L’Intelligenza Artificiale nel panorama tecnologico militare non può più essere considerata solo una mera innovazione incrementale, bensì un mutamento di paradigma radicale nella concezione della sicurezza nazionale e della postura strategica dello Stato.
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L’IA nel contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica
Nel contesto della competizione globale per la supremazia tecnologica, l’IA si configura come il baricentro attorno a cui ruotano le nuove dinamiche di potere e deterrenza. Non si tratta semplicemente di automatizzare processi preesistenti, ma di ridefinire integralmente la capacità di un Paese di percepire, analizzare e reagire alle minacce in un ambiente operativo caratterizzato da una densità informativa senza precedenti e da tempi di reazione contratti.
In questo scenario, la capacità di mantenere una posizione di rilievo dipende dall’acquisizione della superiorità decisionale, concetto cardine della nuova strategia del Ministero della Difesa italiano, pubblicata alcuni giorni or sono. Essa identifica la facoltà di processare moli massive di dati eterogenei (Big Data) per fornire ai decisori una consapevolezza situazionale (SA) superiore a quella dell’avversario, riducendo le frizioni informative. Strettamente correlata è la velocità di ingaggio, ovvero l’accelerazione del ciclo OODA (Osservazione, Orientamento, Decisione, Azione).
In un’epoca in cui minacce ipersoniche e sciami di sistemi autonomi riducono i margini di manovra a pochi secondi, l’IA diventa l’unico strumento in grado di garantire una risposta efficace, superando i limiti cognitivi umani nella gestione dello stress e della complessità multidominio.
La Strategia “IA e Difesa 2026” in Italia
Il documento programmatico “IA e DIFESA – Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale – Edizione 2026”, approvato dal Ministro Guido Crosetto, segna una transizione fondamentale verso una difesa “AI-native”. La visione ministeriale riconosce l’IA come la “nuova frontiera della difesa”, legando indissolubilmente lo sviluppo tecnologico al talento delle nuove generazioni e alla ricerca accademica. La strategia non si limita a una dichiarazione d’intenti, ma stabilisce una governance rigida e una tassonomia operativa precisa.
L’attuazione della strategia è affidata a due strutture complementari che devono interagire con le direzioni tecniche (come Segredifesa) per trasformare il requisito operativo in assetto tecnologico:
• Ufficio per l’IA (UIA): agisce come regista politico-strategico del Dicastero. Ha il compito di supervisionare l’attuazione degli indirizzi, garantire l’unicità di visione tra le Forze Armate e favorire economie di scala, evitando ridondanze burocratiche e frammentazione degli investimenti.
• Laboratorio di IA per la Difesa (LIAD): Concepito come il vero “AI Delivery Center”, il LIAD è un polo di eccellenza tecnologica volto al co-sviluppo di soluzioni con gli utilizzatori finali. Esso funge da aggregatore per l’industria e l’accademia, permettendo la sperimentazione rapida in ambienti protetti.
I pilastri e le direttrici della strategia
La strategia italiana si articola su 15 Direttrici Strategiche, raggruppate in sei pilastri fondamentali che ne definiscono l’attuazione:
- Governance e risorse: definizione dei modelli di comando e allocazione dei budget.
- Fattori strategici abilitanti: focus su dati, algoritmi e infrastrutture.
- L’IA nei contesti operativi: supporto alla pianificazione e superiorità decisionale.
- L’IA nei contesti organizzativi: produttività individuale e ottimizzazione dei processi.
- IA, formazione, addestramento e ricerca: sviluppo di una cultura digitale e simulazione avanzata.
- IA e Industria: Valorizzazione delle startup e delle PMI attraverso l’Open Innovation.
Sovranità tecnologica e controllo profondo dei sistemi
L’imperativo della sovranità tecnologica emerge come risposta alla necessità di un “controllo profondo” sul ciclo di vita dei sistemi. L’Italia rifiuta (o vuole rifiutare) la dipendenza totale da fornitori esterni, rivendicando la capacità di effettuare fine-tuning e re-training dei modelli con dati sensibili direttamente sul campo.
Questo controllo è vitale per mitigare il rischio di vulnerabilità intenzionali (backdoor) e per gestire il fenomeno del Lawfare (l’uso della legge come arma di guerra). In contesti asimmetrici, l’aderenza rigorosa al Diritto Internazionale Umanitario (DIU) e a criteri di spiegabilità algoritmica può rappresentare uno svantaggio operativo rispetto ad avversari meno vincolati.
La strategia italiana affronta questo dilemma ribadendo la centralità del fattore umano e la responsabilità permanente della linea di comando, assicurando che l’IA rimanga uno strumento di potenziamento e non di sostituzione dell’etica militare.
Sovranità tecnologica e attrazione dei talenti
Un punto critico è l’attrazione e la ritenzione dei talenti. La strategia adotta una tassonomia precisa del personale: essenziali (nucleo di competenze irrinunciabili), necessari a richiesta e utili occasionalmente.
Per contrastare la fuga di cervelli verso il settore privato, il Dicastero propone deroghe normative, come la possibilità di svolgere attività libero-professionale (in analogia all’Art. 894 del Codice dell’Ordinamento Militare per i medici) e l’impiego della Riserva Selezionata per integrare specialisti civili in progetti critici.
Roadmap e rischio di fretta burocratica
Il fattore tempo è la variabile più critica. La roadmap italiana prevede:
• Breve termine (1 anno): Consolidamento dei dati, algoritmi e governance.
• Medio termine (2 anni): Realizzazione dei primi progetti operativi prioritari.
• Lungo termine (3 anni): Integrazione diffusa e sostenibile.
Tuttavia, tre anni rappresentano un orizzonte estremamente contratto per sistemi d’arma che richiedono decenni di sviluppo. Il rischio è una “fretta burocratica” che sacrifichi la sicurezza algoritmica.
Una corsa accelerata potrebbe portare all’adozione di soluzioni “black box” con vulnerabilità latenti o backdoor, tradendo l’obiettivo del “controllo profondo”. La resilienza nazionale richiede che l’ambizione non comprometta mai la robustezza etica e la validazione tecnica, specialmente in ambiti critici come il supporto alle decisioni cinetiche.
Oltre le start-up: per un ecosistema “Defense Tech” di media entità
Per sostenere la sovranità tecnologica, l’Italia deve evolvere oltre il modello della singola startup innovativa. Sebbene le startup siano agili, esse risultano spesso fragili dinanzi ai cicli di acquisizione della Difesa e ai capitali dei giganti globali. È necessario ispirarsi ai “cluster industriali” cinesi per creare un tessuto di Mid-Caps (Medie Imprese) nazionali.
Queste “Mid-Caps del Defense Tech” devono fungere da spina dorsale per scalare le tecnologie sviluppate dal LIAD. Solo aziende con una base patrimoniale solida e certificazioni di sicurezza elevate possono garantire la resilienza della filiera.
Promuovere la crescita di campioni nazionali di media entità significa evitare l’impoverimento tecnologico e assicurare che la proprietà intellettuale critica rimanga sotto controllo nazionale, trasformando l’IA in un volano di sviluppo economico-strategico.
Queste realtà non sono ovviamente concepite per competere con i grandi colossi del settore (i cosiddetti Prime contractor o Integrator), ma per svolgere un ruolo fortemente complementare e sinergico.
Mentre le grandi firme della difesa possiedono le risorse e l’esperienza necessarie per gestire lo sviluppo e l’integrazione di complessi “sistemi di sistemi” militari, le Mid-Caps, le PMI e le start-up (spesso identificate come attori della “New Defence”) introducono un modello operativo radicalmente diverso. Esse apportano agilità organizzativa, cicli di iterazione e sviluppo molto più rapidi, innovazione dirompente e una maggiore propensione al rischio.
L’unione tra la forza industriale dei Prime e la flessibilità tecnologica delle Medie Imprese è la chiave per sviluppare capacità militari con una velocità ed efficienza senza precedenti, soprattutto nell’integrazione di tecnologie avanzate provenienti dal mercato civile e “dual-use” (come intelligenza artificiale, spazio, e cyber).
La strategia della Difesa italiana, correttamente, pone un forte accento sulla creazione di questo tessuto industriale. Il documento strategico sottolinea la necessità di affiancare alle “grandi realtà di eccellenza un vivace e innovativo ecosistema di piccole e medie imprese (PMI), startup e spin-off altamente tecnologici”.
Open innovation e appalti agili
L’obiettivo della Difesa italiana è trasformarsi da semplice “cliente” a “partner strategico” e catalizzatore dell’innovazione, attraverso:
• Open Innovation: favorire l’osmosi tecnologica e la collaborazione diretta tra le startup, i campioni nazionali (come Leonardo) e il comparto militare.
• Appalti agili: promuovere procedure di acquisizione più snelle, abbassando il carico burocratico e abbracciando la logica del “good enough”, che privilegia il tasso di innovazione rispetto a una ricerca tardiva e dispendiosa della perfezione assoluta.
Uno dei maggiori ostacoli per le Mid-Caps europee è la mancanza di “capitali per la crescita” (growth capital), che impedisce alle innovazioni promettenti di raggiungere la produzione su larga scala.
Per risolvere questo problema, la Commissione Europea e il Fondo Europeo per gli Investimenti (EIF) hanno lanciato la Defence Equity Facility, uno strumento che mira a iniettare oltre 500 milioni di euro in azioni nelle imprese del settore. Questo è essenziale per permettere alle aziende di scalare a livello globale e per evitare che si rivolgano a investitori extra-europei, mettendo a rischio l’autonomia strategica dell’UE.
In linea con questa strategia, sarà fondamentale la parte di execution, per fare in modo che queste medie imprese siano il vero motore dell’innovazione tecnologica (deep tech) che dovrà innestarsi sulle piattaforme dei grandi Integrator per garantire la sovranità tecnologica nazionale ed europea.
Mix tecnologico e rischio point of failure
Un ultimo (ma non ultimo) concetto chiave, a parere di chi scrive, è quello di un “giusto mix tecnologico”, fondamentale per garantire l’autonomia strategica e la resilienza operativa, riducendo le vulnerabilità legate all’eccessiva dipendenza da singoli fornitori o da nazioni terze.
Esistono diverse direttrici per diversificare e proteggere l’ecosistema tecnologico della difesa:
Architetture aperte e modulari (MOSA) contro il “Vendor Lock-in”
Per evitare il rischio di dipendere in modo eccessivo da un’unica grande azienda (il cosiddetto vendor lock-in) e per prevenire i single point of failure (singoli punti di vulnerabilità), la strategia industriale punta all’adozione del Modular Open System Approach (MOSA).
Questo approccio obbliga i costruttori a progettare sistemi le cui componenti (sia hardware che software) siano interoperabili, sostituibili e aggiornabili con prodotti sviluppati da fornitori diversi. Ciò non solo stimola la concorrenza permettendo l’ingresso di realtà più piccole e innovative, ma garantisce anche che il malfunzionamento o l’obsolescenza di un singolo modulo non comprometta l’intera piattaforma.
Sinergia tra tecnologie civili e militari (i c.d. sistemi Dual-Use)
Il mix tecnologico si ottiene anche fondendo le tradizionali capacità militari con le innovazioni provenienti dal mercato civile (commercial off-the-shelf). Oggi, campi cruciali come l’Intelligenza Artificiale (IA), la sicurezza informatica e il cloud computing sono trainati principalmente da investimenti privati e tech company.
Integrare queste tecnologie “dual-use” permette alla Difesa di non isolarsi in “silos” tecnologici rigidi, capitalizzando invece su soluzioni scalabili, economicamente efficienti e dai cicli di sviluppo molto più rapidi.
Ridondanza e decentralizzazione delle infrastrutture (Reti e Dati)
Per scongiurare il rischio di one point of failure a livello tattico e infrastrutturale, è vitale distribuire le capacità. Nel campo delle comunicazioni, ad esempio, si sta superando il concetto di architettura centralizzata in favore di soluzioni come le reti MANET (Mobile Ad hoc NETwork).
In questo modello non esiste un nodo centrale critico: ogni soldato, veicolo o sensore agisce come un punto di trasmissione che può reindirizzare automaticamente i dati in caso di guasti o interruzioni causate dal nemico.
Lo stesso principio di ridondanza e resilienza viene applicato alle capacità di calcolo (HPC e Cloud) e alle reti satellitari (combinando satelliti geostazionari con future costellazioni a bassa orbita) per garantire continuità operativa.
Sovranità tecnologica per mitigare la dipendenza esterna
Un affidamento quasi esclusivo su fornitori esteri espone l’Europa a rischi di interruzioni delle forniture e all’inserimento di vulnerabilità latenti o intenzionali (backdoor).
Il mix tecnologico deve quindi possedere una forte componente sovrana. È imperativo che la Difesa mantenga all’interno dei confini europei o nazionali il controllo profondo sulle tecnologie critiche, conservando la capacità interna di addestrare i propri modelli IA, comprendere gli algoritmi e proteggere i dati sensibili, assicurandosi così libertà d’azione anche in periodi di forti tensioni geopolitiche.
In sintesi, combinando l’interoperabilità del MOSA, l’agilità del dual-use, architetture di rete decentralizzate e un solido controllo sovrano, la Difesa mira a costruire una rete tecnologica estremamente diversificata e resiliente, priva di anelli deboli fatali.
Il fattore umano nel settore Difesa
L’Italia riconosce l’Intelligenza Artificiale come una leva imprescindibile per colmare il divario tecnologico e posizionarsi come partner credibile e proattivo all’interno della NATO e dell’Unione Europea. Tuttavia, la “Strategia della Difesa in materia di Intelligenza Artificiale” del 2026 stabilisce un vincolo irrinunciabile: il perseguimento della sovranità tecnologica.
Avere il controllo profondo del ciclo di vita dei modelli IA (dal loro addestramento alla comprensione dei loro limiti e bias) è l’unico modo per garantire che queste tecnologie operino sempre in stretta conformità con il Diritto Internazionale Umanitario (DIU), la dottrina e i valori etici e costituzionali nazionali.
In questo scenario ibrido in cui le macchine assumono ruoli sempre più avanzati, il “fattore umano” rimane ancora (per quanto?) il vero baricentro della forza armata per diverse ragioni fondamentali:
Decision augmentation e limiti del decisore umano
a) L’IA come strumento di “Decision Augmentation”, non di sostituzione. Sul campo di battaglia contemporaneo, dominato da una mole di dati immensa e dalla necessità di reagire in tempi rapidissimi (ad esempio contro sciami di droni o minacce ipersoniche), l’operatore umano rischia il sovraccarico cognitivo.
L’IA viene concepita primariamente per abbattere questa complessità: agisce come un formidabile acceleratore per filtrare, analizzare e correlare i dati, offrendo una “superiorità decisionale”. Tuttavia, il suo ruolo si ferma alle fasi di analisi e orientamento; la responsabilità delle successive fasi di decisione e di azione resta in capo ai Comandanti. L’IA esalta l’efficacia, ma l’essere umano rimane insostituibile.
Accountability e controllo umano significativo
b) Il nodo dell’Accountability: la responsabilità non è delegabile. Il cuore del dibattito etico internazionale e della posizione italiana risiede nel fatto che una macchina, per quanto intelligente, rimane tale e non potrà mai essere un soggetto moralmente responsabile.
Delegare decisioni di vita o di morte a sistemi totalmente autonomi sfuma la responsabilità in una “scatola nera digitale” (digital black box), oscurata da linee di codice, rendendo impossibile attribuire colpe chiare in caso di violazioni del diritto umanitario o di vittime civili. Per l’Italia, l’impiego dell’IA deve obbedire a due criteri assoluti: il mantenimento del controllo umano significativo sulla tecnologia e la responsabilità permanente della linea di comando.
Automation bias e moral de-skilling
c) I rischi dell’era ibrida: “Automation Bias” e “Moral De-skilling”. La convivenza stretta e ibrida tra decisore umano e assistente algoritmico porta con sé nuove minacce cognitive.
Gli esperti avvertono del rischio di un “moral de-skilling” (de-qualificazione morale), ovvero l’erosione della capacità dell’operatore di esprimere giudizi etici indipendenti se si abitua a delegare le scelte alla macchina.
Esiste anche il rischio del cosiddetto “automation bias”, la tendenza ad affidarsi in modo eccessivo e acritico agli output dell’IA perdendo il proprio pensiero critico, o viceversa, riporvi scarsa fiducia a causa della non spiegabilità dei modelli.
Per garantire che il fattore umano domini realmente questa transizione, la Difesa italiana sta investendo massicciamente nella formazione per creare una “forza lavoro mista”.
Non si tratta solo di formare tecnici informatici, ma di infondere in tutto il personale, e specialmente nei nuovi leader militari, un mindset digitale e competenze trasversali (soft skills). I militari devono comprendere i concetti dell’IA, valutarne in modo critico i risultati per non diventarne dipendenti, e interiorizzare la profonda dimensione etico-normativa che governa la cooperazione uomo-macchina.
In sintesi, la tecnologia viene spinta ai suoi massimi livelli per garantire sopravvivenza ed efficienza bellica, ma l’architettura morale dell’uso della forza non viene esternalizzata: la dignità umana e il peso della decisione letale restano un onere, e un dovere, esclusivamente umano.



















