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Piano UE sui droni: più difesa, ma regole ancora incerte



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Il Piano europeo contro droni ostili nasce dopo violazioni dello spazio aereo e incidenti in vari Paesi. Prevede registrazione sopra 100 grammi, etichetta EU Trusted Drone e requisiti di cybersecurity. Restano irrisolti poteri di neutralizzazione e coordinamento con la NATO

Pubblicato il 17 feb 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



droni polizia

L’Action Plan on Drone and Counter-Drone Security della Commissione europea segna un cambio di paradigma nella sicurezza del continente. 400 milioni di euro, un Centro di eccellenza anti-drone, la trasformazione delle reti 5G in sensori radar.

Ma il documento ufficiale rivela anche un vuoto normativo allarmante: nella maggior parte degli Stati membri, gli operatori di infrastrutture critiche non hanno nemmeno l’autorità legale per neutralizzare un drone ostile.

Mentre l’AI Act esclude il militare dal proprio ambito, i sistemi dual-use al centro del Piano sfuggono a qualsiasi classificazione netta.

Un Piano nato dall’urgenza e dalle vulnerabilità del 2025

Il Piano anti-drone UE va ben oltre l’aggiornamento normativo sulla sicurezza aerea: è la risposta istituzionale a un anno in cui l’Europa ha scoperto, nel modo più imbarazzante, di non essere in grado di rilevare né contrastare droni ostili che sorvolano i suoi aeroporti, le sue centrali energetiche e i suoi confini.

Il catalizzatore è noto: il 9-10 settembre 2025, droni russi hanno violato lo spazio aereo polacco durante un’ondata di attacchi contro l’Ucraina. Varsavia ha definito l’episodio il momento di maggiore vicinanza a un conflitto armato dalla Seconda guerra mondiale e ha invocato l’Articolo 4 del Trattato NATO, l’ottava volta nella storia dell’Alleanza. Due giorni dopo, il Segretario Generale Mark Rutte ha lanciato l’Operazione Eastern Sentry, dispiegando asset militari lungo l’intero fianco orientale, dal Mar Baltico al Mediterraneo.

Ma la Polonia non è un caso isolato. Nei mesi successivi, droni sospetti hanno colpito aeroporti e siti militari in almeno una dozzina di Paesi UE: Berlino, Monaco, Bruxelles, Liegi, Anversa, Göteborg, Copenaghen, Oslo, Dublino. In Belgio, un tentativo di attacco con drone ha preso di mira il Primo Ministro. In Spagna, la polizia ha intercettato droni con 200 kg di droga.

Parallelamente, centinaia di palloni meteorologici sono stati lanciati dall’esterno dell’UE nello spazio aereo di diversi Stati membri dotati di schede SIM per consentire il recupero del carico dopo l’atterraggio, ma sono stati utilizzati anche come strumento di campagne ibride per testare le capacità di rilevamento europee. Sei alleati NATO europei hanno dichiarato la disponibilità ad usare la forza per difendere il proprio spazio aereo, la Lituania ha autorizzato l’abbattimento di droni in tempo di pace.

Il Piano, presentato a Strasburgo, in occasione della plenaria del Parlamento europeo, dalla Vicepresidente esecutiva Henna Virkkunen insieme ai Commissari Magnus Brunner (Affari interni) e Apostolos Tzitzikostas (Trasporti), mobilita 400 milioni di euro per l’acquisto di tecnologie drone e anti-drone: 150 milioni per droni di sorveglianza aerea in operazioni congiunte con Frontex, 250 milioni per l’acquisto diretto di sistemi anti-drone da parte degli Stati membri. A questi si aggiungono 1 miliardo già investito dall’European Defence Fund in ricerca e sviluppo su droni, 200 milioni previsti nei prossimi due anni sempre dall’EDF, e un fondo di fondi da 1 miliardo con BEI/FEI per startup del settore difesa.

Dal Drone Wall alla Drone Initiative: la svolta strategica

Un dettaglio rivelatore riguarda la terminologia. Nell’ottobre 2025, la Defence Readiness Roadmap 2030 aveva introdotto il concetto di un “Drone Wall”, un muro anti-drone dal Baltico al Mar Nero, pienamente operativo entro il 2027. Nella presentazione dell’11 febbraio, Virkkunen ha chiarito: “Abbiamo cambiato il termine perché forse dava l’impressione sbagliata, come se fosse una barriera fisica”. Il Commissario alla Difesa Kubilius ha aggiunto che con questo Piano “stiamo trasformando il concetto di Drone Wall da visione politica a realtà industriale“. Il passaggio è sostanziale. Si abbandona la logica difensiva statica a favore di un approccio dinamico, multi-dominio, aereo, marittimo, sottomarino, terrestre e industrialmente orientato.

L’enfasi non è più solo sulla protezione passiva, ma sulla costruzione di un ecosistema industriale europeo capace di produrre droni e sistemi anti-drone su larga scala, con un mercato commerciale stimato a 14,5 miliardi di euro entro il 2030 e potenzialmente oltre 50 miliardi entro il 2033.

La soglia dei 100 grammi e l’etichetta EU Trusted Drone

Il primo asse del Piano punta a colmare lacune strutturali. Il documento prevede la creazione di un Centro di eccellenza anti-drone dell’UE a Geel, in Belgio. Il Centro, evoluzione del Living Lab del JRC, sarà destinato al test di tecnologie in ambienti operativi reali e allo sviluppo di una metodologia di test armonizzata e di un sistema di certificazione per i sistemi anti-drone.

Ma la misura potenzialmente più dirompente è il Drone Security Package, atteso entro il terzo trimestre 2026: l’estensione dell’obbligo di registrazione e identificazione remota diretta a tutti i droni sopra i 100 grammi (allineandosi al Regno Unito), il blocco del decollo senza inserimento del numero identificativo dell’operatore, e il lancio di un’etichetta “EU Trusted Drone” basata su verifica indipendente di terza parte.

Con l’applicazione piena del Cyber Resilience Act (dicembre 2027), la maggioranza dei droni sul mercato UE sarà inoltre soggetta a requisiti obbligatori di cybersecurity, con l’obbligo per i produttori di integrare trusted chips resistenti a manomissioni. Va sottolineato che la soglia dei 100 grammi rischia di rendere obsoleto il framework dei 250 grammi su cui produttori come DJI hanno costruito intere linee di prodotto. EASA e le autorità nazionali dell’aviazione, che hanno impiegato anni a edificare il quadro attuale, potrebbero opporre resistenza — rendendo il traguardo del Q3 2026 ambizioso.

Le reti 5G come infrastruttura di sorveglianza anti-drone

La sezione forse più innovativa del Piano riguarda la trasformazione delle reti di telecomunicazione in strumenti di rilevamento. L’approccio è a due livelli. Sul primo, le reti 5G esistenti vengono utilizzate per individuare droni connessi attraverso l’analisi di identità SIM anomale, tipologie di trasmissione dati sospette e comportamenti di volo non convenzionali, generando allerte automatiche basate su intelligenza artificiale. La Commissione lavora inoltre sul concetto di “digital airspace”: connettività 5G estesa ad altitudini superiori a quelle attuali, con obbligo di pre-identificazione come drone per accedere alla rete mobile.

Cellular sensing e digital twins dello spazio aereo

Il secondo livello è tecnicamente più ambizioso: l’Integrated Sensing and Communication (ISAC), che integra capacità radar direttamente nelle antenne di telecomunicazione. Di fatto, trasforma le stazioni base 5G e di prossima generazione in sensori capaci di rilevare la posizione spaziale di qualsiasi oggetto volante non identificato, inclusi i palloni meteorologici. Se dispiegato su larga scala, l’ISAC potrebbe generare digital twins dello spazio aereo: rappresentazioni digitali in tempo reale della presenza fisica di oggetti, con applicazioni sia civili che militari. Per rendere tutto ciò possibile servono passaggi regolatori concreti.

La Commissione proporrà un mandato al CEPT per sviluppare le condizioni tecniche e operative per il sensing sulle frequenze mobili, seguito da una decisione di armonizzazione dello spettro modificata. Le disposizioni sono già previste nel Digital Networks Act (COM(2026)16) e nel Cyber Security Act rivisto (COM(2026)11). Virkkunen ha sottolineato il vantaggio strategico di poter contare su fornitori di telecomunicazione europei — un riferimento implicito a Nokia ed Ericsson.

Il vuoto normativo: chi può abbattere un drone ostile?

Forse è la rivelazione più significativa del documento ufficiale e la meno commentata. La Sezione 4.6 della Comunicazione descrive una situazione di frammentazione normativa allarmante. Uno studio di mappatura commissionato dalla Commissione mostra che la maggior parte degli Stati membri si affida a disposizioni sparse tra legislazione sull’aviazione, polizia, difesa e telecomunicazioni. Solo pochi hanno iniziato a sviluppare strategie nazionali integrate anti-drone. Alcuni non hanno alcuna norma specifica. Il punto critico: gli operatori civili di infrastrutture critiche, aeroporti, centrali energetiche, porti, non hanno l’autorità legale per neutralizzare un drone minaccioso. Le misure attive di mitigazione (jamming, spoofing, intervento cinetico) restano riservate a unità militari e di polizia specializzata, a causa delle norme sulle interferenze di spettro e sulla sicurezza dell’aviazione. Il risultato? Chi può rilevare la minaccia non può rispondere, chi può rispondere spesso non ha la consapevolezza situazionale necessaria.

La Commissione propone di evolvere verso un quadro normativo UE vincolante e non vincolante che chiarisca ruoli e mandati di tutti gli attori coinvolti, inclusi i proprietari privati di infrastrutture critiche. La tempistica è rivelatrice dell’entità del problema: lo studio di fattibilità è previsto entro il 2030. Nel frattempo, arriverà una “raccomandazione con linee guida” per le forze dell’ordine e si valuterà come “responsabilizzare” i privati nel prendere le misure necessarie.

Risposta coordinata e il nodo del rapporto con la NATO

Il terzo asse del Piano mira a superare la frammentazione operativa. La Commissione lancerà un bando per aggregare la domanda attraverso appalti congiunti di sistemi anti-drone e sosterrà lo sviluppo di sistemi europei sovrani di Comando e Controllo (C2) basati su intelligenza artificiale, cybersecurity avanzata, crittografia, cloud distribuito e calcolo ad alte prestazioni.

Le AI Gigafactories in fase di costituzione con fondi UE dovranno facilitare lo sviluppo di queste capacità. Tra le proposte più innovative, la creazione di squadre di risposta rapida anti-drone dispiegabili in assistenza reciproca tra Stati membri, un’esercitazione annuale su larga scala (la prima nell’autunno 2026) e un’azione pilota per la sorveglianza del dominio marittimo, includendo droni sottomarini e la protezione dei cavi sottomarini, in coordinamento con EMSA, EFCA e Frontex. Il coordinamento con la NATO resta il nodo politico-operativo più delicato. Il Piano si inserisce in un contesto in cui l’Alleanza è già impegnata attraverso Eastern Sentry e l’Operazione Baltic Sentry per la protezione delle infrastrutture sottomarine nel Baltico. La Commissione ha insistito sulla complementarità, ma il documento ufficiale resta vago sui meccanismi concreti: si parla di “scambi regolari e strutturati” per “evitare duplicazioni e massimizzare le sinergie”. L’Eastern Flank Watch dell’UE dovrà integrarsi con le strutture di comando NATO senza sovrapporsi, un esercizio di equilibrismo istituzionale tutt’altro che scontato.

Le criticità operative tra Eastern Sentry e Eastern Flank Watch

La questione non è solo istituzionale ma operativa e riguarda il secondo aspetto. Quando un drone non identificato viene rilevato nello spazio aereo di un Paese che è membro sia dell’UE sia della NATO, la stragrande maggioranza dei 27, chi attiva la risposta? Con quali protocolli di ingaggio? Attraverso quale catena di comando? Eastern Sentry e l’Eastern Flank Watch dell’UE insistono sulle stesse aree geografiche, dagli Stati baltici al Mar Nero e in parte sulle stesse tecnologie di rilevamento e neutralizzazione. Ma le catene di comando, i formati dei dati e le classifiche di sicurezza sono diversi tra i due sistemi. Il rischio concreto è quello di due reti parallele che non comunicano, o peggio, che si contraddicono nel momento in cui serve una reazione immediata.

C’è poi la dimensione politica. L’UE sta accelerando sulla propria autonomia strategica, il ReArm Europe Plan punta a mobilitare fino a €800 miliardi (€650 miliardi di spazio fiscale tramite la clausola di salvaguardia nazionale + €150 miliardi in prestiti SAFE), ma la NATO resta l’unica organizzazione dotata di strutture di comando e controllo integrate e collaudate per la difesa collettiva. I Paesi del fianco orientale vogliono entrambe le cose, più UE e più NATO, non una al posto dell’altra. Qualsiasi percezione di duplicazione alimenta resistenze sia a Washington che nelle capitali più atlantiste. Il documento prevede che i framework di coordinamento vengano concordati entro la primavera 2026, un condizionale che pesa.

Drone Alliance con l’Ucraina: imparare dal campo di battaglia

Il quarto pilastro ha le implicazioni geopolitiche più profonde. La Drone Alliance con l’Ucraina, lanciata nel primo trimestre 2026 come previsto dalla Roadmap, prevede joint venture tra imprese ucraine ed europee, co-produzione industriale e, aspetto cruciale, iterazione rapida basata sul feedback operativo. Come recita il documento, l’iniziativa europea di difesa tramite droni è “l’opportunità per l’Europa di imparare il modo ucraino di condurre l’innovazione tecnologica militare“.

Non è retorica. L’Ucraina ha costruito un ecosistema industriale agile in cui i cicli di innovazione si misurano in settimane. Il Piano prevede esplicitamente lo scambio di piloti di droni, ingegneri e specialisti di manutenzione tra Ucraina e Stati membri, e la messa in sicurezza congiunta delle catene di approvvigionamento per garantire la disponibilità di componenti elettronici critici in caso di necessità di produzione accelerata. La cooperazione non si limita all’Ucraina.

Il Piano apre canali dedicati con Regno Unito, Norvegia, Svizzera, Islanda, Moldova, Balcani occidentali e partner nel Mediterraneo e nel Mar Nero, riconoscendo che le minacce drone non rispettano i confini dell’UE e richiedono meccanismi di allerta precoce transfrontaliera.

Intelligenza artificiale, dual-use e zone grigie dell’AI Act

Il Piano è attraversato dall’intelligenza artificiale. Rilevamento multisensoriale dei droni, sistemi di Comando e Controllo “sovrani europei”, allerte automatiche per le forze dell’ordine: in ciascuno di questi ambiti il documento prevede l’impiego di software basati su machine learning, capaci di classificare minacce, predire rotte di volo, calcolare livelli di rischio e, potenzialmente, prendere decisioni autonome sulla neutralizzazione di un drone ostile. Questo pone un problema regolatorio immediato. L’AI Act (Reg. UE 2024/1689) esclude dal proprio ambito di applicazione i sistemi di AI utilizzati “esclusivamente per scopi militari, di difesa o di sicurezza nazionale” (Art. 2, par. 3). Le disposizioni sui sistemi ad alto rischio entreranno in vigore il 2 agosto 2026. A prima vista, i sistemi anti-drone sembrerebbero rientrare nell’esenzione. La realtà è più complicata.

Ma lo stesso AI Act, nei passaggi che ne orientano l’interpretazione, prevede un’eccezione all’eccezione, una clausola di rientro: quando un sistema nato per scopi militari viene successivamente impiegato in ambito civile, sicurezza pubblica, contrasto alla criminalità, protezione umanitaria, torna a tutti gli effetti sotto l’ombrello dell’AI Act. Lo stesso vale per i sistemi progettati fin dall’origine per un uso misto, devono rispettare il Regolamento per ogni componente non militare. Questa distinzione è tutt’altro che teorica nel contesto del Piano. I sistemi anti-drone oggetto delle azioni proposte sono per definizione dual-use, il Centro di eccellenza a Geel testerà tecnologie destinate sia alla difesa sia alla protezione di aeroporti e centrali energetiche.

Il rilevamento via 5G è un’applicazione intrinsecamente civile-militare. I sistemi C2 basati su IA sono esplicitamente progettati per “sinergie civili-militari“. Il documento stesso insiste sulla necessità di “interoperabilità” e “architettura aperta” tra domini civile e militare. Chi è responsabile della conformità quando lo stesso sistema viene usato da Frontex per la sorveglianza delle frontiere (applicazione potenzialmente ad alto rischio sotto l’AI Act) e dalle forze armate per la difesa dello spazio aereo (applicazione esclusa)? Come documentato dalla letteratura giuridica, lo sviluppo di sistemi di AI parte tipicamente da fornitori commerciali per poi migrare verso applicazioni militari. I produttori dovranno di fatto sviluppare versioni parallele, conforme e non conforme, dello stesso sistema, con costi e complessità significativi. La tempistica rende il problema urgente.

Il Drone Security Package è atteso per il Q3 2026, quasi in contemporanea con l’entrata in vigore delle disposizioni dell’AI Act sui sistemi ad alto rischio (2 agosto 2026). Ogni Stato membro dovrà avere almeno una sandbox regolatoria per l’IA operativa entro la stessa data. La Commissione dovrà garantire coerenza tra i due quadri normativi, evitando che le esigenze di sicurezza urgenti producano deroghe di fatto che erodono l’architettura regolatoria dell’AI Act.

Le implicazioni per l’Italia tra opportunità e sfide

Per l’Italia, il Piano rappresenta sia un’opportunità industriale, il settore aerospaziale e della difesa, da Leonardo al tessuto di PMI innovative, potrebbe beneficiare degli appalti congiunti e delle iniziative di co-produzione, sia una sfida di governance significativa. La nomina del Coordinatore nazionale per la Sicurezza dei Droni richiederà un raccordo efficace tra ENAC, Difesa, Forze dell’ordine e ACN. In un Paese dove la frammentazione istituzionale è un rischio strutturale, questo coordinamento sarà determinante.

C’è poi un’opportunità specifica, l’Italia potrebbe posizionare la propria sandbox regolatoria per l’AI, obbligatoria entro agosto 2026, come laboratorio per la sperimentazione di sistemi dual-use per la sicurezza dei droni sotto supervisione regolatoria, conciliando innovazione e conformità in un settore dove le pressioni per un deployment rapido rischiano di sacrificare le garanzie.

Un processo dinamico in un contesto instabile

La Commissione ha definito il Piano “un processo dinamico, da adattare in base all’evoluzione delle minacce”, ammissione realistica dell’incertezza del contesto. Come ha ricordato il Commissario Brunner, i droni commerciali già consentono di trasportare 15 kg a centinaia di chilometri: i cicli di innovazione superano di gran lunga i tempi della regolamentazione. Nei prossimi mesi arriveranno le discussioni con gli Stati membri, il Defence Industrial Summit (prima metà 2026), le prime call SAFE/EDIP per il procurement congiunto, e le capacità operative iniziali dell’Eastern Flank Watch sono attese per fine 2026.

Le questioni di fondo restano aperte. La complementarità con la NATO è affermata ma non dettagliata operativamente. L’esclusione militare dall’AI Act crea zone grigie che si amplieranno con la diffusione dei sistemi dual-use. Il vuoto normativo nazionale, con alcuni Stati privi di qualsiasi norma anti-drone, contrasta con l’ambizione di un “approccio unitario“.

Il quadro regolatorio UE armonizzato è rinviato al 2030, lasciando un lustro di improvvisazione. L’Europa deve costruire capacità difensive contro una minaccia asimmetrica mentre definisce regole per le stesse tecnologie che deve dispiegare e lo deve fare coordinando 27 Stati con capacità, percezioni della minaccia e culture strategiche profondamente diverse. Il Piano d’azione è un primo passo significativo. La distanza tra l’ambizione e l’attuazione rimane il vero banco di prova.

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