il divieto

Francia, social vietati agli under 15: ma il vero ostacolo è l’age control



Indirizzo copiato

La Francia approva il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni. La misura entrerà in vigore in due fasi e si appoggerà ai sistemi europei di verifica dell’età, tra compatibilità con il Digital Services Act e lezioni dal caso australiano

Pubblicato il 22 lug 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



social minori UE
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti


La Francia approva il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni e apre un fronte destinato a pesare su tutta l’Unione Europea. La norma fissa date e obblighi, ma il punto decisivo resta operativo: trasformare il principio in controlli effettivi senza creare nuovi problemi di privacy, enforcement e frammentazione tra piattaforme.

La Francia approva il divieto social per gli under 15

Il 21 luglio 2026, il Parlamento francese ha approvato in via definitiva il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni. La Francia diventa così il primo Paese dell’Unione Europea a trasformare in legge quello che, fino a ieri, era un dibattito politico diffuso ma privo di conseguenze operative. Il presidente Macron, che aveva fatto del provvedimento una delle iniziative centrali del suo secondo mandato, ha definito il voto un passo avanti fondamentale.

La legge prevede un’attuazione in due fasi: dal 1° settembre 2026, il divieto si applica ai nuovi account; dal 1° gennaio 2027, sarà esteso a quelli già esistenti. “Se qualcuno ha meno di 15 anni, l’account verrà chiuso”, ha dichiarato la ministra del Digitale Anne Le Hénanff. Restano escluse dal perimetro le enciclopedie online e i progetti a vocazione educativa o scientifica.

Divieto social minori Francia: il nodo operativo della verifica dell’età

Il vero banco di prova non è il divieto in sé, che in termini politici è ormai largamente condiviso, ma il meccanismo con cui verrà applicato. Qui la Francia non sta improvvisando: si appoggia a un’infrastruttura europea in fase di rodaggio avanzato.

Il 15 aprile 2026, la Commissione europea ha annunciato che la sua app di verifica dell’età è tecnicamente pronta. L’app si basa sul framework dell’European Digital Identity Wallet e funziona come una prova d’età digitale: l’utente verifica la propria età con un documento di identità, e la piattaforma riceve una conferma binaria (sopra o sotto la soglia) senza accedere ad altri dati personali. Il sistema utilizza zero-knowledge proofs per garantire l’anonimato della verifica. La Commissione ha raccomandato a tutti gli Stati membri di rendere l’app disponibile entro la fine del 2026, offrendo la possibilità di integrarla nei wallet digitali nazionali o di distribuirla come app autonoma.

La Francia è tra i sette Paesi front-runner del pilota europeo, insieme a Italia, Danimarca, Grecia, Spagna, Cipro e Irlanda. Non è quindi un caso che Parigi abbia accelerato sull’approvazione proprio nel momento in cui lo strumento tecnico per rendere il divieto esecutivo comincia a esistere. Ma tecnicamente pronto non equivale a operativamente testato su scala: la distanza tra un prototipo funzionante e un sistema che gestisce centinaia di milioni di verifiche in tempo reale, su piattaforme diverse e in contesti d’uso imprevedibili, è esattamente lo spazio in cui le policy ben disegnate possono incepparsi.

La legge francese lascia alle piattaforme la scelta dello strumento di verifica da adottare: possono integrare l’app europea o soluzioni equivalenti. Questo approccio è pragmatico ma introduce un rischio di frammentazione: se ogni piattaforma sceglie un sistema diverso, l’esperienza utente e il livello di protezione effettiva varieranno enormemente.

La tensione con il Digital Services Act

Il percorso della legge francese non è stato lineare. Già nel 2023 la Francia aveva approvato una norma sulla maggiore età digitale a 15 anni, che prevedeva il consenso parentale per l’iscrizione dei minori. Quella legge non è mai entrata in vigore: la Commissione europea la giudicò incompatibile con il Digital Services Act.

Anche con la nuova versione, il problema si è riproposto. A inizio luglio 2026, la Commissione ha emesso un parere formale in cui contesta che la legge francese si sovrappone al DSA, attribuendo troppo potere ai regolatori nazionali francesi. Il parere non impedisce alla Francia di introdurre un’età minima, ma impone modifiche per garantire la compatibilità con il quadro normativo europeo. La stessa Commissione ha ricordato che il DSA le riserva la supervisione diretta sulle Very Large Online Platforms, che le normative nazionali non possono creare un regime parallelo senza generare incertezza giuridica e indebolire l’enforcement comunitario.

Questa tensione non è accidentale: è strutturale. Il DSA regola le piattaforme a livello europeo e vieta la pubblicità mirata verso i minori, ma non fissa un’età minima di accesso. I singoli Stati possono stabilirla, ma non possono imporre alle piattaforme obblighi che ricadano nell’area di competenza esclusiva della Commissione. La Francia ha dovuto riscrivere la legge proprio per evitare di pestare i piedi al DSA, il risultato finale, approvato il 21 luglio, è il prodotto di questo negoziato. Il fatto che versioni precedenti del testo, come il divieto di pubblicità social rivolta ai minori e l’obbligo di avvertenze sanitarie, siano state espunte nella versione finale dà la misura dei compromessi necessari.

Per i Paesi che intendono seguire l’esempio francese, il messaggio è chiaro: lo spazio di manovra nazionale esiste, ma è più stretto di quanto il dibattito politico lasci intendere.

La lezione australiana: quando il divieto non basta

L’Australia è il precedente più istruttivo. Nel dicembre 2025 è entrato in vigore il divieto di social media per i minori di 16 anni, il primo al mondo in termini di ambizione. A sei mesi dall’attuazione, il bilancio è sobrio.

Uno studio pubblicato sul BMJ a fine giugno 2026 ha rilevato che l’85% dei minori australiani sotto i 16 anni continuava a usare i social media tre mesi dopo l’entrata in vigore del divieto. Il regolatore australiano (eSafety Commissioner) ha riscontrato che le piattaforme adottavano pratiche inadeguate: in molti casi era ancora possibile registrarsi con una semplice autodichiarazione, e quando emergevano sospetti sull’età reale, le verifiche più stringenti venivano omesse. A giugno 2026, il governo australiano ha reagito annunciando un rafforzamento dei poteri del regolatore e un aumento delle sanzioni massime fino a 99 milioni di dollari australiani. Reddit, nel frattempo, sta contestando il divieto davanti alla Corte Suprema australiana su basi di libertà di espressione.

Il caso australiano mette in evidenza due limiti che la Francia dovrà affrontare. Il primo è tecnico: senza un sistema di verifica dell’età robusto e centralizzato, il divieto resta formale. Il secondo è giuridico: i divieti generali attraggono inevitabilmente contestazioni sulla proporzionalità e sulla libertà di comunicazione, queste contestazioni non vengono solo dagli attivisti, ma dalle stesse piattaforme.

La differenza potenziale della Francia rispetto all’Australia è proprio l’infrastruttura europea di verifica. Se l’app funziona come promesso, anonima, interoperabile, basata su zero-knowledge proofs, il modello francese potrebbe essere il primo a rendere un divieto di accesso tecnicamente applicabile senza imporre una sorveglianza dell’identità. Ma questo dipenderà interamente dalla velocità e dalla qualità del deployment, non dalla legge in sé.

Implicazioni operative per le piattaforme

Per le piattaforme, la legge francese non è un evento isolato: è l’ultimo di una serie di segnali convergenti. L’Australia ha imposto il divieto a 16 anni, il Regno Unito ha annunciato restrizioni ancora più ampie (incluse piattaforme di gaming e live streaming) con entrata in vigore nel 2027, la Spagna ha avviato il dibattito parlamentare per un divieto a 16 anni, e la Danimarca punta a bloccare l’accesso sotto i 15 entro metà 2026.

Ciascuno di questi Paesi adotta soglie di età, eccezioni, strumenti di verifica e regimi sanzionatori diversi. Per una piattaforma globale come Meta, TikTok o Snapchat, il risultato è un mosaico normativo che moltiplica i costi di compliance e rende sempre più difficile una gestione centralizzata degli account. La prospettiva di dover implementare un sistema di verifica diverso per ogni giurisdizione, o di dover decidere, Paese per Paese, quali utenti sottoporre a controlli, sposta il problema dalla sfera della policy a quella dell’architettura dei sistemi.

Le piattaforme spingono per soluzioni standardizzate a livello europeo, appoggiandosi all’app della Commissione come layer unico di verifica. Ma questo richiede che l’app sia effettivamente adottata da tutti gli Stati membri e integrata nelle piattaforme in tempi rapidi, uno scenario tutt’altro che garantito.

L’Italia e il DDL 1136

In Italia, il DDL 1136 (Mennuni-Madia) propone la stessa soglia dei 15 anni e un obbligo di verifica dell’età per le piattaforme. Presentato nel 2024, bipartisan e già negoziato con Bruxelles, il testo è rimasto fermo al Senato per mesi. Il governo ha prima lavorato a una bozza alternativa, poi è tornato sul DDL originario. A giugno l’iter è ripartito, ma ad oggi il provvedimento non è approvato. Il voto francese rende più difficile giustificare ulteriori ritardi: l’architettura europea di verifica è la stessa, la soglia di età è la stessa, il precedente normativo ora esiste.

Partecipa alla community

guest

0 Commenti
Più recenti
Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati

0
Lascia un commento, la tua opinione conta.x