Il Summit dei Capi di Stato e di Governo tenutosi ad Ankara il 7 e l’8 luglio 2026 verrà probabilmente ricordato, più che per le consuete dichiarazioni sulla deterrenza collettiva, per aver segnato il momento in cui l’Alleanza Atlantica ha smesso di trattare la trasformazione digitale come un capitolo accessorio della propria postura strategica.
Chi segue questi vertici da qualche anno sa quanto spesso la parola “digitale” comparisse nei comunicati finali senza mai tradursi in impegni concreti, verificabili, con un budget e una scadenza. Ad Ankara qualcosa è cambiato: la tecnologia è entrata esplicitamente tra i pilastri su cui si regge la deterrenza dell’Alleanza, accanto a potenza militare, base industriale della difesa, meccanismi finanziari dedicati e infrastrutture logistiche.
È il quinto pilastro di quella che diversi analisti chiamano ormai NATO 3.0, per distinguerla dall’alleanza della gestione delle crisi che ha caratterizzato i tre decenni successivi alla fine della Guerra Fredda.
Indice degli argomenti
Ankara e la nascita della NATO 3.0
Non è una lettura forzata. Nella dichiarazione finale del vertice, i capi di Stato e di governo hanno scritto nero su bianco che la deterrenza dell’Alleanza poggia ormai su un mix di capacità nucleari, convenzionali e di difesa missilistica, integrate da assetti spaziali e cyber, e che l’Alleanza sta sviluppando un warfighting cloud transatlantico interoperabile, oltre ad adottare modelli di intelligenza artificiale avanzati.
È un linguaggio che fino a due o tre summit fa sarebbe stato relegato a un paragrafo tecnico di secondo piano; ad Ankara è finito nel cuore del comunicato, accanto ai riferimenti all’articolo 5 e all’impegno di spesa del 5% del PIL entro il 2035.
Alcuni analisti che seguono da tempo l’evoluzione dell’architettura di innovazione dell’Alleanza hanno parlato apertamente di un ripensamento dell’intera catena decisionale NATO in funzione di quella che viene definita “guerra algoritmica“: non tanto una nuova arma, quanto una nuova unità di misura della prontezza operativa, in cui la velocità con cui un dato viaggia tra un nodo nazionale e l’altro pesa quanto le prestazioni di una singola piattaforma d’arma.
Il Protected Business Network come infrastruttura comune
Il segnale più concreto arriva dalla firma, avvenuta proprio ad Ankara durante il NATO Summit Defence Industry Forum, del contratto tra la NATO Communications and Information Agency (NCIA) e Accenture per il Protected Business Network (PBN): circa 200 milioni di euro (poco più di 230 milioni di dollari) su sette anni per costruire quella che NCIA stessa definisce la base delle operazioni digitali classificate dell’intera impresa NATO.
A siglare l’intesa sono stati il General Manager della NCIA, Dylan Browne, e Olivier Girard, responsabile Defense Industry per l’area EMEA di Accenture. In pratica, un ambiente cloud multi-provider, standardizzato e scalabile, pensato per rimpiazzare un panorama fatto finora di sistemi legacy nazionali che parlano lingue diverse tra loro, e per servire circa 29.000 utenti tra amministrazioni civili e militari.
Il dettaglio che vale la pena sottolineare è che il North Atlantic Council lo ha approvato come capacità Alliance-wide, non come progetto pilota di uno o due Paesi: significa che, almeno sulla carta, diventerà l’infrastruttura digitale comune di tutta l’Alleanza, non l’ennesimo sistema parallelo da far dialogare a fatica con gli altri.
Leonardo, Zero Trust e sovranità tecnologica
C’è poi un dettaglio industriale che, a mio avviso, merita più attenzione di quanta ne stia ricevendo nel dibattito pubblico italiano. Accenture guiderà la progettazione, l’implementazione e la gestione operativa della piattaforma core, ma lo farà insieme a Leonardo — collaborazione confermata ufficialmente da entrambe le aziende, con tanto di dichiarazioni pubbliche dell’amministratore delegato di Leonardo Lorenzo Mariani e del General Manager NCIA Dylan Browne, quindi non si tratta di un’indiscrezione ma di un accordo reso pubblico nero su bianco.
Il ruolo di Leonardo non è decorativo: sarà responsabile dell’architettura Zero Trust dell’intero sistema e metterà a disposizione la propria Global Cybersec Platform, una piattaforma di cyber-difesa basata su agenti di intelligenza artificiale, per garantire che l’infrastruttura resti operativa anche sotto attacco attivo. Mariani ha collegato pubblicamente il programma al rafforzamento della prontezza operativa, dell’interoperabilità e della continuità delle missioni dell’Alleanza, mentre il CEO EMEA di Accenture, Mauro Macchi, ha insistito sulla necessità di una dorsale digitale resiliente, interoperabile e pronta per il futuro.
Affidare proprio la componente più sensibile — quella su cui si gioca la fiducia dell’intero sistema — a un gruppo industriale italiano anziché a un fornitore statunitense non è una scelta neutra. Si inserisce in un dibattito europeo che va avanti da tempo sulla sovranità tecnologica delle infrastrutture critiche di sicurezza, e che negli ultimi mesi si è fatto più insistente proprio per le preoccupazioni, diffuse tra diversi alleati, sul grado di controllo che attori statunitensi esercitano sulle tecnologie AI più avanzate.
Per l’industria italiana della difesa e della cybersecurity, un ruolo così centrale in un programma di questa scala rappresenta un precedente concreto, il tipo di riferimento a cui altre aziende nazionali guarderanno per posizionarsi sui prossimi bandi di modernizzazione digitale dell’Alleanza.
Il PBN dentro il dibattito europeo sul cloud
Vale la pena allargare lo sguardo, perché il caso PBN non nasce nel vuoto: si innesta su un dibattito europeo sulla sovranità tecnologica che nelle stesse settimane ha prodotto sviluppi paralleli, e che aiuta a leggere meglio il significato politico della scelta di Ankara.
All’inizio di giugno 2026 la Commissione europea ha presentato il proprio pacchetto sulla sovranità tecnologica, incentrato sul cosiddetto Cloud and AI Development Act e collegato all’AI Continent Action Plan varato nell’aprile 2025: l’obiettivo dichiarato è rafforzare le capacità europee su semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud e software open source, in un mercato in cui provider extra-UE come Amazon, Microsoft e Google controllano tuttora la larghissima maggioranza dell’infrastruttura cloud del continente.
Il tema non è astratto: nel corso dell’estate, un provvedimento dell’amministrazione statunitense che ha classificato un fornitore di modelli di intelligenza artificiale civile come soggetto a rischio sotto il profilo della catena di approvvigionamento per la difesa ha mostrato, con un esempio concreto e improvviso, quanto possa essere fragile l’assunto per cui la disponibilità di tecnologie AI avanzate resti sempre garantita e prevedibile per le imprese e i governi europei.
Diversi ministri competenti sul digitale, tra cui quello francese, hanno riconosciuto pubblicamente che un’autonomia tecnologica completa non è oggi realisticamente raggiungibile nel breve periodo, e che la sfida più concreta è piuttosto individuare i comparti in cui l’Europa non intende più dipendere dall’estero. È in questa cornice, fatta di ambizioni dichiarate e di margini di manovra oggettivamente stretti, che la decisione di affidare a un consorzio euro-italiano la componente Zero Trust del nuovo backbone digitale NATO assume un peso che va oltre il singolo contratto: è, prima di tutto, un indicatore politico su dove l’Alleanza — e i suoi membri europei — ritiene debba essere costruita, e presidiata, la propria autonomia tecnologica nei prossimi anni.
I nodi aperti della nuova infrastruttura digitale
Detto questo, un programma di questa portata porta con sé anche interrogativi che meritano di essere posti, non per sminuirne il valore ma perché sono proprio il tipo di questioni su cui si gioca il successo o il fallimento di un’infrastruttura condivisa da 32 Paesi.
La governance dei dati tra 32 alleati
La prima riguarda la governance dei dati: mettere in comune un’infrastruttura cloud per la condivisione di informazioni sensibili tra alleati che hanno quadri normativi nazionali ancora parzialmente disomogenei — in materia di data protection, di classificazione delle informazioni, di accesso da parte delle rispettive autorità nazionali — richiede un modello di governance che, a questa scala, non ha davvero precedenti nel contesto NATO.
Non è un problema nuovo: già un anno fa alcuni analisti che si occupano di resilienza dei dati per conto dell’Alleanza avevano segnalato che i temi della data governance e della condivisione strutturata delle informazioni erano rimasti sorprendentemente marginali nell’agenda del summit precedente, nonostante il lavoro tecnico portato avanti da organismi come il Digital Policy Committee della NCIA e il Cyber Defense Committee, e nonostante l’esistenza di una Digital Transformation Implementation Strategy che già menzionava, sulla carta, un ecosistema di condivisione dei dati e un backbone digitale comune.
Il PBN è, in un certo senso, il primo tentativo di dare a quella strategia una forma industriale e un contratto vero, con una scadenza e un fornitore responsabile.
La sovranità digitale oltre i data center europei
La seconda questione riguarda proprio il tema della sovranità tecnologica appena citato: se da un lato l’assegnazione della componente cyber a Leonardo va nella direzione di un maggiore controllo europeo, resta il fatto che l’infrastruttura poggerà su un ambiente multi-cloud che, come ogni sistema di questo tipo, comporta un certo grado di dipendenza dai fornitori tecnologici che lo erogano fisicamente.
La sovranità digitale, si legge in diverse analisi recenti sul tema, non si acquisisce semplicemente ospitando un servizio in un data center europeo; si acquisisce quando chi lo gestisce ha competenze sufficienti per capire cosa accade davvero dentro quell’infrastruttura, per modificarla, proteggerla e, se necessario, sostituirla. È un livello di maturità che il PBN dovrà ancora dimostrare sul campo, mano a mano che le sue componenti multi-cloud verranno effettivamente popolate di carichi di lavoro classificati.
La resilienza reale sotto attacco
La terza è più semplicemente operativa: una rete pensata per accelerare la condivisione di dati sensibili tra 32 nodi nazionali è per definizione un bersaglio di alto valore, e la sua resilienza reale — non quella dichiarata nei comunicati — sarà probabilmente il primo vero banco di prova di tutta l’operazione, qualcosa che si potrà valutare solo con il tempo, mano a mano che il PBN verrà effettivamente dispiegato.
Su questo fronte, non si parte da zero: nel 2016 il Summit di Varsavia aveva già sancito il cyberspazio come dominio operativo e introdotto il Cyber Defence Pledge; nel 2021 è arrivata la Comprehensive Cyber Defence Policy; nel 2023, a Vilnius, gli alleati hanno approvato un nuovo concetto per rafforzare il contributo della cyber difesa alla postura di deterrenza complessiva, lanciando anche una capacità di supporto agli incidenti cyber su base volontaria; nel 2024, al summit di Washington, è stato istituito il NATO Integrated Cyber Defence Centre.
Il PBN si inserisce quindi in una traiettoria che dura ormai da un decennio, ma lo fa a uno stadio molto più avanzato e con una superficie di attacco molto più ampia da difendere, visto che porta sotto lo stesso ombrello cloud circa 29.000 utenti civili e militari.
Le minacce cyber e il valore strategico del PBN
Il contesto delle minacce, del resto, non è teorico. Negli ultimi mesi diversi funzionari legati all’Alleanza hanno richiamato pubblicamente campagne di intrusione nelle infrastrutture di telecomunicazione che avrebbero colpito operatori in oltre dieci Paesi NATO, riconducibili secondo le autorità coinvolte ad attori legati alla Cina; il punto sollevato in quelle occasioni è stato che non si tratta più di episodi isolati da trattare con distacco, ma di un rischio che riguarda direttamente la stabilità operativa dell’Alleanza nel suo complesso.
È stato detto in modo efficace, durante uno dei briefing tenuti a margine del summit di Ankara, che la resilienza cyber non è più, semplicemente, un problema tecnico: è un problema che riguarda l’Alleanza nel suo insieme, esattamente nella misura in cui riguarda cavi sottomarini, data center e infrastrutture civili che ormai veicolano anche traffico militare.
È lo stesso principio, applicato su scala più ampia, che rende il PBN tanto promettente quanto delicato: più si concentra la condivisione dei dati in un’unica infrastruttura comune, più cresce il valore strategico di un suo eventuale cedimento.
Sicurezza strategica e igiene digitale quotidiana
Su questo punto vale la pena aggiungere un’osservazione che chi lavora quotidianamente con la sicurezza delle infrastrutture riconoscerà bene. Nelle settimane precedenti al summit, alcuni asset digitali di base legati all’organizzazione dell’evento — domini, canali di comunicazione ufficiali — sono rimasti scoperti più a lungo di quanto ci si aspetterebbe da un’organizzazione che nello stesso vertice proclama la superiorità tecnologica come pilastro della propria deterrenza.
Non è un episodio che va enfatizzato oltre misura, né credo dica granché sulla capacità dell’Alleanza di costruire infrastrutture complesse come il PBN: sono ambiti diversi, gestiti da team diversi, con priorità diverse. Ma è un promemoria utile, e piuttosto comune anche in organizzazioni molto più piccole di un’alleanza militare di 32 Paesi: la sicurezza dichiarata a livello strategico e l’igiene digitale quotidiana sono due esercizi distinti, e il primo non garantisce automaticamente il secondo.
Probabilmente se ne riparlerà nelle prossime revisioni della NATO Cyber Defence Policy.
GlobalEye, droni e nuove capacità multidominio
Il PBN, per quanto sia l’annuncio di maggior peso infrastrutturale, va letto insieme al resto del pacchetto tecnologico e industriale presentato ad Ankara, perché è lì che si vede la coerenza del disegno complessivo.
La scelta dei Saab GlobalEye
Sul fronte della sorveglianza aerea, undici alleati — Belgio, Canada, Danimarca, Germania, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Norvegia, Romania e Svezia — hanno annunciato l’avvio dei negoziati per l’acquisizione congiunta di fino a dieci velivoli svedesi Saab GlobalEye, destinati a sostituire gradualmente i quattordici AWACS su piattaforma Boeing E-3A Sentry ormai prossimi a fine vita operativa.
Il programma, valutato da Reuters attorno ai 4,5 miliardi di dollari complessivi (con un costo unitario indicato dall’amministratore delegato di Saab, Micael Johansson, tra i 400 e i 450 milioni di dollari), chiude un percorso tutt’altro che lineare: la NATO aveva selezionato nel novembre 2023 il Boeing E-7 Wedgetail, salvo poi vedere l’Aeronautica statunitense cancellare il proprio programma di acquisizione degli E-7 nel giugno 2025, costringendo l’Alleanza a un ripensamento che si è concluso, ad Ankara, con la scelta del velivolo svedese.
Se l’accordo verrà formalizzato in tempi rapidi, le prime consegne potrebbero arrivare dal 2030: si tratterebbe della più grande commessa GlobalEye mai firmata e della fine di quasi quattro decenni in cui la flotta di sorveglianza aerea comune dell’Alleanza è stata composta esclusivamente da velivoli di produzione statunitense.
Drone Edge e la standardizzazione delle filiere software
Un aggiornamento di questo tipo incide direttamente sulla catena di raccolta ed elaborazione dei dati ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione), e ha senso pieno solo se accompagnato da una rete capace di veicolare quei dati in modo sicuro e in tempo reale: esattamente il ruolo che il PBN dovrebbe svolgere.
Parallelamente, l’Alleanza ha lanciato la nuova iniziativa Drone Edge, con oltre 40 miliardi di dollari di investimenti previsti nei prossimi cinque anni in sistemi di contrasto ai droni, l’istituzione di un mercato certificato per queste tecnologie e l’obiettivo di quintuplicare, entro la fine del 2027, gli operatori addestrati attraverso il programma Flight Training Europe.
A completare il quadro della sorveglianza multidominio, quattro alleati — Danimarca, Finlandia, Germania e Norvegia — hanno firmato una lettera di intenti per l’acquisizione di fino a cinque droni MQ-4C Triton, mentre sette Paesi hanno lanciato una flotta comune di velivoli da trasporto A400M e la Finlandia è entrata nel pool di aerei cisterna A330 MRTT, che si avvicina così al proprio obiettivo di dodici velivoli pienamente operativi.
Tre anni di guerra in Ucraina hanno spostato in modo strutturale il baricentro degli investimenti NATO verso sistemi a basso costo unitario e alta densità di impiego, e questo comporta a sua volta nuove esigenze di standardizzazione, interoperabilità tra alleati e, di nuovo, sicurezza delle filiere software che governano questi sistemi.
Capitale privato e architettura dell’innovazione NATO
Non meno rilevante, sebbene abbia ricevuto meno attenzione mediatica rispetto agli annunci sui velivoli e sui droni, è stato il capitolo relativo al finanziamento dell’innovazione.
Il Segretario Generale Mark Rutte ha lanciato un vero e proprio appello alle principali istituzioni finanziarie perché aumentino i flussi di capitale verso il settore della difesa, per sostenere una produzione e un’innovazione più rapide: un segnale che l’Alleanza considera la mobilitazione di capitale privato, e non solo i bilanci pubblici della difesa, un elemento ormai essenziale per tenere il passo richiesto dallo sviluppo delle nuove capacità.
L’appello ha prodotto, secondo quanto riportato al forum, impegni di finanziamento aggiuntivi per 217 miliardi di dollari da parte di istituzioni bancarie. Il NATO Innovation Fund, sostenuto da 24 dei 32 Paesi dell’Alleanza, continua a operare come fondo di venture capital orientato alle tecnologie dual-use per difesa, sicurezza e resilienza, in un ecosistema in cui le startup europee del settore hanno raccolto, solo nel 2025, circa 8,7 miliardi di dollari, un record per il comparto.
Ad Ankara sono stati inoltre confermati il pacchetto NATO Innovation Scale-Up, il lancio dello stesso Drone Edge, la presentazione del NATO Engine e del NATO Front Door for Industry — pensato per semplificare l’accesso delle imprese, comprese le piccole e medie imprese europee, ai programmi dell’Alleanza — oltre al raggiungimento della piena capacità operativa del Maven Smart System NATO e alla selezione, da parte dell’acceleratore DIANA, di dieci aziende impegnate sulla sfida della “superiorità decisionale” per i combattenti dell’Alleanza.
Presi insieme, questi elementi restituiscono l’immagine di un’architettura dell’innovazione che l’Alleanza sta riscrivendo con l’obiettivo dichiarato di ridurre il tempo che separa un’idea tecnologica dalla sua adozione operativa sul campo.
La NATO 3.0 tra software, dati e deterrenza
Messi in fila, gli annunci di Ankara restituiscono l’immagine di un’Alleanza che tratta sempre più esplicitamente la difesa come un problema anche software, non solo hardware, e che sta formalizzando quella che diversi osservatori chiamano ormai apertamente NATO 3.0: una nuova divisione dei compiti in cui gli alleati europei e il Canada si assumono una responsabilità crescente sulla difesa territoriale convenzionale, mentre gli Stati Uniti concentrano il proprio contributo sulla deterrenza nucleare estesa e sul rinforzo strategico.
Velocità decisionale, qualità e sicurezza del dato, interoperabilità tra sistemi nazionali diversi stanno diventando fattori di prontezza operativa quanto le prestazioni delle singole piattaforme d’arma. E la scelta di affidare a un consorzio euro-italiano la componente più delicata del nuovo backbone digitale dice qualcosa su dove l’Alleanza ritiene debba essere costruita, e presidiata, la propria autonomia tecnologica nei prossimi anni: non un dettaglio contrattuale, ma un indicatore politico.
I prossimi passaggi dopo Ankara
Restano alcuni sviluppi da seguire con attenzione nei prossimi mesi. Come verrà gestita, nei fatti, la governance multinazionale dei dati all’interno di un’infrastruttura condivisa da 32 alleati, e se il modello scelto per il PBN riuscirà a colmare quel vuoto di data governance segnalato da tempo dagli analisti che si occupano di resilienza digitale dell’Alleanza.
Quali requisiti tecnici e criteri di certificazione accompagneranno la costruzione del mercato anti-drone previsto da Drone Edge, e quali opportunità potranno aprirsi per i fornitori italiani ed europei del settore, in un comparto in cui la standardizzazione delle filiere software sarà probabilmente decisiva quanto quella hardware.
Se e come il negoziato con Saab per i GlobalEye si concluderà nei tempi indicati, con le prime consegne davvero disponibili dal 2030.
E, non da ultimo, il ritmo con cui il PBN verrà effettivamente dispiegato presso i 29.000 utenti previsti: è lì, più che nei comunicati del vertice, che si capirà se l’ambizione dichiarata ad Ankara si sarà tradotta in una capacità operativa reale.

















Partecipa alla community