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open debate

Non classi ma “fasce di competenza” a scuola: ecco la rivoluzione necessaria

Suddividere gli studenti in gruppi con livello simile di competenza e non più in classi porterebbe vantaggi in termini di didassi, stimolerebbe la competizione sana e permetterebbe di arrivare alla fine del percorso di formazione con un bagaglio identificabile e spendibile. Ma serve un’azione incisiva e coraggiosa

05 Set 2019
Carlo Giovannella

Università di Roma, Tor Vergata


Nel corso dei decenni, il dibattito pedagogico ha spinto nella direzione della “inclusione didattica” facendola corrispondere, in qualche modo, all’inclusione sociale. Beh, forse è giunto il momento di farsi coraggio, prendere il “toro per le corna” e cambiare direzione, pur nella salvaguardia dell’inclusione sociale.

Come?  Impostando i percorsi di studio non più per classi ma per fasce di competenze.
Sarebbe una rivoluzione, ma una necessaria rivoluzione e approfittiamo per promuoverla in questo particolare momento, in cui sta per iniziare un nuovo anno scolastico/accademico e sta, forse, per essere varato un nuovo governo.

Un governo che si dice del cambiamento. Se davvero fosse tale adotterebbe lo slogan con il quale qualche tempo fa Tony Blair riportò i laburisti al potere: “education, education, education”.

Una visione sistemica per la scuola

Anche se non conosciamo ancora quali saranno le intenzioni del futuro ministro, di certo è necessario continuare a stimolare un “open debate” su problematiche e soluzioni, che non si limitino a mettere in campo piccoli correttivi ma che siano portatrici di una visione sistemica in grado di aumentare l’efficacia dell’apprendimento.
Da qualche anno le coorti di studenti che seguono i corsi universitari sembrano meno decisi, motivati e meno capaci di mettersi in gioco per raggiungere obiettivi significativi. Ciò che si poteva realizzare sino a 10 anni fa, con gli studenti di allora, oggi è diventato una chimera. Sicuramente meno fondi, sicuramente pochi incentivi, sicuramente un minimo di disgregazione dovuta all’avvento delle reti che, per altro, hanno anche favorito l’avvento della generazione copia e incolla. Tutto questo, però, non basta a spiegare l’attuale fase di stagnazione culturale che finisce per riflettersi in una stagnazione anche nello sviluppo di competenze e professionalità di livello adeguato. I primi effetti di questa stagnazione stanno già pervadendo, in chiave negativa, la nostra società con conseguente riduzione, in molti settori, delle potenzialità di sviluppo e produttive.

Competenze, un quadro impietoso

E’ importante sottolineare che non ci si trova esclusivamente di fronte a un problema di “skill match” ma anche, e forse soprattutto, di scarsa qualità delle competenze, nonché delle abilità e conoscenze che ne sostengono lo sviluppo.

Se si esamina il quadro riassuntivo degli esiti degli esami di maturità – senza entrare nei dettagli delle differenze tra alcune regioni che introducono solo piccoli bias – si deve prendere atto che l’1% circa ha ricevuto la lode, il 5% circa ha ottenuto il voto massimo (100/100) e poco più del 25% voti dal’81 al 99.
Bene, circa 40 anni fa l’1% degli iscritti si laureava in 4 anni in fisica (il corso di laurea allora era di 4 anni) tutti con la lode, il 10% in 5 anni (ovvero un anno fuori corso) e il 25% a regime.
Ho preso in considerazione il caso del corso di laurea in fisica non solo perché a me ben noto ma anche perché, da sempre, è considerato un corso non adatto a tutti, dove si misura l’eccellenza; una sorta di “liceo classico” dell’università, ovvero una laurea che apre ulteriormente la mente e prepara ad affrontare la complessità, in qualunque settore si dovesse manifestare.

Le similarità nelle percentuali è abbastanza evidente. Quali i significati di tale similarità?
Il primo, più immediato, ha carattere proiettivo: probabilmente, con le dovute eccezioni, coloro che hanno preso 100 e lode saranno anche coloro che termineranno nel tempo previsto e a pieni voti qualsiasi corso di laurea a cui si iscriveranno; il 5% che hanno preso 100 termineranno il proprio corso di laurea con un lieve ritardo, quantunque con alte votazioni; coloro che hanno preso tra 81 e 99, infine, si laureerà in un numero di anni non definibile dipendente dalla durezza del corso di laurea intrapreso; e gli altri? Si potranno laureare ma solo in alcuni corsi di laurea.

Efficacia del sistema educativo, una stasi lunga 40 anni

Il secondo significato, meno immediato da estrapolare, riguarda l’efficacia del sistema educativo: in circa 40 anni non è cambiato nulla.
Al massimo, come va di moda dire oggi, si osservano variazioni dello “zero virgola”. Anzi, a ben vedere, il 10% si è ridotto al 5%.
Questo vuol dire che la scuola dell’ “inclusione didattica”, intesa come la scuola che porta avanti tutti (o quasi) dalla prima elementare alla maturità senza stop, ha fallito.
Portare avanti tutti facendo finta che non vi siano ostacoli che richiedono un tempo adeguato a essere superati non ha pagato e anzi è una delle cause principali dell’attuale stagnazione culturale. Chi è brillante per sue capacità, o a causa delle condizioni al contorno di cui gode (es. famiglia dedita), continuerà a esserlo in qualsiasi condizione, gli altri verranno risucchiati da una temporanea illusione, ma se dotati di sufficiente scaltrezza potranno vivere di apparenza, ovvero se la caveranno.

La scuola guardi allo sport

Di recente mi è capitato di ascoltare istruttori di cavalli destinati a pratiche sportive mentre raccontavano del percorso che stavano facendo seguire ai loro giovani puledri. Sembrava che stessero descrivendo percorsi di apprendimento di bambini.
Affermano che è giusto che i puledri seguano tutti gli step previsti per 4, 5, 6 e, in alcuni casi, 7 anni. E affermano anche, senza sovrastrutture mentali, che esistono cavalli “tardivi” a cui è giusto dare un tempo adeguato, per poi riprenderli in seguito, senza smettere di curarli, anzi fornendo loro tutti gli ausili del caso. Sostengono, infine che, per quanto rari, esistono cavalli che prima della fine di un percorso di addestramento standard sono pronti per gare di categorie superiori, ovvero all’ingresso nel mondo adulto.

Ho preso questo esempio perché lo sport è uno dei settori in cui si accetta comunemente la differenza di capacità e nessuno si stupisce se non si riescono a portare alle olimpiadi o anche solo ai campionati nazionali o regionali tutti i praticanti.
Neppure a “livello parrocchiale” ci si stupisce della scelta di lasciare in panchina alcuni per far giocare altri, salvo a volte concedere pochi minuti per una passerella, a patto, però, che essa risulti ininfluente sul risultato finale della squadra.
Nello sport anzi si valorizza enormemente il “talento naturale” con ingaggi che in alcune discipline non è inesatto definire stratosferici e ingiustificati … ma è lo “star system” che rispecchia le richieste del mercato di cui noi tutti siamo membri attivi.

Una domanda nasce ovviamente spontanea: perché si è così disponibili ad accettare la differenziazione nelle sport, al contempo, si fa del tutto per impedire lo sviluppo di percorsi individualizzati nell’educazione scolastica?

Una scuola suddivisa in fasce di competenza

Torniamo dunque alla tesi iniziale, di una scuola suddivisa in fasce di competenza invece che in classi e proviamo a comprendere perché si tratterebbe di una rivoluzione necessaria.

Innanzitutto, al posto delle classi si formerebbero gruppi di studenti con livello simile di competenza con conseguente enorme fluidificazione della didassi e probabile maggiore motivazione per tutti i ragazzi. Non si verrebbe più promossi da una classe alla successiva ma si transiterebbe, se opportuno, da una fascia di competenza alla successiva.
Non è lo stesso meccanismo in uso nei videogiochi il cui progetto è basato sul raggiungimento dello stato di “flow” ?
Chissà, forse si instaurerebbe anche una sana competizione per il passaggio da una fascia di competenza alla successiva.

E’ importante notare che non si vuole favorire il ritorno della bocciatura perché la bocciatura era un meccanismo “on-off”: o si era bocciati in tutte le materie o si era promossi in tutte le materie.
Con le fasce di competenza non si avanzerebbe solo in alcuni ambiti di competenze, non in tutti, evitando il senso di “rifiuto” da parte della scuola e favorendo, invece, l’adozione di percorsi personalizzati.

Con la formazione di gruppi per fasce di competenza non si intaccherebbe minimamente la socializzazione, anzi i gruppi sarebbero più fluidi, aumenterebbero il numero dei contattati e si potrebbero valorizzare anche le eccellenze, che nelle nostre scuole sono costrette a scalpitare.

Inoltre anche i corsi di recupero/rafforzamento assumerebbero un valore diverso. Oggi la gran parte degli studenti vi partecipa quasi a forza, con pochissimo interesse e impegno.

Lo sviluppo di percorsi basati su fasce di competenze, infine, consentirebbe agli studenti di arrivare alla fine del percorso di formazione con un bagaglio ben identificabile e immediatamente spendibile sia per un’eventuale iscrizione all’università che per l’ingresso nel mondo del lavoro.
(Il tema dell’ammissione all’università meriterebbe un approfondimento ma lo lasceremo, semmai,    a un prossimo intervento).

Il dibattito a supporto di una nuova scuola

Per rendere efficiente questo meccanismo servono non solo docenti preparati alla didattica per competenze ma anche docenti preparati a utilizzare in modo ottimale gli ambienti online che dovranno fungere da supporto irrinunciabile alla personalizzazione dei percorsi.
Le tecnologie necessarie a tale scopo sono disponibili ormai da quasi 20 anni ma è il loro utilizzo che va ridefinito, poi l’appetito verrà mangiando e forse nasceranno anche nuove esigenze tecnologiche.

Il governo avrà il coraggio di avviare un’azione davvero incisiva per istradare il nostro sistema di istruzione verso il raggiungimento nel 2030 del SDG 4 (Quality Education)?

Nel frattempo è nostro compito e dovere sostenere il dibattito e la riflessione.
Prossimo appuntamento dal vivo durante l’ “open debate” che si terrà a Foggia in occasione di EMEM 2019 il giorno 9 settembre alle 16:00.

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