Uniti colpiscono le pratiche commerciali estere ritenute discriminatorie. La base giuridica è la Section 301 del Trade Act del 1974. Le amministrazioni americane legano da tempo la regolazione digitale europea a una logica di rappresaglia commerciale e la leggono anche in chiave più propriamente politica. Il vicepresidente statunitense JD Vance ha già indicato nella normativa digitale europea, DMA e Digital Services Act compresi, un terreno di attrito con la libertà d’espressione. A Washington, ogni provvedimento della Commissione contro una grande piattaforma americana viene letto come un atto di sovranità contesa più che come applicazione tecnica di una regola di mercato.
Effetto Bruxelles e sovranità regolatoria nel caso Google
Il DMA nasce come esercizio di una sovranità regolatoria che l’Unione rivendica sul proprio mercato interno, indipendentemente dalla nazionalità dell’impresa regolata. L’ampiezza del mercato europeo permette all’Unione di imporre i propri standard su scala globale, semplicemente condizionando l’accesso a quel mercato. La dottrina chiama il meccanismo effetto Bruxelles, ed è la stessa sovranità regolatoria che il Digital Markets Act rivendica nei confronti di Google. L’effetto Bruxelles presuppone che l’impresa regolata assorba silenziosamente il costo della conformità. Google fa l’opposto, rendendo il costo visibile e quantificandolo pubblicamente. Lo offre poi come argomento a un governo straniero pronto a usarlo come leva tariffaria. La premessa vacilla quando il costo della conformità entra nel negoziato di un conflitto commerciale aperto. La capacità dell’Unione di far valere le proprie regole si misura oggi sulla tenuta politica della sanzione, oltre che sulla sua tenuta giuridica, davanti a una controparte che dispone di strumenti di ritorsione commerciale.
La prossima decisione della Commissione europea
La Commissione dovrà decidere, nelle prossime settimane, se aprire un procedimento per elusione ai sensi dell’articolo 13, paragrafo 6, del DMA contro l’impresa più esposta alla rappresaglia commerciale statunitense, nel pieno di un’indagine Section 301 già avviata.


















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