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Usa vs Cina, a rischio la rete globale: come evitare la balcanizzazione

Un arroccamento intorno ai campioni nazionali può esasperare la guerra USA-Cina, e soprattutto frantumare ciò che resta della rete globale sospinta verso la frantumazione in sotto-domini parziali. Come siamo arrivati a questo punto e cosa dovrebbero fare i governi occidentali

10 Set 2020
Mario Dal Co

Economista e manager, già direttore dell’Agenzia per l’innovazione


L’esasperazione dei contrasti tra Usa e Cina può avere, tra le molte conseguenze, anche quella della frantumazione della rete globale. Una prospettiva, quella della balcanizzazione di internet, che andrebbe a discapito soprattutto delle democrazie occidentali. Servono pertanto, da parte di queste ultime, strategie comuni per evitare derive oligopolistiche e difendere i diritti di cittadini e aziende.

Ma come siamo arrivati a questo punto?

Le origini lontane del confronto USA Cina sull’high tech

Il Presidente Donald Trump ha, negli ultimi mesi, inasprito il confronto con la Cina, per rallentarne la corsa verso il primato tecnologico, con esiti parziali che cercheremo di analizzare. Il Presidente sta impegnando un armamentario di misure contro gli abusi di potere che il governo cinese esercita sulle aziende impegnate nelle tecnologie avanzate e contro i rischi che comporta l’ingerenza nella gestione delle aziende da parte del governo di Pechino.

Ma in questa battaglia che si colora anche di un forte contenuto elettorale, Trump si sta muovendo in modo estemporaneo lungo linee tracciate in modo chiaro dal Rapporto investigativo del Comitato Permanente sull’Intelligence della Camera dei Rappresentanti, stilato durante il primo mandato di Barack Obama.

Quel Rapporto si concludeva con una serie di dettagliate raccomandazioni[1]:

  • mantenere elevata la vigilanza dei privati sulla penetrazione del settore delle telecomunicazioni cinese, ritenuta pericolosa per la sicurezza degli Stati Uniti;
  • realizzare il blocco delle acquisizioni societarie da parte di aziende collegate a Huawei o ZTE;
  • escludere dalle forniture di infrastrutture sensibili i prodotti di Huawei e ZTE;
  • elevare la sensibilità del settore privato sui rischi connessi ai business che coinvolgono apparecchiature di Huawei e ZTE;
  • invitare il Congresso e le Agenzie dell’Esecutivo ad indagare sulle pratiche cinesi nel settore delle telecomunicazioni, con particolare attenzione al finanziamento continuativo da parte della Cina di aziende chiave;
  • spingere le aziende cinesi ad una maggiore trasparenza, inclusa la quotazione nel mercato azionario occidentale, fornendo valutazioni indipendenti sui propri processi finanziari e di cyber security e rispettando le leggi degli Stati Uniti sugli standard e la proprietà intellettuale;
  • considerare da parte del Congresso l’introduzione di una legislazione che affronti il rischio rappresentato da aziende di telecomunicazioni legate a entità statali impegnate nella costruzione delle infrastrutture critiche.

La scelta di Trump di intervenire direttamente senza coinvolgere il Congresso e senza un piano strategico elaborato con le agenzie federali conferma la propensione alla destabilizzazione degli interlocutori tipica del suo stile di governo.

Dopo l’introduzione nel maggio 2019 della black list in cui devono essere inclusi i fornitori esteri che presentano rischi per la sicurezza nazionale, il commento a Bloomberg di Ren Zhengfei, fondatore di Huawei, era piuttosto preoccupato: “È già qualcosa se sopravviveremo: torni a intervistarci tra due o tre anni per vedere se esistiamo ancora”. Non erano solo le infrastrutture del 5G, ma anche gli smartphone, in cui Huawei era all’epoca terzo produttore mondiale dopo Samsung e Apple. Rimasero tuttavia aperte numerose possibilità di aggirare la lista nera.

Il terribile 2020: resilienza di Huawei e nuove opportunità per Xiaomi

Un anno dopo, a maggio 2020, l’Amministrazione ha esteso il divieto a tutti i semiconduttori realizzati sia con tecnologia statunitense sia secondo le specifiche di Huawei. Quest’ultima poteva comunque acquistare chip con design generico e acquistare chip da distributori di terze parti qualora il venditore originale non fosse a conoscenza dell’uso finale dei chip.

Con il recentissimo intervento del 17 agosto 2020, infine, il Dipartimento del Commercio ha eliminato queste lacune: la tecnologia americana è alla base dell’industria globale dei semiconduttori e quindi le nuove regole coprono la stragrande maggioranza dei semiconduttori prodotti al di fuori della Cina.

Ciò porterà a nuove difficoltà per Huawei che, intanto, tra aprile e maggio 2020, per la prima volta è risultato il primo venditore mondiale di smartphone, superando Samsung e Apple. Un segno che la black list di Trump non funziona?

Forse la spiegazione è diversa: Huawei ha dimostrato una straordinaria resilienza, grazie all’espansione del mercato in Cina, dove la sua quota di mercato è cresciuta da un terzo a metà del totale delle vendite a fine 2019, mentre i mercati occidentali pativano le restrizioni di domanda dovute al coronavirus. Le restrizioni americane, quindi, hanno ulteriormente avvicinato il gruppo al governo di Pechino.

Con la ripresa successiva al primo lockdown, la posizione relativa di Huawei è peggiorata, mentre nei mercati occidentali, quelli full-Android per intenderci, sta emergenfo Xiaomi, anch’esso produttore cinese, ma non soggetto alle restrizioni USA.

Soprattutto in Europa, Xiaomi rappresenta la scelta di coloro che non vogliono avventurarsi in una “terza via” legata a Huawei che non disporrà di Android aggiornato. Nel secondo trimestre del 2020, Xiaomi è diventati terzo venditore in Europa, dopo Samsung e Apple, superando la connazionale e registrando un aumento del 65% dei ricavi, contro una contrazione del 17% di Huawei.

Xiaomi segue una strategia simile a quella che ha garantito lo straordinario successo a Huawei: entrare con prodotti di fascia di prezzo bassa, sviluppare nuovi prodotti sempre più performanti e competere, infine, con i top di gamma della concorrenza.

Il rischio incombente: la frantumazione della rete

Come dimostra anche l’attacco alla casa madre cinese di TikTok, Trump intende dimostrare all’elettorato che il suo governo porta risultati concreti sulla strada dell’America First, contrastando a tutto campo il rivale cinese che minaccia il primato americano.

Ma le sue scelte lasciano perplessi anche i produttori di semiconduttori negli Stati Uniti, che considerano eccessive le restrizioni imposte a Huawei sulla base dei rischi per la sicurezza nazionale invocati, ma non dimostrati, dall’Amministrazione[2].

La preoccupazione alberga anche tra i giganti Google, Facebook, Apple, che temono sia una restrizione del mercato globale, in cui vorrebbero continuare a muoversi, sia una affermazione del principio di intervento dell’esecutivo nel business, che considerano pericoloso nel lungo periodo. Google teme che Huawei possa riuscire in quello che fino ad oggi a nessuno era riuscito: creare una terza via rispetto a iOs e Android, che penalizzerebbe soprattutto la diffusione del sistema operativo di Google.

La battaglia contro il predominio oligopolistico di iOs e Android vede altri soggetti, non cinesi, all’attacco: come Epic, la casa madre di Fortnite, il videogioco più popolare, che vuole sfuggire alla tassa del 30% che Apple e Google chiedono per ogni transazione sui dispositivi mobili dotati del loro sistema operativo.

Il mercato manifesta le criticità che rendono insostenibile il ruolo oligopolistico dei giganti del web. Questi segnali, però, non investono i campioni cinesi, protetti da una rule of law nebulosa per non dire inesistente.

Un arroccamento intorno ai campioni nazionali da entrambe le parti, può esasperare la guerra USA-Cina, e soprattutto frantumare ciò che resta della rete globale sospinta verso la frantumazione in sotto-domini parziali.

In questa frantumazione abbiamo tutti da perdere: soprattutto noi occidentali, che abbiamo strumenti per difenderci dagli abusi nella rete, nella finanza, nella competizione ma che abbiamo pochi strumenti per difenderci da attacchi condotti in spregio della rule of law. I governi della Cina, della Russia, della Turchia, dell’Arabia Saudita non hanno nulla da perdere dalla balcanizzazione di internet: i loro firewall, le loro censure, i loro abusi di potere e di controllo sulla libertà di espressione diventano più stringenti e forti in un contesto frammentato.

Conclusioni

La strategia occidentale dovrebbe continuare a difendere i cittadini e le imprese dal predominio oligopolistico, con le armi della trasparenza e dell’applicazione delle leggi. Dovrebbe spingere tutti i governi al rispetto della sicurezza reciproca, con un forte impulso allo sviluppo della cyber security dei paesi democratici, contro gli attacchi alla sicurezza, alla democrazia, alla proprietà intellettuale. È solo con l’unione degli sforzi e la tutela collettiva dei paesi democratici, che si può sperare di contrastare efficacemente i rischi di attacco alla nostra libertà e alla nostra sicurezza.

Questa esigenza vitale non è ancora maturata nella testa dei nostri governanti e neppure nella percezione comune.

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  1. Investigative Report on the U.S. National Security Issues Posed by Chinese Telecommunications Companies Huawei and ZTE, U.S. House of Representatives 112th Congress October 8, 2012.
  2. Richard Altieri, Benjamin Della Rocca, U.S. Further Tightens Huawei Blacklist, Putting a “Blanket Ban” on the Company, Lawfare, Friday, August 28, 2020, 4:13 PM

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