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AI, dati e V-Humint: come evolve lo spionaggio russo in Italia



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Il caso dei due italiani ex membri del comparto intelligence accusati di rapporti con i servizi russi si inserisce in una competizione più ampia tra Stati. Dati, IA, attacchi cyber, V-HUMINT e reti umane ridefiniscono lo spionaggio contemporaneo e il ruolo strategico dell’Italia

Pubblicato il 28 lug 2026

Antonio Teti

Responsabile Settore Sistemi Informativi di Ateneo, Innovazione Tecnologica e Sicurezza Informatica. Responsabile per la Transizione Digitale di Ateneo e Referente di Ateneo per la Cybersicurezza Docente di Fondamenti di Cybersecurity al Dipartimento di Economia Aziendale



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Lo spionaggio tradizionale evolve in una forma completamente nuova di competizione tra Stati, nella quale l’informazione è diventata la principale risorsa strategica e l’intelligenza artificiale sta modificando profondamente le modalità con cui essa viene raccolta, elaborata, interpretata e trasformata in vantaggio geopolitico.

La vicenda dei due ex membri del comparto intelligence italiano accusati di aver collaborato coi servizi russi deve quindi essere letta in un contesto molto più ampio. Dall’inizio della guerra in Ucraina, infatti, il confronto tra Russia e Occidente non si combatte esclusivamente sul terreno militare. Accanto alle operazioni convenzionali si è sviluppata una guerra permanente fatta di cyber attacchi, sabotaggi, operazioni psicologiche, campagne di disinformazione, influenza politica, guerra economica e attività di intelligence sempre più sofisticate.

In questo scenario, lo spionaggio torna a essere uno degli strumenti fondamentali attraverso i quali gli Stati cercano di ridurre l’incertezza, anticipare le decisioni dell’avversario e acquisire un vantaggio competitivo. L’Italia, per la propria collocazione geopolitica e per il ruolo ricoperto all’interno della NATO e dell’Unione europea, rappresenta inevitabilmente uno dei principali teatri di questa competizione.

Perché l’Italia interessa ai servizi segreti russi

Una domanda sorge spontanea: perché Mosca dedica così tante risorse all’attività informativa sul territorio italiano? La risposta è molto più articolata di quanto possa apparire, poiché l’Italia non rappresenta soltanto uno Stato membro dell’Alleanza Atlantica, ma costituisce uno snodo fondamentale di numerose reti strategiche che riguardano la sicurezza europea.

Sul territorio nazionale sono presenti importanti basi militari statunitensi e NATO, centri di comando, infrastrutture logistiche, installazioni aeronavali, sistemi di telecomunicazione, centri spaziali e poli industriali che partecipano allo sviluppo di tecnologie avanzate nel settore della difesa. Le grandi aziende italiane operano nei comparti aerospaziale, missilistico, navale, elettronico, cyber e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Molte di esse partecipano a programmi comuni europei e atlantici che costituiscono obiettivi di grande interesse per qualsiasi servizio di intelligence straniero.

Il peso delle basi NATO e delle infrastrutture strategiche

Accanto alla dimensione militare esiste poi una componente economica spesso sottovalutata. Nel XXI secolo la competitività tecnologica rappresenta una forma di potere geopolitico. Acquisire informazioni sui programmi industriali, sui progetti di ricerca, sulle innovazioni nel campo dei semiconduttori, della crittografia, del quantum computing, dell’intelligenza artificiale o delle infrastrutture digitali significa ottenere un vantaggio economico prima ancora che militare. Di conseguenza, la distinzione tra spionaggio politico, economico, industriale e tecnologico tende quindi progressivamente a dissolversi, ed è proprio questa convergenza a rappresentare uno degli elementi caratterizzanti dello scenario contemporaneo. In altri termini, la sicurezza nazionale non riguarda più esclusivamente la protezione delle informazioni classificate custodite nei ministeri o nei comandi militari.

Oggi un laboratorio universitario che sviluppa algoritmi di machine learning, un centro di ricerca impegnato nella progettazione di nuovi materiali, una startup specializzata in cybersecurity oppure un’azienda che realizza componentistica elettronica strategica possono rappresentare obiettivi di intelligence almeno quanto una struttura militare tradizionale. Questa evoluzione modifica profondamente anche il concetto stesso di “target of interest”. I servizi segreti non cercano più soltanto documenti riservati, ma cercano competenze, conoscenza, capitale umano, reti relazionali e dati. In altre parole, cercano tutto ciò che può contribuire a ridurre l’incertezza decisionale.

Dalla Guerra Fredda alla guerra algoritmica

Per comprendere il comportamento dell’intelligence russa occorre abbandonare una visione ancorata agli schemi del Novecento. Durante la Guerra Fredda lo spionaggio era prevalentemente orientato alla raccolta di informazioni politico-militari attraverso agenti umani e il ciclo informativo seguiva tempi relativamente lunghi. Le informazioni venivano raccolte, trasmesse, analizzate e trasformate in valutazioni strategiche attraverso processi che potevano richiedere settimane o mesi. L’attuale rivoluzione digitale ha completamente modificato questo paradigma.

La nuova centralità dei dati nello spionaggio digitale

Oggi ogni individuo produce quotidianamente enormi quantità di informazioni attraverso smartphone, social network, sistemi di pagamento elettronico, geolocalizzazione, dispositivi IoT, piattaforme cloud e servizi digitali. La quantità di dati disponibili è cresciuta in maniera esponenziale, ma il vero cambiamento non riguarda soltanto la quantità, bensì la capacità di analizzarli. L’intelligenza artificiale consente oggi di elaborare miliardi di dati eterogenei individuando correlazioni che nessun analista umano sarebbe in grado di riconoscere e lo spionaggio contemporaneo diventa quindi sempre meno dipendente dal singolo documento segreto e sempre più fondato sulla costruzione di enormi ecosistemi informativi.

Di conseguenza, il valore strategico non risiede esclusivamente nel possesso dell’informazione, ma risiede soprattutto nella capacità di collegare informazioni apparentemente irrilevanti tra loro. È esattamente questa la direzione nella quale si stanno muovendo le principali agenzie di intelligence mondiali, comprese quelle russe. L’intelligenza artificiale non sostituisce l’agente segreto, ma ne amplifica le capacità, poiché gli consente di identificare bersagli, prevedere comportamenti, costruire reti di relazione, individuare vulnerabilità e supportare il processo decisionale con una rapidità impensabile fino a pochi anni fa. Lo spionaggio del XXI secolo non è più soltanto umano né esclusivamente digitale: è un sistema integrato in cui persone, algoritmi e dati operano in modo sinergico, ridefinendo profondamente il concetto stesso di intelligence.

Come operano oggi i servizi di intelligence russi

Per comprendere il significato del recente caso italiano è necessario compiere un ulteriore passo in avanti. La tentazione di interpretare l’attività di intelligence russa attraverso gli schemi della Guerra Fredda rischia infatti di produrre una lettura incompleta del fenomeno. La Russia contemporanea non ha semplicemente ereditato il patrimonio operativo del KGB, ma lo ha trasformato, adattandolo a un contesto caratterizzato dalla globalizzazione digitale, dall’intelligenza artificiale e dalla competizione permanente tra grandi potenze. Oggi Mosca considera l’intelligence non come uno strumento separato dalla politica estera o dalla strategia militare, ma come una componente strutturale del proprio potere nazionale.

Informazione, cyberspazio, diplomazia, guerra elettronica, operazioni psicologiche e capacità militari sono concepite come elementi di un unico sistema, capace di agire in maniera coordinata per influenzare il comportamento degli avversari senza necessariamente ricorrere all’impiego diretto della forza. È questa la logica che ispira il concetto russo di confronto informativo, meglio identificato come “informatsionnoye protivoborstvo”, nel quale la raccolta informativa rappresenta soltanto una delle fasi di un processo molto più ampio che comprende l’analisi, la manipolazione e l’utilizzo strategico delle informazioni.

SVR, GRU e FSB nell’architettura dell’intelligence russa

L’architettura dell’intelligence russa si fonda principalmente su tre grandi organismi, ciascuno con competenze specifiche ma sempre più interconnesse. Il Servizio di Intelligence Estera (SVR) è responsabile della raccolta informativa oltre i confini nazionali. Il suo compito è acquisire informazioni politiche, economiche, tecnologiche e strategiche utili al processo decisionale del Cremlino. Tradizionalmente opera attraverso ufficiali sotto copertura diplomatica, reti clandestine e fonti umane reclutate all’estero.

Il GRU, oggi formalmente noto come Direzione Principale dello Stato Maggiore delle Forze Armate, rappresenta invece il braccio dell’intelligence militare. Negli ultimi anni il suo ruolo si è notevolmente ampliato, comprendendo operazioni speciali, cyber warfare, sabotaggio, guerra elettronica e attività clandestine ad alto rischio. Numerose campagne di cyber spionaggio attribuite a gruppi come APT28 (Fancy Bear) sono state ricondotte, da diverse agenzie occidentali, a strutture riconducibili al GRU.

L’FSB, erede diretto di una parte significativa del KGB, mantiene formalmente competenze di sicurezza interna, controspionaggio e contrasto al terrorismo. Tuttavia, soprattutto dopo il 2022, la distinzione tra attività interne ed esterne è diventata meno netta, con un crescente coinvolgimento dell’FSB anche in operazioni che travalicano i confini della Federazione Russa. Più che tre servizi distinti, essi costituiscono oggi un ecosistema nel quale competenze diverse vengono integrate in funzione dell’obiettivo operativo.

Capitale umano e conoscenza del contesto

Anche l’attività di reclutamento ha subito una sostanziale evoluzione. Uno degli aspetti più interessanti emersi anche dall’inchiesta italiana riguarda proprio il profilo delle persone coinvolte. Va precisato che il valore strategico delle informazioni non dipende esclusivamente dal loro livello di classificazione, ma dalla possibilità di inserirle in un quadro informativo più ampio. Per questo motivo i servizi russi dedicano crescente attenzione al capitale umano.

Ex funzionari pubblici, consulenti, ricercatori universitari, professionisti, manager, ufficiali in congedo, esperti di sicurezza, dirigenti industriali e specialisti di tecnologie avanzate possono costituire fonti informative estremamente preziose anche quando non dispongono più di un accesso diretto a documentazione riservata.

Ciò che interessa non è soltanto ciò che una persona sa, ma anche chi conosce, quali reti frequenta, quali dinamiche organizzative comprende, quali processi decisionali è in grado di interpretare. La cosiddetta “contextual knowledge”, ovvero la conoscenza del contesto di riferimento, diventa spesso più importante del singolo documento, e in questo senso lo spionaggio moderno assomiglia sempre meno a un’attività di sottrazione di segreti e sempre più a una sofisticata attività di mappatura delle reti cognitive.

Le tecniche di reclutamento nell’era digitale

Anche il processo di reclutamento ha subito profonde trasformazioni. Se durante la Guerra Fredda il primo contatto avveniva prevalentemente attraverso incontri personali o ambienti diplomatici, oggi la fase preliminare è spesso completamente digitale. I social network professionali, le piattaforme accademiche, le conferenze internazionali, i webinar, le pubblicazioni scientifiche e perfino le interazioni sui social media consentono di costruire profili estremamente dettagliati dei potenziali obiettivi.

Attraverso tecniche di profilazione algoritmica, è possibile individuare competenze professionali, orientamenti culturali, vulnerabilità economiche, relazioni personali, percorsi di carriera, interessi scientifici, partecipazione a progetti internazionali. Anche in questo caso, l’intelligenza artificiale può rendere questo processo enormemente più efficiente, consentendo di analizzare simultaneamente milioni di profili e di attribuire a ciascun soggetto un indice di potenziale interesse operativo.

Il primo contatto tra conferenze, consulenze e relazioni online

Solitamente, il primo contatto avviene in modo apparentemente innocuo: un invito a una conferenza, una proposta di collaborazione scientifica, una richiesta di consulenza, un’offerta di ricerca congiunta o una semplice conversazione online. Molto spesso il soggetto coinvolto (target) non percepisce nemmeno di trovarsi all’interno di un processo di valutazione da parte di un servizio di intelligence.

Va evidenziato che per la conduzione delle attività finalizzate alla ricerca di “contatti di interesse”, spesso si predilige l’adozione di tecniche di Virtual Human Intelligence (V-HUMINT), metodologia che consente di raccogliere informazioni attraverso l’interazione interpersonale diretta nel cyberspazio. A tal proposito, la prima fase della Virtual HUMINT consiste proprio nella cosiddetta “target discovery”, ovvero nell’identificazione dei soggetti potenzialmente utili.

Target discovery e profilazione algoritmica

Se in passato questa attività era svolta principalmente attraverso osservazione diretta, segnalazioni di altre fonti o attività di sorveglianza, attualmente il processo risulta profondamente cambiato. Sistemi di analisi automatizzata scandagliano enormi quantità di dati pubblici e semi-pubblici per individuare profili compatibili con specifici requisiti operativi. L’intelligenza artificiale permette di incrociare variabili quali ruolo professionale, settore di attività, partecipazione a programmi di ricerca, relazioni internazionali, competenze linguistiche, mobilità geografica, presenza sui social media e appartenenza a reti accademiche o industriali.

Ne deriva una selezione estremamente precisa dei soggetti che potrebbero rappresentare un “obiettivo di interesse”. Non si cercano necessariamente persone che abbiano accesso a documenti classificati, ma sempre di più figure che occupano posizioni strategiche nei processi decisionali o che operano in contesti tecnologicamente avanzati, dove anche informazioni apparentemente ordinarie possono assumere un elevato valore intelligence. Una volta individuato il potenziale bersaglio, inizia una fase molto più sofisticata, quella della costruzione del profilo psicologico.

Attraverso tecniche di “behavioural analytics” (analisi semantica dei contenuti pubblicati, studio delle reti relazionali e valutazione delle modalità comunicative), è possibile ricostruire aspetti della personalità che un tempo richiedevano lunghi periodi di osservazione. L’analisi dei post pubblicati sui social, della frequenza delle interazioni, del linguaggio utilizzato, degli argomenti trattati, delle reazioni emotive e delle comunità frequentate consente di individuare indicatori utili a comprendere il carattere dell’individuo, il suo grado di estroversione, la propensione al rischio, il bisogno di riconoscimento sociale, la sensibilità economica o ideologica.

Anche in questo caso, l’intelligenza artificiale può accelerare enormemente questo processo, individuando correlazioni che difficilmente sarebbero riconoscibili da un analista umano.

La costruzione del rapporto nella V-HUMINT

Anche nella V-HUMINT il primo contatto raramente assume le sembianze di un’attività di intelligence. In questo caso l’approccio avviene quasi sempre attraverso contesti perfettamente legittimi, come: un invito a partecipare a un convegno internazionale, una proposta di collaborazione scientifica, la richiesta di una consulenza specialistica, la revisione di un articolo, un’offerta di ricerca, un incarico professionale e/lavorativo, un invito a entrare in un advisory board o in un gruppo di lavoro.

In molti casi il contatto è mediato da professionisti realmente esistenti, società di consulenza, think tank, centri studi o organizzazioni apparentemente indipendenti. L’obiettivo iniziale non è ottenere informazioni riservate, ma costruire un rapporto di fiducia, comprendere il livello di disponibilità dell’interlocutore e valutarne l’affidabilità. La relazione si sviluppa gradualmente, spesso per mesi o anni, fino a quando il soggetto non viene percepito come una fonte stabile.

AI Agent e relazioni digitali preliminari

Anche nella V-HUMINT l’avvento dei modelli linguistici avanzati e degli AI Agent introduce un ulteriore elemento di discontinuità. Un agente intelligente può assistere un operatore di intelligence nella preparazione di un contatto, analizzando automaticamente il profilo del soggetto, sintetizzando le sue pubblicazioni, suggerendo argomenti di conversazione coerenti con i suoi interessi, simulando possibili reazioni e persino adattando in tempo reale lo stile comunicativo.

In prospettiva, agenti autonomi potrebbero gestire le fasi preliminari della relazione digitale, mantenendo conversazioni credibili, organizzando incontri, monitorando l’evoluzione del rapporto e segnalando all’operatore umano il momento più opportuno per un coinvolgimento diretto. Questo non significa che il reclutamento venga automatizzato, poiché la componente umana rimane decisiva, purtuttavia l’intelligenza artificiale riduce enormemente il tempo necessario per selezionare i bersagli, comprenderne il profilo e pianificare la strategia di avvicinamento.

Coperture diplomatiche e reti resilienti

Il recente caso italiano ripropone anche un’altra costante dell’intelligence russa, ovvero l’utilizzo delle rappresentanze diplomatiche come piattaforme operative. L’impiego di ufficiali sotto copertura diplomatica costituisce una pratica consolidata non soltanto della Russia, ma della maggior parte dei servizi di intelligence mondiali. La vera differenza, però, consiste nell’intensità con cui tale strumento viene utilizzato.

L’immunità diplomatica prevista dalla Convenzione di Vienna garantisce infatti un livello di protezione che consente agli ufficiali di intelligence di svolgere attività di osservazione, reclutamento, gestione delle fonti e raccolta informativa con un rischio giudiziario estremamente limitato. Quando tali attività vengono individuate dal controspionaggio del Paese ospitante, la risposta più frequente consiste nella dichiarazione di persona non grata e nella conseguente espulsione.

Si tratta di una misura che produce un danno operativo significativo, ma raramente definitivo. Le reti informative vengono infatti progettate per essere resilienti: i contatti possono essere trasferiti ad altri ufficiali, le comunicazioni riallacciate e le attività riorganizzate in tempi relativamente brevi. È questa una delle ragioni per cui la competizione tra spionaggio e controspionaggio assume il carattere di una partita continua, nella quale ogni successo operativo rappresenta soltanto una fase di un confronto destinato a proseguire.

Dallo spionaggio tradizionale alla convergenza multidominio

Se il reclutamento di fonti umane continua a rappresentare una componente imprescindibile dell’attività di intelligence, il vero salto di qualità compiuto dai servizi russi negli ultimi quindici anni consiste nell’aver compreso, probabilmente prima di molti altri attori internazionali, che il valore strategico dell’informazione non dipende più soltanto dalla sua segretezza, ma dalla capacità di integrarla con una molteplicità di altre fonti.

E ciò rappresenta la trasformazione più profonda dello spionaggio contemporaneo. L’intelligence non opera più in compartimenti stagni. HUMINT (Human Intelligence), SIGINT (Signals Intelligence), CYBINT (Cyber Intelligence), GEOINT (Geospatial Intelligence), OSINT (Open Source Intelligence) e SOCMINT (Social Media Intelligence) non sono discipline autonome, ma elementi di un’unica architettura informativa, in cui il loro valore emerge dalla convergenza. La Russia ha investito esattamente in questa direzione e con notevole continuità, sviluppando un modello nel quale la raccolta clandestina si integra con quella digitale e con l’analisi algoritmica. L’obiettivo non è semplicemente conoscere l’avversario, ma comprenderne in profondità il funzionamento, anticiparne le decisioni, individuarne le vulnerabilità e, quando possibile, influenzarne il processo decisionale.

Cyber intelligence, OSINT e SOCMINT nella strategia russa

Va precisato che uno degli errori più frequenti è ritenere che i servizi di intelligence lavorino esclusivamente su informazioni classificate. Oggi accade spesso il contrario, dato che una quota sempre maggiore delle informazioni utilizzate nelle analisi strategiche proviene da fonti aperte. Pubblicazioni scientifiche, brevetti, atti parlamentari, gare pubbliche, registri societari, social network, immagini satellitari commerciali, banche dati accademiche, conferenze internazionali, siti istituzionali e perfino offerte di lavoro rappresentano un patrimonio informativo di valore straordinario.

Un semplice annuncio di assunzione pubblicato da un’azienda può rivelare lo sviluppo di un nuovo programma tecnologico e una pubblicazione scientifica può indicare l’avanzamento di una ricerca di tipo “dual use”. Allo stesso modo, la partecipazione di un ricercatore a un progetto europeo può evidenziare collaborazioni industriali strategiche e le fotografie condivise durante un convegno possono mostrare prototipi, laboratori, apparati o relazioni tra soggetti che, singolarmente considerate, sembrano prive di significato. La forza dell’intelligence moderna, di conseguenza, consiste proprio nella capacità di attribuire significato a informazioni apparentemente irrilevanti. Si tratta di un cambiamento culturale prima ancora che tecnologico. In altri termini, non si cercano più soltanto segreti, ma si costruiscono modelli interpretativi della realtà.

Il ruolo dell’IA nella nuova intelligence predittiva

Ed è esattamente in questo contesto che l’IA assume un ruolo decisivo, sulla base del fatto che le moderne piattaforme di AI non sostituiscono l’analista, ma ne amplificano enormemente le capacità cognitive. In altre parole, l’intelligence non si limita più a descrivere ciò che è accaduto, ma cerca di anticipare ciò che potrebbe accadere.

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