Il tema della difesa incombe nel dibattito politico e nei media.
Ciò non è dovuto solo all’approssimarsi alle frontiere geografiche, tecnologiche ed economiche di guerre sempre più distruttive, è anche dovuto all’urgenza delle scelte strategiche.
Il perimetro non coincide più con quello della NATO a cui contribuiscono i singoli eserciti nazionali con assoluta egemonia americana. Il perimetro esterno della esposizione del nostro e di qualsiasi altro paese membro o non dell’Unione è, per cominciare, quello europeo.
In secondo luogo l’area esposta ai rischi di attacco non è più solo quella delle infrastrutture militari e dei depositi di armamenti, ma un insieme assai più ampio di infrastrutture e di capacità; infine, l’innovazione tecnologica è intrinsecamente duale, ossia si applica all’uso civile e all’uso militare: ciò vale per l’intelligenza artificiale AI, e per le infrastrutture di telecomunicazione, i data center etc.[1]
Indice degli argomenti
La difesa europea davanti alle nuove minacce
La superficie di possibile attacco si amplia enormemente: una difesa all’altezza di questa estensione può essere solo di livello continentale per poi integrarsi con quella americana e degli altri paesi occidentali e democratici. Se oggetto di attacco sono le infrastrutture civili e tecnologiche, la difesa europea deve prevedere lo sviluppo di capacità di protezione dai cyberattacchi delle reti e delle infrastrutture critiche. Lo sviluppo delle nuove armi, prevalentemente teleguidate dall’intelligenza artificiale, richiede una politica industriale europea efficace.
Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rivendicato l’11 giugno in Parlamento l’aumento delle spese per la difesa, motivato non tanto dall’acquisto di nuovi armamenti tradizionali, quanto dal potenziamento delle infrastrutture e delle capacità di proteggerle, comprese quelle civili. Ha evocato una difesa larga. In questa condivisibile impostazione politica era forse insufficiente l’attenzione dedicata alla preparazione delle risorse umane, richiesta da una difesa concepita in modo così articolato e attenta alle minacce/opportunità legate alle nuove tecnologie e la scelta strategica, oggetto di questa nostra nota, riguardo alla dimensione di politica industriale essenziale per le capacità innovative del Paese, della scelta della difesa europea.
Le specializzazioni in Europa
In ambito europeo, la Francia è la prima potenza militare dell’Europa occidentale (6ª al mondo, indice 0,1798), seguita da Regno Unito (8ª, 0,1881), Italia (10ª, 0,2211), Germania (12ª, 0,2463) e Polonia (21ª, 0,3891)[2]. Ma la classifica aggregata nasconde profili in parte complementari: la Francia ha una difesa completa, con deterrente nucleare autonomo; il Regno Unito ha il bilancio più alto dopo quello tedesco per assicurare una proiezione oceanica; l’Italia dedica alla difesa risorse limitate, particolarmente nelle spese di investimento, ma dispone di una forza numerosa e di una buona presenza navale-mediterranea; la Germania domina la dimensione finanziaria ma non ha ancora convertito la spesa in capacità; la Polonia ha costruito in quattro anni la più grande forza terrestre dell’Europa occidentale e centrale.
Questa divisione del lavoro — muro terrestre polacco, portafoglio tedesco, nucleare francese, proiezione britannica, presidio mediterraneo italiano — non è mai stata decisa formalmente: è la somma di cinque scelte nazionali, ma è comunque uno dei nodi del dibattito sulla difesa europea.
Personale e bilanci della difesa
Tavola 1. Personale e bilanci della difesa nei paesi considerati

La cifra della Germania include l’intero bacino di ex coscritti richiamabili secondo i criteri GFP, non i riservisti operativi. Paramilitari: Carabinieri (Italia), Gendarmerie (Francia), Guardia di confine e affini (Polonia).
Il sorpasso tedesco nella spesa — 127,4 miliardi, quarto bilancio mondiale, più del triplo di quello italiano — è il fatto nuovo del quadriennio, frutto dello Zeitenwende[3]. Sul fronte degli impegni, al vertice NATO dell’Aia (giugno 2025) tutti gli alleati hanno raggiunto la soglia del 2% del PIL e si sono impegnati al 3,5% di spesa militare core più 1,5% di sicurezza allargata entro il 2035: i divari attuali sono destinati a muoversi, e l’Italia è il Paese con la salita più ripida[4]. La quota del 5% del PIL richiesta ai paesi NATO è solo una parte, e non la più importante dello sviluppo della difesa comune. Il volume di spesa dell’Unione (350-400 miliardi) non è lontano da quello della Russia, se calcolato a parità di potere d’acquisto, mentre è nettamente superiore ai cambi correnti, È inferiore di un 20% alle spese cinesi, a parità di potere d’acquisto, e circa la metà di quelle americane. Il problema europeo è l’efficacia della spesa, ossia il coordinamento politico del settore della difesa inteso come necessaria risorsa continentale.
Difesa europea e coordinamento industriale
La specializzazione consente di accelerare il passaggio alla difesa europea e alla sua integrazione nella NATO come difesa unitaria dell’Unione, purché si condivida una strategia di ottimizzare il coordinamento di queste forze, rendendole disponibili per l’intera Unione, e purché si avviino i programmi di ammodernamento drastico dei sistemi d’arma. Qui i retaggi nazionali sono di freno e contrastano sia le economie di scala realizzabili con acquisti standardizzati, sia una razionale distribuzione delle risorse per le esigenze a livello continentale. Vediamo la specializzazione attuale.
Nella figura 1 la rappresentazione “radar” considera diversi settori: aerei-caccia, militari effettivi, risorse-bilancio, artiglieria semovente, carri armati e unità navali. Ogni punta dell’esagono indica il paese che domina in quel settore e viene posto uguale a 100. Gli altri paesi sono rappresentati come quota inferiore a quel massimo. Non sono considerati i due sistemi di difesa nucleare, quello francese completamente autonomo e quello inglese dipendente dai vettori americani. Semplificando molto la Francia eccelle nell’aviazione, la Polonia nelle forze di terra, tutti i paesi hanno numeri analoghi per la marina, ma con diverse aree di vocazione.
Figura 1. Profili della specializzazione dei diversi paesi. Rappresentazione “radar”

Leader di ciascuna voce = 100. «Unità navali maggiori»: portaerei + portaelicotteri + sottomarini + cacciatorpediniere + fregate + corvette.
La Germania domina per ammontare degli investimenti (691 mila $ per militare, 1.515 $ pro capite) ma il radar mostra che la spesa non si è ancora tradotta in forze — il classico ritardo tra stanziamento e capacità. La Polonia compie uno sforzo pro capite simile a quello tedesco (≈1.450 $) con un’economia cinque volte più piccola, ha 6,5 militari ogni 1.000 abitanti (dal doppio al triplo degli altri), è primo contributore NATO in rapporto al PIL con il 4,5%. La bassa spesa per militare segnala però che il bilancio va in acquisizioni e organici, non ancora in densità tecnologica per soldato. L’Italia è ultima per bilancio, pro capite e spesa per soldato, ma seconda nelle unità navali maggiori e sopra Regno Unito e Germania per militari in rapporto alla popolazione e comprime investimenti e munizionamento.
Sviluppi dell’AI warfare
Il riarmo polacco — e in parte i programmi degli altri paesi considerati — incorpora la lezione iniziale della guerra in Ucraina (2022–23): il ritorno della massa corazzata e del fuoco di artiglieria. Se affiancassimo i dati sulla consistenza delle forze terrestri dell’Ucraina a quelle dei paesi dell’Unione fino ad ora considerati, troveremmo che è proprio l’Ucraina il primo paese per diversi aspetti. La sua economia è un’economia di guerra, con oltre un terzo del PIL dedicato alle spese militari, oltre un migliaio di carri anche se disomogenei, e un milione di militari attivi. Per questo il confronto è fuorviante ma, come vedremo, l’Ucraina è comunque il paese chiave per lo sviluppo della difesa europea, qualunque sarà il momento della sua entrata nell’Europa. La sua entrata nell’Unione rappresenta la fine di ogni ambizione imperiale della Russia putiniana. È lo sviluppo della guerra sul campo di battaglia del 2024–26 che ci racconta una storia diversa dal biennio iniziale e pone al centro della strategia europea della difesa la nuova lezione di Kiev.
Nel 2022 era l’artiglieria a causare la grande maggioranza delle perdite sul fronte ucraino. Oggi sono i sistemi unmanned l’arma più letale. Rob Lee ha posto la stessa domanda a oltre quindici comandanti di battaglione e brigata e ai loro ufficiali di intelligence sul fronte ucraino: la quota di perdite causate da sistemi aerei senza pilota è pari all’80%. Anche lo studio IISS recente conferma che fino all’80% delle perdite al fronte è attribuibile agli UAV (i droni con visione a distanza da parte del controllore), che per la prima volta hanno superato l’artiglieria[5]. La produzione ucraina di FPV (droni che operano entro il raggio visivo del controllore) è passata da 600.000 unità nel 2023 a 2,2 milioni nel 2024, con un obiettivo di 4,5 milioni; la Russia produceva a metà 2025 fino a 170 Geran-2 al giorno.
Droni, kill zone e guerra elettronica
L’OSW di Varsavia documenta che la saturazione di droni ha costretto entrambi i contendenti a ritirare carri e artiglieria diversi chilometri dietro la linea di contatto; la «kill zone» si è estesa a 10–20 km e gli assalti corazzati in massa dello stile 2022–23 sono quasi scomparsi, sostituiti da infiltrazioni di piccole squadre[6]. Sul versante dell’autonomia, l’AI entra per gradi: guida terminale resistente al jamming, navigazione visuale, moduli Nvidia Jetson rinvenuti nelle munizioni circuitanti russe V2U e in versioni sperimentali degli Shahed, droni in fibra ottica immuni alla guerra elettronica (con cui la Russia ha tagliato le linee di rifornimento ucraine nel Kursk). La guerra elettronica resta la contromisura principale: a fine 2024 entrambe le parti abbattevano via jamming circa il 75% dei droni radiocomandati — da cui, appunto, la corsa alla fibra ottica e all’autonomia terminale.
Ciò non significa che l’artiglieria sia divenuta del tutto irrilevante, ma che essa deve essere dispiegata solo con adeguata protezione contro i droni. L’80% di perdite dovute ai droni riflette la natura attuale dei combattimenti — infiltrazioni appiedate su piccola scala — mentre negli assalti di fanteria su larga scala l’artiglieria resta l’arma principale; i droni dominano anche perché la guerra si è frammentata in bersagli individuali, per i quali un FPV da poche centinaia di dollari è più efficiente di una salva da 155 mm. Il basso tasso di successo per singolo velivolo, la dipendenza dal meteo, la vulnerabilità alla guerra elettronica contribuiscono a limitare l’importanza di sciami pienamente autonomi, il cui impatto è comunque crescente. Infine i droni non conquistano né tengono terreno, non aprono brecce, non producono l’effetto soppressivo continuo del fuoco di massa.
Incumbents e nuovi entranti dell’AI warfare
La standardizzazione NATO ha storicamente funzionato da canale per l’industria americana — F-35, Patriot e HIMARS sono gli esempi recenti — ma proprio questo squilibrio sta producendo dal 2024–25 una reazione su due binari: la crescita degli incumbents tradizionali e l’emergere di un ecosistema defense-tech nativo dell’intelligenza artificiale.
Thales è la prima azienda della UE per ricavi difesa nel 2024, seguita da Leonardo; BAE Systems — fuori dalla UE ma primo gruppo europeo in assoluto — ha chiuso il 2024 a 26,3 miliardi di sterline. Il boom è misurabile: tra il 2021 e il 2025 i ricavi di Rheinmetall, Leonardo, BAE, Thales, Hensoldt e Saab sono cresciuti in media del 57% e gli ordini del 135%, con Rheinmetall e Saab in testa (+323% e +284% di order intake). In borsa il 2025 ha visto Thales +69%, Leonardo +93%, Rheinmetall +152%, con la capitalizzazione di Rheinmetall (72,9 miliardi di euro) che ha superato quella di Thales. La specializzazione resta nazionale: Rheinmetall su corazzati, munizioni e difesa aerea (in Bassa Sassonia sta costruendo il più grande stabilimento europeo di munizioni, obiettivo centinaia di migliaia di proiettili l’anno dal 2027); BAE su navale, sottomarini e aerospazio; Thales su elettronica, radar, cyber e spazio; Leonardo su elicotteri, sensori ed elettronica; Saab su Gripen, missili e sottomarini; più KNDS (Leopard, Caesar), Fincantieri/Naviris e Navantia sul navale, MBDA sui missili, Airbus e Dassault sul volo.
Ma il cambio di passo della produzione di droni crea una condizione favorevole allo sviluppo di nuove armi e di nuove imprese che entrano direttamente nel nuovo warfare.
Helsing e l’ecosistema defense-tech
Il caso più importante è Helsing (costituita a Monaco nel 2021) che sta chiudendo un round da 1,2 miliardi di dollari a una valutazione di 18 miliardi, che ne fa la defense-tech europea di gran lunga più valorizzata[7]. Il portafoglio copre tutta la catena: droni d’attacco HX-2 schierati in Ucraina, l’AI Centaur che ha pilotato Gripen Saab in prove operative, autonomia subacquea (SG-1 Fathom), il ruolo di backbone AI del programma FCAS e l’integrazione su Eurofighter. Attorno gravitano Quantum Systems (droni da ricognizione, oltre 3 miliardi di euro di valutazione), la portoghese Tekever (oltre 1 miliardo di sterline), la berlinese Stark Defence sostenuta da Peter Thiel, la svizzero-americana Auterion (software per droni), ARX Robotics (veicoli terrestri autonomi), la francese Comand AI (comando e controllo) e Preligens, ora in Safran, per l’analisi di immagini satellitari.
I gruppi tradizionali si muovono soprattutto attraverso alleanze. Leonardo è l’esempio più aggressivo: con la turca Baykar ha creato la joint venture paritetica LBA Systems per i sistemi unmanned — integrazione su piattaforme Bayraktar (TB3, Akinci, poi il jet Kizilelma) di sensori, comando e controllo basati su AI, manned-unmanned teaming e impiego in sciame, su un mercato europeo stimato in 100 miliardi di dollari nel decennio — e con Rheinmetall la JV LRMV per la difesa terrestre, oltre al GCAP con BAE e i giapponesi. Thales ha concentrato le capacità nell’hub cortAIx (oltre 600 specialisti AI); Saab ha investito direttamente in Helsing e le presta il Gripen come banco di prova; Rheinmetall, inizialmente partner di Helsing, si è poi rivolta ad Auterion per alcune capacità autonome — segnale che gli incumbent svilupperanno soluzioni concorrenti se l’influenza dei nuovi entranti crescerà troppo.
Quanto importa e quanto esporta l’Europa
Sul lato import il dato è clamoroso: gli Stati europei hanno più che triplicato le importazioni di sistemi d’arma maggiori (+210%); nel quinquennio precedente l’Europa pesava per il 12% dell’import mondiale, ora pesa per il 33% — il continente è diventato il primo compratore di armi del pianeta. Ucraina, Polonia e Regno Unito sono i tre maggiori importatori europei, con l’Ucraina primo destinatario mondiale assoluto (9,7% dell’import globale, dallo 0,1% del 2016–20)[8].
Quasi metà delle armi trasferite agli Stati europei viene dagli USA (48%), seguiti a grande distanza da Germania (7,1%) e Francia (6,2%). Le esportazioni americane verso l’Europa sono cresciute del 217%, tanto che per la prima volta in vent’anni la quota maggiore dell’export USA è andata all’Europa (38%) anziché al Medio Oriente (33%). Il veicolo principale resta l’aereo da combattimento: a fine 2025 dodici Paesi europei avevano 466 F-35 ordinati o preselezionati, insieme ai sistemi di difesa aerea a lungo raggio. C’è però un’inversione al margine: tra i membri NATO europei la quota americana è scesa dal 64% al 58% del quinquennio precedente, a vantaggio di Corea del Sud (8,6%), Israele (7,7%) e Francia (7,4%).
Gli USA dominano l’export con il 42% a livello globale (+27%); i primi cinque fornitori — USA, Francia, Russia, Germania e Cina — coprono il 70% del totale, e quattro Stati UE figurano nella top 10, con la Francia seconda al mondo. Israele (4,4%) ha superato per la prima volta il Regno Unito (3,4%). Ma il dato che indica l’assoluta necessità di una strategia della difesa e della politica industriale a livello continentale europea, è il seguente: i trasferimenti intra-UE valgono meno di un quinto dell’export complessivo degli Stati membri (16%). L’industria europea vende molto, ma soprattutto fuori dall’Europa (Medio Oriente, Asia), mentre gli europei comprano soprattutto dall’America: è la fotografia di un mercato interno che non esiste — ottimi esportatori nazionali, pessimo mercato comune — ed è esattamente lo spazio che gli strumenti UE (EDIP, SAFE, ReArm Europe) cercano di colmare. Ma, come abbiamo detto, manca una strategia globale della difesa europea, nonostante ci sia l’individuazione dei problemi da parte della Commissione.
Conclusioni
La costruzione della nuova difesa europea è una necessità storica. Le risorse disponibili in base agli impegni NATO sono rilevanti. Ma questa necessità apre una finestra temporale relativamente stretta in cui realizzare una politica industriale continentale. Essa ha come obiettivi l’avanzamento della ricerca, l’estensione delle capacità industriali e lo sviluppo delle risorse umane nei settori innovativi. Le ricadute di un investimento di questa ampiezza vanno ben oltre il settore della difesa e spostano la frontiera dell’innovazione a livello europeo. La dimensione europea, d’altra parte, è imprescindibile e inevitabile: già oggi alcuni dei più importanti paesi europei, compreso il nostro, presidiano aree e fronti della difesa continentale con diverse competenze, offrendo specializzazioni che, pur limitate alle armi convenzionali, individuano componenti essenziali del puzzle europeo. Ma manca il sistema della difesa europea, la cui dimensione continentale è l’unica in grado di mantenere il passo con Stati Uniti e Cina.
La Commissione europea ha presentato un eccellente documento strategico in cui tutti i punti indicati ed anche altri (come il quantum computing) sono indicati come capacità necessarie allo sviluppo della difesa europea[9]. I limiti di questo documento sono gli strumenti finanziari affidati essenzialmente a maggiori deficit nazionali. Inoltre, il processo decisionale sconta la mancanza di guida politica, un problema istituzionale gigantesco, che lo sviluppo della difesa comune dovrebbe rendere urgente nell’agenda di chi si occupa di sicurezza. La difesa europea può essere il più grande laboratorio di ricerca e di innovazione dell’Unione (ed oltre) ed anche il principale pungolo politico in direzione di una federazione europea.
Note
[1]) Xi Jinping, Discorso alla Commissione Centrale per la fusione civile-militare, 20 giugno 2017, citato in: Maj Gen PK Mallick, VSM (Retd), Military Civil Fusion in China, Vivekananda International Foundation, August 1, 2022.
[2]) Global Firepower, 2026 Military Strength Ranking.
[3]) Global Firepower, Comparison of Germany and France Military Strengths (2026).
[4]) NATO, Defence expenditures and NATO’s 5% commitment, updated 10 April, 2026.
[5]) ISR, Deterrence and War, 2025.
[6]) OSW — Centre for Eastern Studies (Varsavia), Game of drones: the production and use of Ukrainian battlefield unmanned aerial vehicles, ottobre 2025.
[7]) Julie Bort, Daniel Ek-backed defense tech Helsing to raise $1.2B at $18B valuation, Tech Crunch, May 11, 2026.
[8]) SIPRI, Trends in International Arms Transfers, 2025, March 2026.
[9]) Commissione europea e Alta Rappresentante, White Paper for European Defence – Readiness 2030, Bruxelles, 19 marzo 2025.












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