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Turismo e AI: come gli algoritmi decidono cosa “vale” vedere e cosa no



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Piattaforme, algoritmi e intelligenza artificiale trasformano il turismo digitale in un’infrastruttura che seleziona la visibilità dei luoghi. Instagram e TikTok orientano il dreaming e standardizzano l’immaginario. I dati prodotti nei territori vengono estratti e monetizzati altrove, creando asimmetrie e dipendenze

Pubblicato il 10 mar 2026

Valentina E. Albanese

Università dell’Insubria



turismo digitale

Nel turismo contemporaneo, il valore dei territori non si produce più soltanto nei luoghi, ma sempre più spesso attraverso piattaforme digitali, algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale che governano l’accesso all’informazione e la circolazione dell’attenzione.

Turismo digitale e dreaming: come nasce il desiderio dei luoghi

In questo quadro, social media come Instagram e TikTok non agiscono più come semplici canali di promozione, ma come infrastrutture dell’immaginario turistico: spazi in cui prende forma la fase del dreaming del viaggio, quella in cui i territori diventano desiderabili prima ancora di essere esperiti.

Formati, trend e micro-storytelling nell’economia dell’attenzione

La costruzione del desiderio avviene attraverso un’economia visiva e narrativa ad alta intensità, fondata su immagini, video brevi, trend, format replicabili e micro-storytelling che rendono alcuni luoghi immediatamente riconoscibili e consumabili come esperienza. Il punto non è soltanto che questi contenuti ispirano, ma che operano come dispositivi di selezione, stabilendo cosa entra nel campo del visitabile, quali paesaggi diventano aspirazionali, quali pratiche vengono percepite come autentiche e quali invece restano fuori quadro.

Metriche e raccomandazioni: gerarchie di visibilità territoriale

Questa selezione è tutt’altro che neutra. È orientata da metriche di performance come visualizzazioni, tempo di visione, interazioni e da logiche di raccomandazione che tendono a premiare ciò che è immediato, spettacolare, facilmente narrabile e compatibile con i codici della piattaforma.

Ne derivano gerarchie di visibilità territoriale: alcuni territori vengono reiterati fino a diventare trend consolidati, altri restano opachi o marginali non perché privi di valore, ma perché difficilmente traducibili nei linguaggi dominanti della comunicazione digitale.

Turismo digitale e AI come infrastruttura di ordinamento dell’immaginario

In questa fase pre-viaggio (il dreaming), l’intelligenza artificiale svolge il ruolo di infrastruttura di ordinamento: automatizza l’aggregazione dei contenuti, rafforza la circolazione di determinate immagini e stabilizza aspettative condivise su cosa un luogo sia e debba offrire. Il rischio è una progressiva standardizzazione dell’immaginario turistico, in cui i territori non vengono soltanto rappresentati, ma pre-interpretati, influenzando le scelte dei visitatori, i flussi e, in ultima istanza, la produzione e la redistribuzione del valore.

Promesse dell’AI nel turismo: accesso, inclusione e semplificazione

Nel dibattito contemporaneo sul rapporto tra territori e digitale emerge così una tensione strutturale. Da un lato, l’intelligenza artificiale viene presentata come una promessa di democratizzazione del turismo: ampliamento dell’accesso all’informazione, riduzione delle barriere economiche e fisiche, maggiore visibilità per destinazioni marginali, fino a forme di tourism on the sofa che consentono esperienze a distanza, rimuovendo barriere all’accesso di vario tipo (economiche, fisiche etc.). Attraverso strumenti di raccomandazione, traduzione automatica e personalizzazione dell’esperienza, l’AI sembra favorire una fruizione più inclusiva e diffusa dei territori.

Dall’altro lato, le stesse infrastrutture che facilitano l’accesso stanno ridefinendo in profondità le condizioni di visibilità e riconoscimento dei luoghi. Il controllo degli algoritmi, delle piattaforme e dei flussi informativi incide direttamente su come il valore territoriale viene prodotto, misurato e redistribuito. Ne derivano nuove asimmetrie: mentre i territori continuano a generare contenuti, dati ed esperienze, la capacità di orientarne la rappresentazione e di intercettarne i benefici economici e simbolici tende a spostarsi verso attori esterni, rafforzando dinamiche di dipendenza infrastrutturale e disuguaglianza spaziale.

Le promesse del turismo digitale tra accesso e visibilità

Il discorso pubblico sull’intelligenza artificiale applicata al turismo è fortemente orientato all’innovazione positiva. Sistemi di raccomandazione personalizzati, assistenti virtuali multilingue, mappe intelligenti, itinerari dinamici, analisi predittive dei flussi: l’AI promette di rendere il viaggio più semplice, più economico e più informato.

Dal punto di vista dei territori, queste tecnologie sembrano offrire opportunità rilevanti. Piccole destinazioni, aree interne, luoghi fuori dai circuiti turistici tradizionali possono teoricamente ottenere visibilità globale senza investimenti infrastrutturali ingenti. L’accesso all’informazione appare più orizzontale: chiunque può scoprire un luogo attraverso una ricerca online, una recensione, un contenuto suggerito.

Anche l’apprendimento dei territori sembra beneficiarne. L’AI permette di aggregare enormi quantità di dati, immagini e narrazioni, offrendo al visitatore una conoscenza immediata e apparentemente completa del luogo. Per queste ragioni, il turismo digitale viene spesso raccontato come uno strumento di democratizzazione dell’esperienza territoriale.

Quando la visibilità non è neutra: chi controlla l’accesso ai luoghi

Tuttavia, questa narrazione tende a oscurare una questione cruciale: chi decide cosa viene mostrato, come viene mostrato e a quali condizioni.

La visibilità non è neutra, non lo è mai stata. Guide turistiche, mappe ufficiali, politiche pubbliche, investimenti infrastrutturali e media tradizionali, già nell’era pre-digitale selezionavano quali luoghi meritavano attenzione, risorse e riconoscimento. La differenza è che oggi questi processi di selezione, un tempo più lenti e riconoscibili, sono diventati continui, automatizzati e opachi, incorporati nelle infrastrutture digitali che governano l’accesso all’informazione.

Piattaforme, ranking ed engagement come criteri di leggibilità del territorio

Nel turismo digitale, i luoghi vengono classificati e ordinati attraverso algoritmi che rispondono a logiche economiche precise. Ranking, metriche di engagement e sistemi di valutazione costruiscono gerarchie territoriali che influenzano profondamente i flussi turistici. In questo senso, chi controlla le piattaforme controlla l’accesso ai luoghi. Le infrastrutture digitali non si limitano a rappresentare il territorio: lo performano, lo rendono leggibile secondo criteri standardizzati, spesso riducendone la complessità a indicatori sintetici.

Il risultato è una selezione territoriale che tende a favorire ciò che è già compatibile con le logiche della piattaforma: luoghi facilmente raccontabili, fotografabili e consumabili. La promessa di visibilità per le destinazioni marginali o, per usare un linguaggio più crudo, non instagrammabili, rischia così di trasformarsi in una nuova forma di esclusione, meno evidente ma strutturalmente efficace.

Turismo digitale, dati e valore estratto: verso il colonialismo digitale

Le gerarchie di visibilità prodotte dal turismo digitale non hanno effetti soltanto simbolici o culturali. Al contrario, esse costituiscono il presupposto di una più profonda trasformazione materiale dei territori, legata alla produzione, alla circolazione e all’appropriazione dei dati. Ogni interazione digitale con un luogo, dalla ricerca preliminare alla condivisione dell’esperienza, genera informazioni che alimentano ecosistemi economici globali, spostando il baricentro del valore dal territorio alle infrastrutture che ne mediano la rappresentazione. È in questo passaggio, dalla visibilità alla dataficazione, che il turismo digitale rivela una delle sue dimensioni più critiche.

Uno degli aspetti meno discussi del turismo digitale riguarda la produzione e l’uso dei dati. Ogni ricerca, recensione, spostamento tracciato o fotografia geolocalizzata contribuisce a generare un enorme patrimonio informativo che trasforma l’esperienza del viaggio in materia prima digitale. Come ha messo in luce Shoshana Zuboff nel suo celebre libro Il capitalismo della sorveglianza, le interazioni quotidiane negli ambienti digitali vengono sistematicamente catturate, analizzate e convertite in valore economico. Nel turismo, questo processo assume una dimensione territoriale specifica: i dati sono prodotti nei luoghi, attraverso l’esperienza di visitatori e comunità locali, ma vengono raccolti, elaborati e monetizzati da piattaforme globali, spesso lontane dai contesti che li generano.

Si configura così una vera e propria dinamica di estrazione di valore territoriale. I luoghi forniscono la materia prima in termini di esperienze vissute, immagini, narrazioni, tracciati di movimento, dati comportamentali e, perlopiù involontariamente, alimentano gli ecosistemi digitali del turismo. A sua volta, il valore economico e simbolico generato da questa produzione non resta nei territori che la rendono possibile, ma viene catturato e accumulato all’interno di infrastrutture piattaformizzate che operano su scala globale.

Territori come risorse informazionali: rating, ranking e metriche standardizzate

In questo processo, i territori non sono semplicemente rappresentati, ma trasformati in risorse informazionali: classificati attraverso rating, ordinati in ranking, resi comparabili tramite metriche standardizzate. Le comunità locali partecipano attivamente alla produzione di questo valore, anch’esse spesso in modo inconsapevole, pertanto, hanno un controllo limitato su come i propri luoghi vengono narrati, valutati e resi commerciabili nello spazio digitale.

Le decisioni su cosa un territorio è, su quali esperienze ne definiscono l’identità e su quali immagini ne rappresentano l’autenticità vengono progressivamente esternalizzate, sottraendo ai contesti locali la possibilità di orientare la propria visibilità e di negoziare i benefici che da essa derivano.

L’estrazione non riguarda dunque solo i dati, ma anche la capacità di definire il senso e il valore dei luoghi. È qui che il turismo digitale mostra una delle sue tensioni più profonde: mentre i territori continuano a generare contenuti ed esperienze, la loro autonomia simbolica ed economica viene compressa, e il valore prodotto attraverso la connessione tende a essere redistribuito altrove.

Dipendenza infrastrutturale: presenza online e regole decise da altri

Questa dipendenza infrastrutturale solleva questioni politiche rilevanti. Quando l’accesso al turismo passa quasi esclusivamente da piattaforme private, i territori diventano vulnerabili alle loro logiche di mercato, ai cambiamenti algoritmici, alle strategie di monetizzazione. Non essere presenti digitalmente significa scomparire; esserlo significa accettare regole decise da altri.

Come apprendiamo i luoghi: standardizzazione e perdita di complessità

L’intelligenza artificiale non cambia solo il modo in cui viaggiamo, ma anche il modo in cui apprendiamo e immaginiamo i territori. Come è stato appena osservato, l’esperienza del luogo è sempre più pre-interpretata: suggerita, filtrata, ottimizzata prima ancora dell’incontro diretto. Il rischio non è la perdita di informazione, ma l’eccesso di una conoscenza standardizzata che riduce il territorio a un set di aspettative preconfezionate.

In questo processo si perde spesso la dimensione conflittuale, stratificata e contraddittoria dei luoghi: quella parte di territorio che non si lascia ridurre a una sequenza di cose da fare, né a un’immagine coerente e senza attrito. La città turistica, il paesaggio rurale, il borgo autentico sono sempre anche spazi attraversati da tensioni (tra residenti e visitatori, tra economie locali e rendite, tra memoria e spettacolarizzazione, tra accesso e esclusione) e da stratificazioni materiali e simboliche che difficilmente trovano posto nei formati dominanti del turismo digitale. È proprio questa complessità, fatta di frizioni e ambivalenze, a diventare la prima vittima della mediazione algoritmica.

Esperienze “flat” e selezione per efficienza: cosa resta fuori campo

Le narrazioni algoritmiche tendono infatti a privilegiare ciò che è facilmente riconoscibile, replicabile e performabile: esperienze flat, positive, prive di conflitto, compatibili con i codici della piattaforma e con l’economia dell’attenzione. Ranking, punteggi, top 10, liste di imperdibili, carte che suggeriscono automaticamente cosa vedere e cosa evitare, contribuiscono a costruire un’immagine del territorio come insieme di elementi discreti, comparabili e ottimizzati.

Non si tratta di una censura esplicita del negativo, ma di una selezione per efficienza: ciò che si racconta in pochi secondi, che si fotografa bene, che non richiede contesto e che conferma aspettative diffuse viene amplificato; ciò che è controverso, conflittuale, politicamente situato o, più banalmente, non spettacolare, tende invece a restare fuori campo.

In questo modo, l’algoritmo non si limita a mostrare il territorio, ma ne stabilizza una versione dominante, reiterata e apparentemente oggettiva. L’esperienza del luogo viene incanalata dentro percorsi già tracciati: itinerari suggeriti, attrazioni prioritarizzate, quartieri raccomandati o implicitamente scoraggiati. La destinazione turistica diventa così un output informativo, una sintesi pronta all’uso fatta di consigli, valutazioni e sequenze ottimizzate, più che uno spazio vissuto, attraversato e negoziato e in questa spirale di appiattimento e narrativa estetizzante, il territorio perde vita, perde verità.

Il rischio a cui si va incontro è che il viaggio funzioni sempre più come conferma: si cerca ciò che è già stato reso visibile, si riconosce ciò che è già stato classificato, si consuma ciò che è già stato normalizzato. In questo processo, ciò che eccede la grammatica algoritmica, pratiche ordinarie, usi non turistici dello spazio, conflitti locali, memorie scomode, disuguaglianze territoriali, tende a diventare rumore o eccezione.

Così, mentre l’intelligenza artificiale promette di aumentare la conoscenza dei luoghi, può contribuire a ridurne l’intelligibilità, comprimendo la complessità territoriale in un racconto funzionale alla piattaforma, dove il senso del luogo è sempre meno qualcosa da scoprire e sempre più qualcosa da consumare.

Il turismo, però, non è solo consumo di luoghi: è anche relazione, apprendimento situato, incontro con l’alterità. Quando l’esperienza è interamente mediata da sistemi intelligenti, il rischio è che il viaggio confermi ciò che già sappiamo, invece di metterlo in discussione, e se diventerà soprattutto questo il ruolo del viaggio, allora il viaggio non servirà più a niente.

Ripoliticizzare il turismo digitale: governance, metriche, narrazioni locali

Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé, né l’uso di tecnologie digitali nel turismo. Il nodo centrale riguarda il modello di sviluppo territoriale che queste tecnologie sostengono e rafforzano. Parlare di turismo digitale significa parlare di governance dei dati, di infrastrutture, di potere decisionale.

Rendere il turismo digitale più giusto implica riaprire alcune domande politiche fondamentali:

  • chi governa le piattaforme che rendono visibili i territori?
  • chi decide le metriche di valore?
  • come possono le comunità locali riappropriarsi delle proprie narrazioni digitali?

Le risposte non sono solo tecniche, richiedono politiche pubbliche sui dati, modelli alternativi di piattaforma, alfabetizzazione digitale territoriale e una maggiore consapevolezza del fatto che la visibilità è una risorsa strategica.

Nell’era dell’intelligenza artificiale, il futuro del turismo non dipende solo dall’innovazione tecnologica, ma dalla capacità di orientarla verso forme di accesso, conoscenza e valore che non svuotino i territori della loro essenza, il famoso sense of place. Perché, se è vero che oggi senza connessione si rischia di non esistere, è altrettanto vero che un territorio che esiste solo come dato affida il proprio significato a chi ne controlla il racconto.

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