guerra in ucraina

L’AI ora uccide da sola: ecco la nuova fase della guerra autonoma



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Un drone russo ha colpito a Zaporizhzhia senza intervento umano nella fase decisionale finale. Adesso siamo ufficialmente nell’era delle armi autonome. Urgente affrontare il tema della responsabilità legale e della capacità del diritto internazionale di regolare sistemi d’attacco guidati dall’intelligenza artificiale

Pubblicato il 26 ago 2026

Nicoletta Pisanu

Giornalista professionista, redazione AgendaDigitale.eu



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Sono bastati una scheda Nvidia Jetson Orin, un codice scritto per contenere un catalogo di oggetti da riconoscere e da considerare obiettivi e la spregiudicatezza di lasciare al software la decisione sulla vita e la morte. L’episodio del drone russo che il 6 luglio 2026 ha colpito una stazione di servizio a Zaporizhzhia in Ucraina uccidendo tre persone è già definito dagli esperti il primo caso documentato di drone autonomo completamente guidato da AI. L’uomo è stato escluso dal processo decisionale e dunque in questo tipo di armi l’impiego della tecnologia è differente dall’uso per altri armi autonome, come i droni dotati di AI per il “last mile”. Evidente, come già emerso dalle analisi di intelligence e dall’osservazione dei fatti, che in guerra la kill chain si stia progressivamente automatizzando sempre di più.

L’AI ha pilotato la macchina, ha individuato il target e ha preso la decisione di colpire, senza un operatore umano. Sorgono spontanee molte domande. Quando manca l’umano, e l’umanità, nel processo decisionale che porta a un attacco, si ha la capacità di valutare davvero tutte le possibili conseguenze? E di chi è la responsabilità di quanto accade? Il diritto internazionale è pronto a rispondere alle esigenze della giustizia per questi casi?

Il precedente: il test ucraino

Va precisato che da tempo la guerra in Ucraina sta diventando uno dei principali laboratori mondiali per le armi autonome. E ci sarebbe un precedente. Come riportato in un articolo di New Scientist, due anni fa da parte ucraina sarebbe stato condotto un test in cui droni completamente autonomi avrebbero ucciso soldati senza alcun intervento umano nella selezione o nell’attacco dei bersagli.

Secondo Alexander Kokhanovskyy, imprenditore ucraino del settore dei droni intervistato dal magazine, dieci quadricotteri dotati di intelligenza artificiale furono programmati per raggiungere autonomamente un’area del fronte e attivare una modalità nella quale l’IA individuava e colpiva autonomamente ciò che riconosceva come bersaglio. Non esisteva collegamento video né possibilità per un operatore di approvare gli attacchi. Successive ricognizioni con droni pilotati avrebbero trovato alcuni soldati russi morti e un camion distrutto. Tuttavia, si precisa, non esistono registrazioni dirette degli attacchi e il racconto non sarebbe stato verificato indipendentemente.

Kokhanovskyy afferma nell’intervista che l’esperimento non è stato poi adottato su larga scala. Le attuali regole ucraine richiedono infatti un intervento umano nelle decisioni finali di ingaggio.

Drone AI-driven russo, cos’è successo

L’episodio di Zaporizhzhia però è particolare, sembra essere documentato e ha elementi di novità. Il caso di Zaporizhzhia, ricostruito in un reportage del New York Times, ha visto infatti il coinvolgimento di un drone russo dotato di un sistema di intelligenza artificiale che avrebbe scelto autonomamente il bersaglio finale dopo essere stato programmato per raggiungere una stazione di servizio. Tra le vittime c’era anche una giovane, Tetiana Bubynets, studentessa universitaria di 19 anni.

L’elemento più rilevante non è il drone in sé, ma il passaggio dalla guida umana alla capacità della macchina di riconoscere e selezionare autonomamente un obiettivo. L’analisi dei rottami condotta da esperti e militari ucraini avrebbe individuato a bordo un minicomputer Nvidia Jetson Orin, dispositivo commerciale progettato per applicazioni di robotica e machine vision. L’assenza di antenne per la comunicazione con un operatore, insieme alla presenza del processore, sarebbe uno degli indizi dell’impiego di un sistema di targeting autonomo. Nvidia, come riportato dal New York Times, ha precisato di non vendere direttamente questi dispositivi in Russia, ma componenti simili sono facilmente reperibili attraverso mercati secondari internazionali.

Le sperimentazioni e le conseguenze

La Russia starebbe sperimentando queste tecnologie sui droni Molniya e V2U, utilizzando algoritmi di computer vision addestrati a riconoscere categorie di oggetti e infrastrutture. L’Institute for the Study of War rileva che Mosca avrebbe ormai avviato un impiego, seppure ancora limitato, di droni d’attacco ad ala fissa completamente autonomi.

Secondo il think tank statunitense ISW – Institute for the Study of War, che cita proprio il caso di Zaporizhzhia, l’uso da parte della Russia “di sistemi d’attacco completamente autonomi, privi di supervisione umana per la verifica degli obiettivi, rischia di provocare un aumento delle vittime civili e di altri errori, complicando l’attribuzione delle responsabilità per i crimini di guerra”.

Cosa dicono le agenzie di intelligence

Dalle valutazioni pubbliche delle agenzie di intelligence occidentale quel che emerge sicuramente è che la crescente autonomia nei sistemi d’arma è ormai considerata una delle trasformazioni principali del campo di battaglia.

Nella relazione annuale del DIS italiano, l’organo di governance delle agenzie Aisi e Aise, presentata a marzo, a pagina 40 veniva già segnalato l’impiego di sistemi ai quali viene attribuita una parte crescente della decisione operativa. Il problema, evidenzia la relazione, non è soltanto che una macchina possa muoversi o reagire automaticamente, ma che possa riconoscere un possibile bersaglio, interpretare la situazione e procedere all’ingaggio senza una conferma umana nella fase finale.

Come noto, spiega il rapporto, da anni esistono sistemi con diversi livelli di automazione. Un esempio è il CIWS (Close-In Weapon System), progettato per individuare e neutralizzare rapidamente minacce in avvicinamento e capace, in determinate configurazioni operative, di funzionare in modalità automatica. I droni militari più avanzati incorporano sempre più spesso strumenti di intelligenza artificiale per il riconoscimento delle immagini, la classificazione degli oggetti e il supporto all’acquisizione dei bersagli.

La trasformazione più recente riguarda l’autonomia nella fase terminale dell’attacco. Per il DIS è una risposta anche alla crescente diffusione delle tecniche di guerra elettronica, che possono disturbare o interrompere il collegamento tra drone e operatore proprio negli ultimi secondi della missione. Quando il segnale radio viene degradato dal jamming, dalla conformazione del terreno o dalla perdita della linea di comunicazione, il velivolo rischia di perdere la capacità di essere guidato fino al bersaglio. Dunque vengono installati a bordo processori e sistemi di computer vision capaci di proseguire automaticamente l’avvicinamento e mantenere il tracciamento dell’obiettivo anche in assenza di un collegamento stabile con l’operatore.

Certamente, il progressivo aumento nell’impiego di tecnologie autonome comporterà modifiche a livello strategico. L’Annual Threat Assessment 2026 del DNI – Director of National Intelligence, l’organo di governance dell’intelligence statunitense, indica esplicitamente che le guerre di domani domanderanno una “rapida capacità di adattamento, sia in attacco che in difesa. In particolare, la diffusione di sistemi d’arma telecomandati o autonomi sul campo di battaglia in Ucraina ha ridotto i tempi di adattamento tattico, con entrambe le parti in conflitto che elaborano nuove misure e contromisure nel giro di poche settimane”.

Droni AI driven e diritto internazionale

La questione porta a domandarsi: fino a che punto una macchina può essere autorizzata a prendere una decisione letale senza controllo umano? Nazioni Unite e Comitato internazionale della Croce Rossa stanno chiedendo nuove regole internazionali sulle armi autonome. Il rischio è che la combinazione fra componenti commerciali a basso costo, algoritmi sempre più sofisticati e produzione di massa renda rapidamente accessibili sistemi capaci non soltanto di raggiungere un obiettivo, ma di decidere autonomamente quale colpire.

Attribuzione di responsabilità e valutazione delle conseguenze

Nel diritto dei conflitti armati, l’impiego di sistemi autonomi non crea una zona franca, in quanto anche quando una parte del processo decisionale viene delegata a un algoritmo restano validi gli obblighi che tutelano la popolazione civile. Uno dei nodi centrali riguarda la capacità del sistema di riconoscere correttamente ciò che può essere colpito. Una macchina impiegata in combattimento deve riuscire a separare un bersaglio militare da persone o strutture protette. Se il software interpreta male una scena, confonde un civile con un combattente o attribuisce una funzione militare a un bene che non la possiede, l’errore tecnologico può tradursi direttamente in una violazione del diritto umanitario.

C’è poi il problema della valutazione delle conseguenze dell’attacco. Anche in presenza di un obiettivo militare valido, non ogni azione è consentita: bisogna considerare in anticipo quali effetti potrebbe produrre sulla popolazione e rinunciare all’operazione quando il costo umano prevedibile risulta sproporzionato rispetto al risultato militare perseguito.

L’impatto sui civili

Infine, chi pianifica e conduce l’attacco deve ridurre per quanto possibile i rischi per i civili. Questo implica scegliere modalità, tempi, strumenti e procedure che limitino le conseguenze sulle persone non coinvolte nel conflitto. Nel caso delle armi autonome, la questione diventa quindi anche tecnica: occorre stabilire se e in quali condizioni un sistema possa effettuare queste valutazioni con un grado di affidabilità compatibile con gli obblighi giuridici.

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