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i have a dream

Che scuola vogliamo per l’Italia? Ecco dieci “scene” da cui partire

La Scuola appartiene alla società tutta che ne ha bisogno e che sostiene la gran parte dei costi. Ma in Italia c’è una mancanza cronica di discussione strategica, che immagini un sistema profondamente diverso da quello attuale e aiuti il paese a crescere e rinnovarsi. Ecco allora dieci punti per un cambiamento coraggioso

07 Nov 2019

Paolo Paolini

Politecnico di Milano


La scuola italiana ha bisogno di un dibattito sulle strategie di lungo termine, per definire obbiettivi di ampio respiro e immaginare un nuovo modo di funzionare.

Non è sufficiente “rappezzare” la scuola di oggi (stiracchiandola di qua e di là), ma è necessario individuare una direttrice coraggiosa.

La scuola non appartiene solo ad insegnanti e studenti (o le loro famiglie): appartiene alla società nel suo complesso. È probabile che la società si divida sul senso profondo da dare alla scuola: meglio far emergere le diverse posizioni, piuttosto che far finta che ci sia una unanimità di facciata, che poi vuol dire andare al ribasso e non proporre nulla di veramente innovativo.

Ognuno (non) fa la sua parte

Purtroppo la Scuola italiana soffre di una mancanza cronica di discussione strategica, che indichi una prospettiva di lungo termine. Ognuno contribuisce a ciò.

La politica: ad ogni cambio di governo, si mettono in cantiere operazioni di piccolo cabotaggio, che cercano di rammendare gli strappi o di accontentare qualcuna delle componenti. Va bene cercare il consenso di insegnanti e famiglie, ma questo non dà una linea strategica

I media: si concentrano sugli avvenimenti spiccioli, possibilmente scandalistici (es. crollo di un tetto, un atto di bullismo) e ignorano del tutto le prospettive generali e di lungo termine.

Il ministero: invia circolari “a pioggia”, con indicazioni spesso generaliste o puntiformi; innesca azioni sporadiche e manovre di cui si coglie il senso specifico ma che non lasciano intravedere un senso generale (che ovviamente dipende dalla politica).

Manca per la scuola un dibattito strategico che immagini un sistema profondamente diverso da quello attuale e che aiuti l’Italia a crescere e rinnovarsi.

Dieci scene per sognare

Questo testo non è un piano organico, ma, come un sogno, è fatto di singole scene.

Ciascuna scena ha un suo senso ed un suo significato. Nelle puntate successive le singole scene verranno sviluppate e approfondite.

Le scuole superiori durano 4 anni: tutte

Inutile tenere i giovani a scuola fino ai 19 anni.In quasi tutto il mondo gli studenti escono dal percorso scolastico a 18 anni. Se devono lavorare: questa è l’età per cominciare. Se devono iniziare un percorso di formazione superiore: questa è l’età giusta. Iniziando il prima possibile si ha tempo per provare varie strade, con eventuali errori, e trovare la propria. Anche in Italia ci sono già diverse esperienze in corso (in genere di successo): meglio passare quanto prima dalla sperimentazione alla adozione generalizzata.

Conseguenza: miglior servizio agli studenti e alla società; miglior utilizzo del personale insegnante (con eventuale sfoltimento dello stesso).

Le tecnologie e le novità pedagogiche sono parte integrante della vita scolastica

La tecnologia è uno strumento ordinario, non più una innovazione. Le tecnologie sono esperienza quotidiana nella società: per questo la scuola deve utilizzarle con pervasività e continuità. È inutile dire che le tecnologie sono nuove: non lo sono più. Le tecnologie non sono la causa della innovazione a scuola, ma uno degli strumenti con cui la si può realizzare.

Conseguenza: basta programmi speciali (es. per acquisto di tecnologia e formazione spot di insegnanti). Bisogna passare ad attività e finanziamenti istituzionali, non premiali o come esito di bandi speciali.

Gli insegnanti sono in aula 21-24h alla settimana e sono pagati di più

Gli insegnanti sono professionisti e vengono trattati come tali.Paragonando l’Italia con la situazione internazionale (nei paesi avanzati, per lo meno) si possono constatare due forti anomalie: gli insegnanti italiani sono in aula poche ore (altri paesi arrivano a 21, 24 o 28 ore settimanali) e sono pagati poco. In nessun paese del mondo gli insegnanti diventano ricchi, ma sicuramente sono pagati meglio rispetto all’Italia. Meno insegnanti, più selezionati, più professionali e meglio compensati: può non piacere a qualcuno, ma se la scuola deve affrontare sfide formidabili, questa è una strada obbligata.

Nota: le ore in aula non sono l’unico impegno di un insegnante (che deve studiare, prepararsi, correggere compiti, svolgere incombenze varie); ma questo vale in tutti i paesi. Si potrebbe pensare, per consentire agli insegnanti di concentrarsi sulla didattica, di togliere loro alcune delle – troppe – incombenze burocratiche.

Conseguenza: alla fine del percorso un corpo insegnante migliore e meglio trattato sul piano economico. Un sogno forse (con una transizione difficile), ma fattibile.

Carriera scolastica flessibile

Le classi coordinate (tutti insieme alla stessa velocità) non funzionano.In una classe coordinata tutti gli allievi seguono le stesse materie, tutti assieme. Ci si aspetta che tutti affrontino gli stessi contenuti con gli stessi modi. Si considera questo “inclusivo”, ma in realtà non lo è affatto. Penalizza gli studenti in difficoltà, penalizza gli studenti eccellenti e rende la vita difficile (a volte impossibile) agli insegnanti.

In molti paesi si lavora per livelli; per ogni materia (diciamo matematica) e per ogni anno (diciamo seconda media) ci sono vari livelli (es. base, avanzato, eccellente). Ogni allievo segue la materia al livello più adatto, con possibilità di modifica nel corso dell’anno. Lo stesso allievo può essere “eccellente” in una materia (es. matematica) e “base” in una altra (es. italiano). Nel passaggio da un anno all’altro si decidono i livelli di partenza.

Conseguenza: carriera flessibile per gli allievi, con un incentivo a far meglio. Miglior lavoro per gli insegnanti, con possibilità di concentrarsi, in modo selettivo, sui singoli problemi

Autonomia e flessibilità curricolare (e organizzativa)

La vera flessibilità curricolare è una necessità inderogabile. La scuola nazionale ha avuto un grande merito storico: contribuire alla unità di Italia, creando (in qualche senso e in qualche misura) una maggiore omogeneità tra i vari territori. Ora però il problema è l’opposto: il curriculum di ciascuna scuola dovrebbe adattarsi al tipo di allievi, al contesto socio-economico, alla cultura e ai bisogni del territorio. Anche la organizzazione deve essere flessibile: orari e regole devono tener conto del contesto in cui si opera. Ci devono essere degli standard e dei limiti alla flessibilità, ma la attuale rigidità (centralizzata) è un vero ostacolo alla innovazione.

Conseguenza: curricoli e organizzazione della scuola più aderenti ai bisogni (di allievi e territorio) e in grado di sfruttare meglio le potenzialità del corpo insegnante e del territorio.

La didattica delle “competenze” si accompagna alla didattica dei contenuti

La rilevanza di cosa si impara viene affiancata dalla rilevanza di come si impara.La società mondiale sta velocizzando i ritmi del cambiamento. Molti lavori di oggi, tra 20 anni non ci saranno; molti lavori che tra 20 anni saranno considerati qualificati, oggi non esistono. Il modo di lavorare e di essere cittadini sta cambiando a ritmo accelerato.

I contenuti che la scuola veicola sono sempre importanti, ma altrettanto (se non più importante) è il modo di apprendere, il modo di lavorare, il modo di rapportarsi con gli altri. Fondamentale per ciascuno è la capacità di evolvere e di cambiare.

Conseguenza: gli studenti saranno meglio attrezzati per affrontare le continue trasformazioni della società e per un “lifelong learning”.

Arruolamento insegnanti flessibile e decentralizzato

Un unico meccanismo di arruolamento nazionale non è adeguato ai tempi. Le conseguenze negative degli attuali meccanismi di arruolamento degli insegnnati sono troppo evidenti, e ne parleremo in un futuro intervento.

Immaginiamo invece un vero e proprio mercato del lavoro: gli istituti scelgono e arruolano (non assumono) gli insegnanti di cui hanno bisogno. Gli insegnanti scelgono dove andare ad insegnare. Prima di dire “impossibile”, pensate alla (pur sclerotica) Università Italiana: qualcosa di simile lo fa già. I meccanismi operativi sono difficili da definire, e la transizione potrebbe essere dolorosa; ma si può fare.

Conseguenza: maggiore possibilità per ciascuna scuola di gestire il proprio corpo insegnante, allineandolo con le proprie esigenze. Maggiore possibilità per gli insegnanti di trovare la migliore collocazione, più adatta a dare motivazioni e soddisfazione.

Finanziamento e sostegno operativo per la scuola, plurimo e flessibile

Il finanziamento pubblico alla scuola può e deve essere accompagnato da contributi vari da parte della società tutta. In molte parti del mondo la società contribuisce ai costi e al funzionamento della scuola: associazioni, enti, aziende, amministrazioni locali. Questo avviene sia per aiutare il funzionamento di base, sia (e soprattutto) per progetti mirati e speciali, Non solo per aiutare le eccellenze (che pure bisogna aiutare) ma soprattutto per aiutare e sostenere le realtà difficili (intese sia come territori che come allievi coinvolti).

In Italia la scuola appare ripiegata su sé stessa: non sembra in grado di utilizzare in modo sistematico e strategico sostegni operativi e finanziari che vengano dal di fuori. La paura di “contaminarsi” (paura, almeno in parte superata, ad esempio, dai Beni Culturali) sembra paralizzante.

Conseguenza: non solo maggiori risorse ed energie per la scuola, ma anche maggiore coinvolgimento di tutte le componenti della società a favore della scuola.

Aiutare i “cittadini” del terzo millennio

La scuola deve riprendere il suo ruolo formativo, abituando i futuri cittadini (digitali e no) ad un comportamento etico e responsabile. La scuola oggi, troppo spesso, abbassa la guardia nella sua attività formativa (anche subendo pressioni dalle famiglie, dai media e da opinion makers vari). Rispettare gli altri e rispettare le regole (in senso moderno) deve essere ribadito ed insegnato. Il senso della cittadinanza responsabile deve essere comunicato; le eventuali sanzioni devono essere immediate e non negoziabili. Ma le sanzioni da sole non bastano: formare è l’obbiettivo.

Conseguenza: contribuire a creare, nelle nuove generazioni, dei cittadini responsabili, capaci di rispettare una etica solidale e le regole di convivenza.

La società ha un ruolo strategico sulle scelte strategiche per la scuola

Questo è in realtà il punto più importante: la scuola non appartiene agli addetti ai lavori o agli studenti (con le loro famiglie). La scuola appartiene all’intera società che della scuola ha bisogno e che sostiene la maggior parte dei costi.

La società ha il diritto di occuparsi della scuola: le linee strategiche, le finalità, la organizzazione, i profili di coloro che terminano il percorso scolastico, etc.

Società vuol dire Università e Aziende (che sono lo sbocco del corso di studi), Associazioni ed Enti Culturali, esperti in vari ambiti culturali-lavorativi (e non solo esperti di formazione), etc. Tutti i soggetti possono avere idee e formulare proposte strategiche.

La società ha il dovere di occuparsi della scuola, invece di esporre solo lagnanze e luoghi comuni. Anche i media possono collaborare, invece di occuparsi della scuola solo per gli scandali. Anche le famiglie possono partecipare, non solo per favorire i loro figli. Tutti gli attori (non profit e profit) della società possono e devono impegnarsi per una scuola migliore.

Conseguenza: la società capisce meglio la scuola e contribuisce al suo successo. La scuola riesce ad usare meglio i contributi che la intera società può esprimere.

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