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Social vietati ai minori? Ma i rischi digitali sono più ampi



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La Francia fissa a quindici anni l’accesso ai social e rilancia il dibattito europeo, ma la protezione dei minori online riguarda un ecosistema più largo, dove gaming, chatbot relazionali e betting espongono i ragazzi a rischi che una sola soglia anagrafica non basta a contenere

Pubblicato il 24 lug 2026

Massimiliano Capitanio

Commissario Agcom



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Un parlamento europeo ha messo nero su bianco quello che quasi ogni genitore sospetta da tempo: che un social media non è adatto a un bambino. La Francia lo ha fatto nei giorni scorsi, fissando a quindici l’età minima di accesso. A questa si aggiunge la presa di posizione a tutela dei minori che altri Paesi membri (e del resto del mondo[1]il rapporto del panel di esperti sulla sicurezza online dei minori, la Presidente von der Leyen ha annunciato che subito dopo l’estate avanzerà una proposta per tutelare i minori fondata sulla responsabilità delle piattaforme, su restrizioni d’età effettive e su un accesso graduale e scaglionato per fasce d’età, ricordando opportunamente che “i social media non sono un giocattolo” e che “non possiamo aspettarci che i bambini riescano a crescere e avere successo in un sistema che non è mai stato progettato tenendo conto del loro benessere, proprio nel momento in cui sono più vulnerabili”[2].

È il segno evidente del superamento di approcci troppo entusiastici o, peggio, troppo fiduciosi nei confronti del “nuovo che avanza”, a favore di una visione realistica che sposta il dibattito dall’opportunità di intervenire alle modalità con cui farlo. Proprio per questo, però, dobbiamo tenere alta l’attenzione: perché i social rappresentano soltanto una parte del problema.

Il perimetro della protezione dei minori online oltre i social

Se guardiamo dove i ragazzi passano davvero il loro tempo, ci accorgiamo che il campo è molto più esteso: accanto ai social, e spesso prima dei social, ci sono ambienti che restano ai margini del dibattito pubblico pur presentando le stesse dinamiche di cattura dell’attenzione e, in qualche caso, rischi assai più concreti.

Gaming, chatbot e betting nei rischi digitali

C’è il gaming, con meccaniche di ingaggio progettate per non farli smettere, acquisti in-app, valute virtuali e sistemi a premio – si pensi alle loot box – che ricalcano la logica della scommessa, e che non a caso gli orientamenti europei sulla protezione dei minori indicano fra le pratiche commerciali da presidiare.

Un rischio ancora troppo alto su cui però l’autoregolamentazione si è già mossa. Da giugno 2026, infatti, il PEGI (Pan European Game Information – sistema europeo di classificazione dei videogiochi) ha introdotto quattro nuove categorie di rischio interattivo, che agganciano a soglie d’età precise gli acquisti in game e le chat prive di moderazione. Un passaggio che mira a supportare i genitori nella scelta dei giochi più adatti ai propri figli spostando la classificazione dal contenuto del gioco alle sue dinamiche di funzionamento.

Ma anche l’intelligenza artificiale lancia sfide nuove e per certi versi inedite, con i chatbot relazionali che per molti adolescenti stanno diventando il primo, e talvolta unico, interlocutore su temi delicatissimi, in un ambito nel quale il presidio sul piano della progettazione è ancora in larga parte da costruire. Su questo fronte è utile segnalare la proposta di legge depositata alla Camera lo scorso aprile che prova a intervenire proprio dove la disciplina europea lascia ancora un’area grigia, imponendo l’azzeramento periodico della memoria delle conversazioni a sfondo personale, estendendo la verifica dell’età ai servizi conversazionali senza introdurre nuove soglie rispetto a quelle dell’articolo 4, comma 4, della legge 132/2025, e affidando ad Agcom le linee guida attuative.

Un capitolo a parte lo merito anche il betting, dove la pubblicità del gioco con vincite in denaro, nonostante il divieto dell’articolo 9 del decreto-legge 87/2018 convertito dalla legge 96/2018 e le Linee guida della delibera 132/19/CONS, continua a raggiungere troppo facilmente un’utenza sempre più giovane. E qui i numeri parlano da soli: secondo l’indagine dell’Istituto superiore di sanità sulle dipendenze comportamentali, condotta a fine 2025 su oltre diciottomila studenti[3]

E questi sono solo alcuni dei comportamenti a rischio che l’accesso incontrollato alla rete ha facilitato. Fissare una soglia d’età per i soli social, senza guardare al resto dell’ecosistema, rischia di spostare il problema altrove anziché ridurlo.

Agcom e strumenti per la tutela dei minori online

Agcom mette in campo molti strumenti, e non da oggi. Penso anzitutto alle misure che sbarrano l’accesso ai contenuti non idonei: l’obbligo di verifica della maggiore età per siti e piattaforme di condivisione video che diffondono contenuti pornografici, previsto dall’articolo 13-bis del decreto-legge 123/2023 (c.d. decreto Caivano) convertito dalla legge 159/2023 e attuato, sentito il Garante privacy, con la delibera 96/25/CONS. Non l’autodichiarazione con un clic, ma il doppio anonimato: un terzo indipendente certifica l’età senza conoscere il servizio richiesto, il servizio verifica il requisito senza acquisire l’identità dell’utente.

Un impianto avallato anche dal TAR del Lazio che, con le sentenze del 7 aprile 2026, pur richiamando l’Autorità alle condizioni procedurali dell’articolo 3, paragrafo 4, della direttiva 2000/31/CE per i soggetti stabiliti in altri Paesi membri, ne ha confermato la legittimità sottolineando la potestà di intervento degli Stati membri in attesa di regole europee armonizzate.

Parental control sulle SIM dei minori

Dello stesso tenore sono poi i sistemi di parental control che gli operatori di telefonia devono pre-attivare gratuitamente sulle SIM intestate ai minori ai sensi dell’articolo 7-bis del decreto-legge 28/2020, convertito dalla legge 70/2020, secondo le Linee guida della delibera 9/23/CONS, che ne impongono la gratuità piena e riservano al titolare maggiorenne del contratto, o a chi esercita la responsabilità genitoriale, la facoltà di disattivarli, con blocco dei domini che ospitano contenuti riservati agli adulti, dal gioco d’azzardo alla violenza fino all’autolesionismo.

Influencer, VSP e contenuti lesivi

Per spostare il focus sui contenuti che circolano in rete, va certamente ricordato il Codice di condotta per gli influencer, adottato con la delibera 197/25/CONS, che si apre proprio con la tutela dei minori: divieto di contenuti gravemente nocivi secondo i criteri della delibera 52/13/CSP e di sfruttarne inesperienza e credulità. E ci sono i poteri sulle piattaforme di condivisione video che gli articoli 41 e 42 del Testo unico dei servizi di media audiovisivi (d.lgs. 208/2021) e il Regolamento VSP (allegato alla delibera 298/23/CONS) consentono di esercitare, anche in via d’urgenza, per la rimozione dei contenuti lesivi dei minori o di incitamento all’odio.

Patentino digitale e cittadinanza online

C’è infine il patentino digitale: con l’Atto di indirizzo della delibera 177/24/CONS Agcom ha definito criteri omogenei per i percorsi di cittadinanza digitale che i Co.re.com. realizzano nelle scuole (dalle dieci alle venti ore su reputazione online, algoritmi, disinformazione e hate speech) e che, grazie al Protocollo d’intesa[4]

Protezione dei minori online come responsabilità di progetto

Quello che serve, in definitiva, è un profondo cambio di rotta del modo in cui pensiamo alle piattaforme e, più in generale, all’ecosistema digitale. Per troppo tempo le abbiamo considerate spazi neutri, semplici contenitori di ciò che gli utenti pubblicano, quando invece si tratta di ambienti progettati, con architetture che orientano comportamenti e tempi di permanenza. Ammetterlo ha una conseguenza precisa: se un ambiente è progettato, qualcuno lo ha progettato, e di quel progetto deve rispondere. È il passaggio dalla responsabilità dell’utente alla responsabilità di chi disegna il servizio, lo stesso principio che da decenni governa la sicurezza di un’automobile o di un giocattolo e che nel digitale abbiamo tardato ad applicare.

Da qui discendono due corollari. Il primo è che nessuna soglia anagrafica, per quanto ben congegnata, può reggere da sola: un divieto senza educazione è un limite che i ragazzi imparano ad aggirare in un pomeriggio, ed è la ragione per cui l’alfabetizzazione digitale va trattata come infrastruttura educativa stabile e non come iniziativa estemporanea. Il secondo è che nessuno Stato, da solo, mette in sicurezza uno spazio che non conosce confini: l’Italia ha costruito un metodo, sull’age verification come sulla responsabilità degli influencer, ma senza una risposta europea a garantire il rispetto e l’enforcement di queste misure la strada è ancora più ardua e per certi versi non sufficientemente tempestiva.

Riconoscerlo non significa demonizzare la tecnologia: significa smettere di chiedere ai ragazzi di difendersi da soli da sistemi disegnati da adulti per catturare la loro attenzione. La protezione dei minori online è una sfida che stiamo già affrontando, qui e ora.

[1] https://tg24.sky.it/mondo/2026/06/15/divieto-social-minori-mondo

[2] https://italy.representation.ec.europa.eu/notizie-ed-eventi/notizie/dichiarazione-della-presidente-von-der-leyen-con-i-co-presidenti-del-gruppo-speciale-sulla-sicurezza-2026-07-13_it

[3] https://www.iss.it/-/%E2%80%8Boltre-uno-studente-su-sei-presenta-almeno-un-comportamento-a-rischio-tra-social-media-gaming-e-gioco-d-azzardo

[4] https://www.agcom.it/sites/default/files/media/allegato/2025/Prot.%20intesa%20AGCOM%20MIM.pdf-un-comportamento-a-rischio-tra-social-media-gaming-e-gioco-d-azzardo

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