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gare pubbliche

Codice Appalti, 60 provvedimenti in ritardo: così si rallenta l’innovazione

di Luca Gastaldi, ‎direttore Osservatorio Agenda Digitale, Politecnico di Milano

03 Lug 2017

3 luglio 2017

Perché il Codice sia perfettamente operativo è necessario che vengano recepiti gli oltre 60 provvedimenti attuativi previsti. I ritardi stanno rallentando le gare pubbliche per l’innovazione

Il Codice degli Appalti è stato recepito dal nostro ordinamento giuridico il 20 maggio e, rispetto alla versione precedente, il nuovo Correttivo ha introdotto ulteriori provvedimenti attuativi necessari affinché il Codice sia perfettamente utilizzabile. Finora, infatti, è stata scritta solo l’impalcatura del Codice. Essa non scioglie le criticità e i dubbi di chi voglia fare acquisti pubblici. Perché il Codice sia perfettamente operativo è necessario che vengano recepiti gli oltre 60 provvedimenti attuativi previsti, una decina in più rispetto a quelli legati alla precedente versione. Alcuni di tali provvedimenti sono attesi da circa due anni a questa parte.

Con l’Osservatorio Agenda Digitale, abbiamo dimostrato che i ritardi nel recepimento dei provvedimenti attuativi e l’incertezza nella riforma del Codice stiano rallentando le gare pubbliche, in particolare quelle di innovazioni digitale. Gli sforzi profusi lo scorso anno per lavorare collegialmente al Correttivo – penso ai lavori parlamentari, alle consultazioni di mercato, ai confronti con gli stakeholders –  rischiano così d’essere vanificati dalla crisi “dell’ultimo miglio”.

È necessario concentrarsi su alcuni aspetti essenziali per fare in modo che il Codice sia un volano e non un freno allo sviluppo digitale del nostro Paese.

La prima cosa necessaria da fare è che gli enti deputati recepiscano con urgenza i provvedimenti attuativi previsti. È necessario scongiurare ulteriori ritardi. Bisogna, anzi, recuperare quelli accumulati finora.

Questo tuttavia non basta perché, anche se tutti i decreti attuativi fossero recepiti, bisognerebbe ugualmente intervenire su almeno altri due aspetti.

Innanzitutto è necessario aiutare le PA, soprattutto quelle più piccole, affiancandosi a loro nell’applicazione del Codice. Bisogna poi aiutare le imprese a cogliere tutte le opportunità offerte dal Codice. Proviamo a capire perché.

Immaginiamo di lavorare in un piccolo Comune di poche migliaia di abitanti che deve fare degli acquisti. Il Codice recepito il 20 maggio è un documento molto complesso: ci sono centinaia di pagine dove si fa riferimento ad altre leggi, ad altre azioni. Pensiamo a un funzionario di questo piccolo Comune che si deve studiare il Codice per capire come operare e se il modo con il quale opera è conforme alle regole stabilite. Non credete che avrebbe una tremenda paura di sbagliare?

Sono tante le PA che si trovano disarmate di fronte alla complessità del Codice e quando vanno a cercare informazioni, pareri, buone pratiche alle quali ispirarsi o nelle quali trovare conferme, trovano poco.

Il nuovo Codice, infatti, è ancora materia per gli addetti ai lavori o per Enti che hanno dimensioni e competenze tali da utilizzarlo nel pieno delle sue possibilità.

Le aziende private non sono in condizioni migliori Anch’esse stanno incontrando difficoltà nel capire a fondo il nuovo Codice e pure loro devono essere aiutate nel capire gli spazi nei quali poter agire e gli ambiti in cui, invece, è meglio lasciare perdere.

Si rischia così facendo di generare un circolo vizioso, sia lato offerta che domanda, che fornisce alibi al non fare, che è esattamente l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

Come uscire da questo pantano che sta rallentando la digitalizzazione del nostro Paese?

Non c’è una formula unica, ma sicuramente bisogna:

  • adottare con urgenza i provvedimenti attuativi necessari a una piena operatività del codice;
  • garantire la semplificazione e la dematerializzazione delle procedure previste dalle nuove disposizioni;
  • mantenere un quadro normativo stabile e ben definito per non incorrere nell’incertezza interpretativa, causa dell’aumento dei ricorsi;
  • affiancare PA e imprese per spiegare le nuove regole del “gioco” e rispondere ai loro dubbi;
  • avviare al più presto la sperimentazione degli aspetti più innovativi, come la qualificazione delle stazioni appaltanti e il rating di impresa;
  • fare in modo che ogni attore coinvolto svolga al meglio il ruolo assegnatogli dalla riforma (consultivo, propositivo, normativo) e cooperi alla costruzione di un sistema di procurement pubblico più efficiente.
  • portare a sistema le buone pratiche.

Se devo dare i “compiti per le vacanze” a tutti gli attori coinvolti affinché il procurement sia un volano e non un freno allo sviluppo digitale del nostro Paese, come spesso è successo in passato, bisogna lavorare su questi fronti.

Come Osservatorio Agenda Digitale abbiamo per esempio attivato uno sportello con cui aiutare PA e imprese che hanno difficoltà. Continuiamo inoltre a monitorare il fenomeno, fornendo dati, informazioni e confronti internazionali ai decisori chiave. Pensiamo che siano tutti piccoli passi nella giusta direzione. Ma non bastano. Oggi è necessaria una chiamata alle armi per evitare che la cosiddetta “burocrazia difensiva” renda il mercato pubblico progressivamente sempre meno interessante all’occhio dei privati.

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