La partita delle filiere strategiche non si gioca più soltanto nelle fabbriche, nei laboratori o nei centri di comando. Si gioca nei consigli di amministrazione, nei fondi, nei mandati di gestione, nei club deal e nelle strutture societarie che decidono chi entra nel capitale di imprese decisive per sicurezza, spazio, difesa e tecnologie dual use.
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Spazio e dual use: la sovranità industriale passa dal capitale
Per anni il golden power italiano è stato raccontato come un freno d’emergenza: una leva da tirare quando un compratore straniero si avvicina troppo a un’infrastruttura critica. Oggi questa lettura è stretta. Nella nuova economia della sicurezza bisogna capire chi finanzia, chi governa, chi decide, chi siede nei comitati di investimento e chi può orientare la traiettoria tecnologica di un asset.
Spazio e difesa sono il laboratorio più evidente di questa trasformazione. Satelliti, sensori, comunicazioni sicure, intelligenza artificiale, semiconduttori, cyber security, osservazione della Terra e sistemi di navigazione non appartengono più a un solo recinto. La stessa tecnologia può monitorare una frana, guidare una missione militare, proteggere una rete energetica o coordinare un intervento civile. È il dual use: non una categoria amministrativa, ma una condizione strutturale dell’innovazione.
Golden power e FDI screening: il chi compra pesa quanto il cosa compra
Quando un’impresa lavora su componenti spaziali, crittografia, navigazione, propulsione, elettronica resistente alle radiazioni o cloud sicuro, entra in una filiera di sovranità. Può essere piccola, non quotata, sconosciuta al grande pubblico. Ma se è integrata in programmi nazionali, supply chain NATO, contratti ESA, progetti europei o infrastrutture critiche, il suo controllo non è mai neutro. Il valore strategico non coincide con il fatturato: una PMI può valere più per ciò che sa fare che per l’ultima riga del conto economico.
Il quadro europeo sugli investimenti esteri diretti ha cambiato la grammatica del problema. Il Regolamento UE 2019/452 non ha creato un super-veto europeo, ma un meccanismo di cooperazione tra Stati membri e Commissione sui rischi per sicurezza e ordine pubblico. Il punto tecnico è decisivo: lo screening guarda all’impatto dell’operazione su infrastrutture critiche, tecnologie critiche, dati, approvvigionamenti essenziali, media, semiconduttori, AI, quantum, cyber, aerospazio, difesa e prodotti a duplice uso.
La revisione europea approvata nel giugno 2026 spinge oltre: tutti gli Stati membri devono avere un meccanismo nazionale, il perimetro minimo comune si allarga e diventano rilevanti anche investimenti tramite controllate europee di soggetti esteri. Le decisioni restano nazionali, ma la domanda diventa europea: l’asset può creare una vulnerabilità per mercato interno, catene di fornitura o sicurezza economica dell’Unione? Per chi investe, il veicolo societario non sterilizza più il rischio regolatorio.
In Italia, il golden power si muove su questa faglia. Difesa e sicurezza nazionale richiamano i poteri speciali più sensibili; energia, trasporti, comunicazioni, 5G, dati, cyber e tecnologie critiche aprono un campo più largo, dove l’amministrazione valuta se autorizzare, vietare o imporre condizioni. Il futuro sarà sempre meno binario: sì o no. Sarà fatto di prescrizioni, segregazione informativa, limiti ai diritti di voto, continuità produttiva, tutela del know-how, controllo dei trasferimenti tecnologici e impegni sulla supply chain.
Moduli di notifica, supply chain e discrezionalità: il dettaglio non è burocrazia
Qui entra il tema meno appariscente e più serio: la qualità delle informazioni. Uno screening credibile non vive di impressioni, vive di moduli, dati, catene di controllo, clienti pubblici, finanziamenti, contratti sensibili, dipendenze da fornitori esteri, accesso a informazioni classificate o riservate, presenza in programmi strategici e posizione nella catena del valore. Se la notifica è generica, il decisore vede male; se vede male, decide largo; se decide largo, la discrezionalità diventa opaca.
Francia e Spagna hanno costruito procedure più analitiche, chiedendo dati su investitore, target e operazione: chi controlla il fondo, quali contributi pubblici ha ricevuto, quali clienti serve il target, quali asset e tecnologie dual use vengono toccati, quale piano industriale segue l’acquisizione. È materia arida, ma nella sicurezza economica l’aridità è una virtù. Meglio un modulo noioso che un pitchbook lirico.
Fondi lussemburghesi: la sovranità industriale con targa estera
E poi ci sono i fondi lussemburghesi. Nessuno dica che il Lussemburgo sia illegale: non lo è. È spesso efficiente, sofisticato, legittimo. Il punto è un altro. In questo ambito, sull’Italia, la governance lussemburghese può essere sbagliata se serve solo a dare una targa estera a capitali, regie e relazioni italianissime. Può andare bene solo se è davvero esperta, se lo dichiara, se mostra competenze, catena decisionale, provenienza dei capitali, presidi di sicurezza, conflitti e responsabilità. Altrimenti resta il veicolo preferito degli escursionisti esteri italiani: italiani quando serve la porta giusta, esteri quando serve la distanza, lussemburghesi quando serve la confezione.
Qui l’odore di golden power non è paranoia amministrativa. È odore di golden power. In certi dossier non arriva come una sfumatura, arriva come profumo d’ambiente. Difesa, spazio, sensori, comunicazioni sicure, dati, infrastrutture critiche e fornitori strategici non sono settori qualsiasi. In questi casi il chi compra pesa quasi quanto il cosa compra. Non per chiudere il mercato, ma per evitare che la sovranità industriale venga raccontata a Milano, impacchettata in Lussemburgo e rivenduta a Roma con i krumiri dell’investment team ancora aperti sul tavolo.
Il problema non è moralizzare una piazza finanziaria che sa fare il proprio mestiere, spesso meglio di chi la critica dal buffet. Il problema è impedire che la forma giuridica diventi una nebbia artificiale, un elegante deodorante societario spruzzato sopra una regia domestica. Se il fondo lussemburghese è davvero internazionale, con team, procedure, controlli e investitori tracciabili, lo dica e lo dimostri. Se invece il Lussemburgo serve solo a rendere estero ciò che è italiano quando conviene, il tema non è fiscale: è strategico.
SGR coatta Made in Italy: sovranità non è storytelling
C’è poi la cosiddetta SGR coatta Made in Italy: il mestiere per chi pensa che basti diffondere via social, magari, per restare al passo con i tempi, un’immagine evocativa, convocare un advisory board decorativo e pronunciare sovranità tre volte davanti al proiettore per trasformare un fondo in infrastruttura strategica. È il rito contemporaneo: slide scura, satellite sullo sfondo, due parole inglesi, tre ex qualcosa in fotografia e la sensazione che, da qualche parte, una policy industriale sia appena nata. Purtroppo no.
In un team di investimento dedicato a spazio e dual use bisogna valutare chi siede con potere decisionale, serietà marziale e penna importante. E se tra i professionisti vi sono soggetti il cui più audace cimento industriale sia stato l’acquisto di pregevoli biscottifici, è necessario comprendere se le competenze che conducono a finanziare fragranti frollini al burro dai margini fragranti e dal packaging attraente, ottimi per salvare colazioni, riunioni e matrimoni infelici, siano anche presidio delle normative ITAR, classificazione dei componenti, test in ambiente ostile, supply chain militare, sicurezza delle informazioni, contratti ESA o dialogo con un prime contractor che misura l’affidabilità in anni, non in storytelling.
Non si vuole in questa sede affermare che tali skill siano necessariamente assenti, solo ricordare che, soprattutto nella Space economy, la distanza tra un investimento e una liturgia promozionale è enorme. Un conto è comprare crescita, un altro è capire orbite, carichi utili, frequenze, export control, resilienza cyber, componentistica critica e dipendenze tecnologiche. Un fondo non diventa strategico perché usa la parola strategico nel pitchbook. Lo diventa se sa assumersi responsabilità strategiche.
Asset manager nazionali e due diligence geopolitica
In questa partita investitori e asset manager nazionali non possono restare spettatori eleganti. Se le filiere strategiche sono davvero tali, serve anche una finanza strategica nazionale. Non una finanza assistita, né un patriottismo da comunicato stampa: una classe di gestori capace di leggere tecnologia, difesa, sicurezza, export control, procurement pubblico, dati, proprietà intellettuale e rischio geopolitico.
La due diligence tradizionale guarda bilanci, contratti, debito, clienti e management. Nei settori dual use non basta. Serve una due diligence geopolitica: capire se il target è dentro programmi sensibili, se lavora su tecnologie esportabili con restrizioni, se ha fornitori critici fuori dall’Europa, se dipende da componenti cinesi o americani, se custodisce informazioni rilevanti per sicurezza nazionale o continuità operativa. Serve sapere se un componente è dual use ai sensi del regime europeo, se una tecnologia ricade in vincoli ITAR o EAR, se un contratto militare impone clausole di sicurezza, se un data room può essere aperta senza trasformarsi in una perdita controllata di know-how.
Questa analisi non può essere lasciata all’ultimo allegato della notifica. Deve diventare una pratica ordinaria degli investitori professionali. Chi investe in asset strategici deve presentarsi già con una tesi di sicurezza, non solo con una tesi di rendimento: quali presidi offre, quali diritti chiede, quali informazioni potrà vedere, quali barriere interne costruirà, quali conflitti esistono tra limited partner, co-investitori e advisor.
Space economy italiana: proteggere prima dell’asta
Nei prossimi anni molte imprese italiane dello spazio e del dual use avranno bisogno di capitale per crescere. Alcune saranno troppo piccole per il mercato pubblico, troppo sensibili per una vendita disinvolta, troppo importanti per essere lasciate sole. È qui che si decide se l’Italia vuole una filiera strategica o soltanto una collezione di eccellenze cedibili.
Il capitale nazionale non deve sostituire tutto. Deve però esistere, capire, intervenire e fare alleanze. Deve parlare con gli ingegneri, aspettare i ritorni, superare i controlli e accompagnare le imprese oltre la fase boutique. Altrimenti continueremo a celebrare i campioni tecnologici quando nascono e a rimpiangerli quando cambiano passaporto societario.
Il golden power non è il contrario del mercato. È il promemoria che, in alcuni settori, il mercato non è mai solo mercato. È potere, dati, continuità, deterrenza, autonomia, alleanze. E quando spazio e difesa diventano dual use, anche la finanza deve diventare dual literate: capace di leggere insieme rendimento e sicurezza, crescita e sovranità, capitale e responsabilità. Tutto il resto è confezione. A volte lussemburghese, spesso elegante, non sempre innocente.

















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