Promessi Sposi e AI

Contro la scuola facile: perché i classici servono ancora di più nell’era dell’AI



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Il dibattito sui Promessi Sposi e sulle nuove Indicazioni nazionali riapre il tema della didattica dell’italiano. Tra AI, digitale e classici, la sfida è costruire competenze critiche solide, capaci di formare lettori consapevoli e non utenti passivi della tecnologia

Pubblicato il 14 mag 2026

Licia Landi

Docente a contratto di Tecnologie didattiche nell'Università degli Studi di Verona, ricercatrice didattica, consulente e formatrice, Già autrice per Sanoma di percorsi sulla didattica STEM



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Il dibattito sui “Promessi Sposi” riacceso dalla pubblicazione da parte del MIM della bozza delle nuove “Indicazioni nazionali per i licei” mi sembra l’occasione opportuna per riflettere su un’emergenza da troppo tempo trascurata: la didattica della disciplina italiano. Parliamo continuamente di metodologie e tecnologie, ma raramente ci interroghiamo su come costruire curricula disciplinari dallo sguardo lungo, capaci di rinforzare le competenze in modo ricorsivo, creando le basi per un lettore solido e non “usa e getta”.

Il rumore di fondo su strumenti e dispositivi ha finito, infatti, per spostare l’attenzione dai fondamenti epistemologici e dai nodi strutturanti e metodologici, come se l’innovazione fosse un obiettivo autonomo e non la forza rigeneratrice capace di dare nuova linfa alla disciplina. Per esperienza diretta, sono, invece, convinta che la sinergia tra strumenti digitali e testi classici possa generare una spinta inedita all’apprendimento, a patto, però, che sia guidata da una preparazione specifica e da una visione competente, capace di ricondurre la tecnica al servizio del senso.

Il rischio del populismo didattico

Come pioniera del digitale nella scuola e come ricercatrice che da anni indaga il rapporto tra AI e discipline umanistiche, osservo con preoccupazione il propagarsi di un populismo didattico che si appoggia sempre più frequentemente alla tecnologia come mero strumento di semplificazione, riducendo l’innovazione a una sorta di assemblaggio di contenuti predefiniti, tra slide copia-incolla e percorsi di formazione in stile tutorial viventi. Se la didattica rinuncia alla profondità per inseguire un’appetibilità immediata, finisce per tradire la sua missione. Non si tratta, infatti, qui di schieramenti divisi tra passatisti e innovatori, ma di consapevolezza che la varietà delle letture per genere, rilevanza ed epoche è un valore imprescindibile e deve spaziare liberamente, arrivando fino all’oggi, proprio per evitare che i ragazzi affrontino il contemporaneo a occhi bendati, fagocitati dall’effimero della comunicazione social o da ipersemplificazioni che, complice una malintesa comprensione dell’AI, si stanno diffondendo a macchia d’olio.

Questa deriva digitale spesso scambia l’accesso all’informazione con la comprensione del senso. In un ecosistema dove l’AI generativa può produrre testi corretti, ma privi di anima, la scuola non può limitarsi a insegnare l’uso degli strumenti, ma deve formare l’architettura logica che precede l’interazione con la macchina, perché, se non presidiamo la capacità critica, l’innovazione diventa una forma sofisticata di analfabetismo funzionale, dove lo studente rischia di delegare passivamente il pensiero complesso alla tecnologia, accontentandosi di un risultato standardizzato che non gli appartiene.

Per una didattica “contrastiva” con le macchine

Oggi che l’AI entra ufficialmente nelle Indicazioni Nazionali attraverso la revisione strutturale ministeriale, il tema non è più se usarla, ma come. Proprio attraverso la sperimentazione continua e l’approfondimento del rapporto tra tecnologia e didattica dell’italiano, mi appare chiaro come non sia possibile alcun lavoro contrastivo con le macchine, senza una solida impostazione metodologica, perché, se la mediazione didattica si ferma alla trama, l’AI ha vinto e vincerà sempre, essendo in grado di generare sintesi in pochi secondi. La sfida è, invece, insegnare a decodificare stile, struttura e lessico, operazioni che l’AI può simulare, ma mai sostituire nel loro valore conoscitivo, critico e civile, dal momento che solo la mediazione umana collega la forma del testo all’esperienza viva dello studente.

In questa prospettiva, la capacità di interrogare un’intelligenza artificiale non è una mera abilità tecnica, ma una sfida linguistica di alto livello. Per ottenere risposte valide da un modello generativo, occorrono precisione lessicale e capacità di astrazione, competenze che l’analisi dei testi complessi aiuta a sviluppare in modo unico. Confrontarsi con la struttura di un classico predispone, infatti, la mente a governare il mezzo tecnologico, offrendo le basi logiche per tentare di trasformarlo da oracolo da subire a strumento da indirizzare. Saper formulare la domanda giusta diventa, così, la nuova frontiera dell’analisi del testo, dove la qualità del pensiero umano può determinare la qualità del risultato tecnologico.

I classici come “codice sorgente”

Ritornando alla vexata quaestio dei Promessi sposi, in questo quadro, analizzare l’Azzeccagarbugli, per esempio, smette di essere un esercizio scolastico e diventa l’anatomia reale di come il linguaggio tecnico-giuridico possa trasformarsi in strumento di oppressione. Lo stesso vale per la vicenda della Monaca di Monza, lucida analisi clinica di una violenza psicologica e familiare sistemica, o per la scelta di protagonisti operai come i filatori di seta, perché non si tratta di “sovraletture” moderne o interpretazioni arbitrarie, ma dell’impalcatura tecnica del realismo europeo depositata nel testo ed è proprio questo tipo di approccio che ci fornisce il “codice sorgente” per smontare, oggi, i messaggi manipolatori.

In un’epoca di infodemia e di possibili errori dei modelli digitali, che spesso generano contenuti plausibili ma infondati, il rigore appreso sui testi fondativi rappresenta una potente palestra. Abituare i ragazzi a cercare il riscontro nel testo e a non fidarsi della superficie di un periodo ben scritto allena quel tipo di sguardo critico oggi indispensabile per orientarsi tra le informazioni. La letteratura ci mostra come il linguaggio possa essere un meccanismo costruito per ingannare e come sia fondamentale imparare a riconoscere quegli ingranaggi per non restarne prigionieri. Valorizzare oggi lo studio della grande letteratura significa, perciò, anche offrire modelli di resistenza all’omologazione e arricchire il vocabolario degli studenti, condizione necessaria per un pensiero che voglia dirsi ancora autonomo.

Conclusioni: la vera inclusione è la complessità

Proporre la complessità non è un atto elitario, è l’esatto opposto, perché elitarismo è lasciare che solo chi ha già gli strumenti culturali a casa possa decodificare la realtà, offrendo agli altri solo intrattenimento di superficie. La vera personalizzazione degli apprendimenti non consiste, infatti, nel dare letture più facili, ma nel fornire a ciascuno le chiavi per abitare i testi fondativi della nostra cultura per accedere a tutti gli altri e affrontarli con spirito critico.

La scuola deve essere certamente al passo dei tempi, ma non dell’ignoranza dilagante, che è astorica e va combattuta in ogni tempo e in ogni luogo. Per questo costruire un curricolo verticale d’italiano significa, in ultima analisi, fornire ai ragazzi, a prescindere dall’indirizzo di studi, gli anticorpi cognitivi per non essere utenti passivi di algoritmi altrui.

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