“Disposizioni per la tutela dello sviluppo psicofisico dei minori attraverso la regolamentazione dell’accesso ai servizi di social network online”.
È il titolo della proposta di legge che starebbe per essere depositata in Parlamento a iniziativa della Lega.
E la nuova legge prevedrebbe, tra l’altro, un divieto generale di fruizione di social network online per i minori di anni quindici.
La nuova proposta non è originale nel suo genere perché nei congelatori del Parlamento, che conservano tutto ciò che non viene considerato politicamente prioritario o abbastanza importante, giace ancora da oltre un anno e mezzo un’altra proposta di legge bipartisan – prime proponenti Marianna Madia (PD) e Lavinia Mennuni (FdI) – di analogo contenuto.
A prescindere, tuttavia, dalla proliferazione poco utile di queste proposte e da qualsiasi valutazione sul merito della nuova proposta, il punto è che, in Italia, una legge per tenere i più piccoli fuori dai social (e non solo) c’è già.
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Minori e intelligenza artificiale: cosa prevede già la legge italiana
Il comma 4 dell’articolo 4 della Legge 23 settembre 2025, n. 132, Disposizioni e deleghe al Governo in materia di intelligenza artificiale, il c.d. AI Act italiano, stabilisce espressamente che “l’accesso alle tecnologie di intelligenza artificiale da parte dei minori di anni quattordici nonché il conseguente trattamento dei dati personali richiedono il consenso di chi esercita la responsabilità genitoriale, nel rispetto di quanto previsto dal regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, e dal codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196.
Il minore di anni diciotto, che abbia compiuto quattordici anni, può esprimere il proprio consenso per il trattamento dei dati personali connessi all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale, purché le informazioni e le comunicazioni di cui al comma 3 siano facilmente accessibili e comprensibili.”
Il comma 3 dello stesso articolo, a sua volta, prevede che: “Le informazioni e le comunicazioni relative al trattamento dei dati connesse all’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale sono rese con linguaggio chiaro e semplice, in modo da garantire all’utente la conoscibilità dei relativi rischi e il diritto di opporsi ai trattamenti autorizzati dei propri dati personali.”.
La sintesi è presto fatta: i minori di quattordici anni non possono usare servizi e prodotti basati sull’intelligenza artificiale senza il consenso dei genitori (o di chi esercita la responsabilità genitoriale), mentre i minorenni ma ultraquattordicenni possono farlo solo a condizione che le informazioni su rischi e diritti connessi al loro uso siano accessibili e comprensibili, insomma alla loro portata.
Perché sui social i minori e l’intelligenza artificiale si intrecciano
E, oggi, trovare social network che non integrino soluzioni di intelligenza artificiale è pressoché impossibile, con la conseguenza che, in Italia, i social sono già vietati non agli infraquindicenni ma agli infraquattordicenni.
A che serve quindi una nuova legge?
Il problema, semmai, è un altro: perché la legge già in vigore è rimasta completamente inattuata?
Perché il problema esiste ed è enorme, come dimostra l’intenzione di una forza di maggioranza di impegnare immediatamente il Parlamento a occuparsene.
Ci sono almeno cinque milioni di minorenni nel nostro Paese che usano, in maniera più o meno abituale se non quotidiana, servizi e prodotti basati sull’intelligenza artificiale senza il consenso dei genitori – se infraquattordicenni – o avendo poche chance di capire per davvero le informazioni su rischi e diritti che hanno, rese disponibili dai fornitori di questi servizi.
Capita con l’intelligenza artificiale che ormai spadroneggia negli smartphone e nei tablet.
Capita nei social network che, ormai, integrano in maniera sistematica funzioni basate sull’intelligenza artificiale.
Capita con i servizi dei quali l’intelligenza artificiale è protagonista assoluta: da quelli di intelligenza artificiale generativa, ai chatbot companion, sino alle app di nudification e, più in generale, ai deepfake.
Tutto certo, tutto incontrovertibile, tutto noto a tutti, tutto, letteralmente, sotto i nostri occhi di adulti: che si sia genitori, esercenti la responsabilità genitoriale, rappresentanti delle Istituzioni, Parlamentari.
È, esattamente, come se le strade fossero piene di bambini alla guida di automobili e motorini – peraltro senza casco perché è senza alcuna protezione che gli utenti più piccoli usano i servizi in questione – piene di bambini con sigarette in bocca e bottiglie di superalcolici sotto il braccio, di bambini che giocano d’azzardo o che si fermano a caricare a bordo delle loro auto, che non potrebbero guidare, prostitute.
Come reagiremmo?
Lasceremmo che le leggi che, a loro tutela, vietano ai più piccoli di cimentarsi in queste attività restino inapplicate, lettera morta, solo parole su carta?
Lasceremmo che divieti introdotti nel nostro ordinamento, come quello del quale stiamo parlando, fossero considerati niente di più che auspici, linee di indirizzo, raccomandazioni?
Penseremmo a presentare nuove proposte di legge per vietare una seconda volta ciò che è già vietato?
Io, francamente, credo di no.
Credo che da genitori esigeremmo che i divieti venissero fatti rispettare, che i bambini venissero fatti scendere da automobili e motorini, fatti smettere di bere, di fumare, di giocare d’azzardo e di intrattenersi con le prostitute.
O, almeno, esigeremmo che si faccia tutto il possibile per provarci.
Minori e intelligenza artificiale: l’enforcement che manca davvero
E, allora, la domanda diventa: perché nel caso di una legge che vieta ai più piccoli di usare l’intelligenza artificiale senza il consenso dei genitori – se infraquattordicenni – e senza aver la possibilità di capire rischi e diritti connessi al suo uso, nel caso di minorenni ultraquattordicenni, non succede la stessa cosa?
Eppure, ormai, dubbi che l’uso almeno di talune soluzioni basate sull’intelligenza artificiale sia straordinariamente pericoloso per i più piccoli, per i bambini, per gli adolescenti, per i minorenni è circostanza pacifica che leggiamo tutti i giorni sui quotidiani: tra ragazzini morti suicidi dopo relazioni di qualche mese con un chatbot e ragazzine la cui vita viene distrutta da compagni di banco che le spogliano artificialmente utilizzando applicazioni liberamente accessibili a chiunque, semplicemente, dichiari di avere un’età superiore a quella stabilita, in autonomia dal fornitore, per l’uso del servizio.
E, naturalmente, questi sono solo esempi.
Lo conferma, d’altra parte, l’iniziativa parlamentare appena assunta dalla Lega.
Insomma, tutti d’accordo che il problema esiste, tutti d’accordo che vada affrontato, tutti d’accordo che sia importante farlo con urgenza.
E, però, quella legge, questa legge, quella già votata dal nostro Parlamento, dalla più alta istituzione democratica è, almeno per ora, semplicemente disapplicata.
Ora, personalmente, non avrei scritto quel divieto come è stato scritto.
Non lo avrei disegnato così ampio, non lo avrei reso immediatamente vigente, non lo avrei introdotto nell’ordinamento senza accompagnarlo con forme di implementazione e attuazione, magari discusse e progettate, a monte, in una dimensione multistakeholder e, infine, non lo avrei lasciato privo di conseguenze: sanzioni puntualmente disciplinate e meccanismi di enforcement.
E, tuttavia, quel divieto, oggi, è legge: è la decisione del nostro Parlamento, una decisione che nessuno – né il mercato, né altre Istituzioni – ha il potere di disapplicare, dimenticare, ignorare.
A che serve in un contesto di questo genere una nuova proposta di legge?
Perché questa irresistibile tentazione di ricominciare ogni volta da capo?
Perché annunciare l’intenzione di voler fare quello che, nella sostanza, già c’è?
Per carità, il Parlamento è sovrano, ma se a qualche mese dall’entrata in vigore di una legge rimasta completamente disapplicata decide di tornare a occuparsi della materia, forse avrebbe senso, almeno, che lo facesse nel senso di migliorare l’esistente, magari lavorando sui meccanismi di attuazione o perimetrandone meglio – francamente non sarei d’accordo nell’identificare solo nei social i servizi da vietare ai più piccoli – l’ambito di applicazione.
Ma, per carità, non ricominciamo da capo.
Contratti nulli: cosa comporta per minori e intelligenza artificiale
Anche perché il divieto già in vigore produce conseguenze enormi che stiamo sottovalutando.
La prima è che tutti i contratti che gli infraquattordicenni stanno concludendo – semplicemente accettando i termini d’uso dei servizi digitali, social network inclusi, basati o che integrano soluzioni di intelligenza artificiale – sono nulli perché, evidentemente, contrari alla legge.
Difficile, qui, eludere il codice civile che, in un modo o nell’altro, nonostante gli sforzi dei fornitori di servizi di sottrarsi alle regole e stabilire l’applicazione di altre leggi di Paesi più lontani, si applica, certamente, in tutto o in parte, a quei contratti, a quei termini d’uso, a quelle condizioni generali.
E come è possibile fare business, esercitare un’attività di impresa, offrire servizi a terzi, magari di carattere pubblicitario, scambiare azioni in borsa, avendo la pancia piena di milioni di contratti semplicemente nulli perché conclusi da chi non poteva concluderli?
Ma non basta.
Perché la nullità di quei contratti, evidentemente, sgretola e fa crollare il muro, generalmente altissimo, di esenzioni e limitazioni di responsabilità, deroghe ed eccezioni che normalmente i fornitori di questo genere di servizi oppongono agli utenti quando qualcosa va storto.
Dati personali, consenso e minori e intelligenza artificiale
E, poi – qui la nuova legge lo dice addirittura letteralmente – vieta il trattamento dei dati personali che, se infraquattordicenni, non usano il servizio o il prodotto che integra l’intelligenza artificiale senza il consenso dei genitori e, se ultraquattordicenni ma minorenni, non usano il servizio dopo aver avuto la possibilità di leggere e capire adeguate informazioni sui rischi e i diritti connessi all’uso medesimo.
Eppure, la più parte dei servizi in questione è offerta al pubblico solo ed esclusivamente in cambio della possibilità per i fornitori di raccogliere e trattare i dati degli utenti, minorenni, infraquattordicenni e non, inclusi.
E allora?
Siamo certi che tutti i fornitori di servizi che integrano intelligenza artificiale, social network inclusi, siano disponibili a regalare letteralmente i loro servizi ai più piccoli e, dall’indomani dell’entrata in vigore della legge, lo stiano facendo?
La situazione è questa e lo spazio per interpretazioni più benevole e capaci di attenuare la portata dei divieti e delle nuove regole già in vigore sembra modesto, se non inesistente.
Bisognerebbe, quindi, passare dalle parole ai fatti: applicare la legge, salvo, naturalmente, che il Parlamento decida di modificarla, di inserirvi modalità di attuazione che oggi non sono previste, di intervenirvi in altro modo.
Escluderei, però, che mentre abbiamo già un divieto che non stiamo facendo rispettare sia opportuno introdurne un altro, dimenticandoci del primo.
E, in ogni caso, da oggi a quando, eventualmente, le regole cambiassero, il problema esiste ed è un problema di tutti, o almeno di tanti.
Perché se domani – auspicando che non accada mai – un bambino si fa male mentre usa uno dei servizi o prodotti in questione senza avere l’età giusta, senza il consenso dei genitori, senza aver ricevuto informazioni adeguate, il fornitore sarà sicuramente responsabile nella dimensione più direttamente giuridica, ma un po’ lo saremo tutti per aver lasciato dormiente una legge che avrebbe potuto evitarlo.
Questo, ripeto, a prescindere da quanto piaccia o non piaccia la legge in questione, da quanto potesse essere pensata di più o scritta meglio.
Oggi è legge e, come dicevano i romani, dura lex, sed lex.
Minori e intelligenza artificiale: perché serve un approccio strutturato
L’intelligenza artificiale e, più in generale, le nuove tecnologie, proprio come possono offrire anche ai più piccoli opportunità straordinarie, possono corromperne e comprometterne il naturale e sano sviluppo e privarli del loro sacrosanto diritto a una fanciullezza, adolescenza e giovinezza sostenibile in milioni di modi diversi.
Si tratta di questioni troppo importanti per pensare di occuparsene come sta accadendo: in modo, mi sia consentito scriverlo in chiaro, tanto estemporaneo tra leggi varate e lasciate inattuate, proposte di legge infilate nel congelatore e nuove proposte di legge scarsamente utili, se non completamente inutili.
Guai a discutere delle migliori intenzioni di tutti, ma è ormai diventato urgente un approccio strutturato e sistematico a questi temi: in gioco c’è il bene più prezioso di tutti, il benessere dei nostri figli, dei nostri bambini, il nostro futuro.












