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Cambiamenti climatici, le tecnologie più promettenti nel 2026



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Secondo una ricerca di McKinsey, nel 2035 gli investimenti in tecnologie pulite annuali potrebbero attestarsi a quota 5 trilioni di euro circa. Ecco quali sono le tecnologie su cui investire dal 2026 per l’energia senza emissioni di CO2 e intensificare i rimedi per combattere i cambiamenti climatici

Pubblicato il 5 gen 2026

Mirella Castigli

ScenariDigitali.info



Carbon Market Outlook 2025; Le tecnologie promettenti nelle rinnovabili dal 2026 contro i cambiamenti climatici

Secondo uno studio di McKinsey, nel 2035 gli investimenti in tecnologie green annuali – a partire dalle rinnovabili – potrebbero attestarsi a quota 5 trilioni di euro circa.

Dal 2026 le aziende europee devono imparare a conquistare una quota significativa di questo mercato in un contesto di forte concorrenza globale. Ecco quali sono le tecnologie più promettenti nel 2026 per contrastare gli effetti dei cambiamenti climatici, a partire “dai sistemi di accumulo a batterie”, secondo Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate.

Cambiamenti climatici: livelli record di emissioni di CO2 nel 2025

Le notizie sul clima non sono state positive nel 2025. Le emissioni globali di gas serra hanno raggiunto livelli record (ancora una volta).

Il 2025 è destinato a essere il secondo o il terzo più caldo mai registrato. I disastri causati dal clima, come gli incendi in California e le inondazioni in Indonesia e Pakistan, hanno devastato intere comunità e causato danni per miliardi di dollari.

Oltre a questi preoccupanti indicatori del nostro continuo contributo al cambiamento climatico e dei suoi evidenti effetti, quest’anno la più grande economia mondiale ha compiuto una brusca inversione di rotta in materia di politica climatica. Gli Stati Uniti dell’amministrazione Trump si sono ritirati dall’Accordo di Parigi, hanno tagliato i fondi per la ricerca sul clima e hanno eliminato miliardi di dollari di finanziamenti per progetti di tecnologia climatica.
Ci troviamo in una situazione grave per quanto riguarda il cambiamento climatico. Ma per chi cerca dei segnali positivi, il 2025 ha portato alcune buone notizie. Ecco alcune delle storie positive che i nostri giornalisti specializzati in clima hanno notato quest’anno.

La Cina

Uno dei segni di progresso più significativi e incoraggianti di quest’anno si è verificato in Cina. Secondo un’analisi pubblicata su Carbon Brief, la seconda economia mondiale e il principale responsabile delle emissioni climatiche è riuscita a mantenere stabili le emissioni di anidride carbonica nell’ultimo anno e mezzo.

Ciò è già accaduto in passato, ma solo quando l’economia nazionale era in recessione, come nel caso della pandemia di Covid-19. Tuttavia, le emissioni stanno diminuendo anche se l’economia cinese è sulla buona strada per crescere di circa il 5% quest’anno (secondo i dati cinesi) e la domanda di energia elettrica continua ad aumentare.
Tuttavia la Cina ha installato così tanti impianti solari ed eolici e ha messo in circolazione così tanti veicoli elettrici che la sua economia può continuare a crescere senza aumentare la quantità di anidride carbonica immessa nell’atmosfera, separando il tradizionale legame tra emissioni e crescita.

La Cina però non sta ancora agendo con sufficiente rapidità per mantenere il mondo sulla buona strada verso il raggiungimento di obiettivi di temperatura relativamente sicuri. E, in effetti, pochissimi Paesi lo stanno facendo.

Tuttavia, attualmente sta producendo la maggior parte delle tecnologie energetiche pulite a livello mondiale e sta frenando la crescita delle proprie emissioni, fornendo un modello per rendere sostenibili le economie industriali senza sacrificare la prosperità economica e ponendo le basi per un progresso più rapido in materia di clima nei prossimi anni.

La competitività dell’Europa nello sviluppo tecnologico

Al di là degli effetti ambientali delle tecnologie pulite, una spesa annuale di questa portata potrebbe contribuire con uno o due punti percentuali al valore aggiunto lordo mondiale e potenzialmente creare opportunità di lavoro per 25-30 milioni di persone.

Per certi versi, l’Europa sembra ben posizionata per assicurarsi un futuro di leadership globale nel settore delle tecnologie green. L’impegno politico a raggiungere gli obiettivi di zero emissioni nette rimane forte in Europa, sostenuto da importanti iniziative politiche come il Clean Industrial Deal della Commissione europea, e le aziende europee sono forti in alcuni settori.
Tuttavia, la concorrenza globale per la leadership nel settore delle tecnologie pulite è già forte e potrebbe diventare ancora più agguerrita con l’aumentare della posta in gioco.

Nuovi attori, compresi quelli dei mercati cinese e statunitense, stanno facendo incursioni in alcuni mercati europei.

Per esempio, secondo uno studio sulla competitività europea redatto da Mario Draghi, ex presidente della Banca centrale europea, la quota di veicoli elettrici (EV) di fabbricazione cinese nel mercato europeo è passata dal 5% nel 2015 a quasi il 15% nel 2023, mentre la quota dei protagonisti europei dell’Automotive è scesa dall’80% al 60%.

Ma l’Europa deve stare al passo con la concorrenza nel settore delle tecnologie pulite, anche per massimizzare le opportunità che si presentano. Secondo precedenti rapporti McKinsey, le grandi sfide globali legate al potenziamento delle tecnologie climatiche richiedono procedure di autorizzazione più semplici, che potrebbero accelerarne l’adozione.
Se l’Europa vuole raggiungere gli obiettivi che si è prefissati, non può limitarsi a continuare come al solito.

Un nuovo modello di business e un quadro normativo chiaro

Sono finiti i tempi della produzione agile e snella per essere competitivi in termini di prodotti e migliorare l’efficienza tecnologica anno dopo anno.

Adesso le tecnologie pulite europee potrebbero dover adottare un nuovo modello operativo dirompente che includa una forte riduzione dei costi, un rapido aumento della capacità e una maggiore velocità di immissione sul mercato.

Anche il settore pubblico ha un ruolo chiave da svolgere nella creazione di un quadro normativo che consenta una rapida crescita e trasformazione.

La sfida significativa è in termini di competitività per la regione europea.

Le tecnologie più promettenti dal 2026

Il 2025 passerà alla storia per essere l’anno del sorpasso delle energie rinnovabili sul carbone. Nel primo semestre dell’anno, infatti, grazie al traino del fotovoltaicoi, le rinnovabili hanno superato per la prima volta il carbone nel paniere energetico a livello globale.

Il fotovoltaico, l’eolico, la geotermia e le batterie per stoccaggio rappresentano le tecnologie più promettenti per decarbonizzare la produzione energetica nel 2026. Ma per la transizione energetica, rimangono in partita anche lo stoccaggio della CO2, il nucleare (sebbene costoso e controverso) e perfino il Gln (anche se fossile).

Fotovoltaico: le tecnologie che rinnovano il solare nel 2026

L’energia solare si conferma come la tecnologia principale per la decarbonizzazione. Con una crescita annua record, supera il nucleare di cinque volte. Entro la fine del decennio si stima l’installazione di 1 TW solare all’anno, grazie al contributo di Germania (prima in Europa), Spagna e Italia. L’Italia è l’ottavo mercato al mondo del fotovoltaico grazie ai 6,8 GW installati nel 2024.

Il fotovoltaico sta registrando un autentico boom a livello mondiale: dal debutto della prima cella solare sul mercato (nel 1954), sono trascorsi ben 68 anni per raggiungere 1.000 GW di impianti installati a livello mondiale. Ne sono stati sufficienti due per doppiare il risultato.

Con i 597 GW fotovoltaici installati nel 2024, secondo Solar Power Europe, il solare globale segna un nuovo record di crescita. Infatti la capacità installata ha superato la soglia dei 2,2 TW (2.200 GW) alla fine del 2024, trainata dalla Cina che traina produzione e installazioni.

L’Asia realizza oltre il 94% dei moduli fotovoltaici, con la Cina che domina la produzione, ponendo così un problema di natura geopolitica (dipendenza eccessiva da Pechino per le terre rare e i pannelli).

La leadership cinese

Secondo l’analisi di Carbon Brief, nei primi nove mesi dell’anno la Cina ha aggiunto ben 240 gigawatt di capacità di energia solare e 61 gigawatt di energia eolica. Si tratta di una quantità di energia solare quasi pari al totale installato dagli Stati Uniti, solo nei primi tre trimestri di quest’anno. Gli Stati Uniti sono i secondi in classifica per nuova capacità grazie ai 50 GW installati nel 2024 (10%), ma l’amministrazione Trump sta minando la fiducia
È troppo presto per affermare che le emissioni della Cina abbiano raggiunto il picco, ma il Paese ha dichiarato che raggiungerà ufficialmente tale traguardo prima del 2030.

Tecnologie nel solare nel 2026

Le celle tandem perovskite-silicio rappresentano la svolta del 2026, perché, sovrapponendo uno strato di perovskite al silicio, sono in grado di effettuare la cattura di varie frequenze dello spettro solare. Nel biennio in corso 2025-2026 raggiungono efficienze record superiori al 30-33%, superando il limite teorico del solo silicio.

Lo standard commerciale per installazioni ad elevato rendimento sono i moduli N-Type (TOPCon e HJT), che combinano un minor tasso di degrado alla più efficiente risposta alle temperature elevate.

In forte espansione sono agrivoltaico e fotovoltaico galleggiante ovvero integrando il solare con l’agricoltura (pannelli trasparenti o elevati) e l’installazione su bacini idrici (Floating PV). Per il fotovoltaico galleggiante, solo in Italia si stima un incremento di dieci volte entro la fine del nuovo anno.

Eolico

L’eolico sta crescendo a buon ritmo a livello globale, con la Cina che domina il comparto per nuove installazioni e capacità totale: è infatti stata superata la frontiera di 1 TW di potenza complessiva installata su scala mondiale nel 2024. I principali mercati spaziano da Cina a Usa (ma il presidente Usa Trump è un grande detrattore dell’eolico), dalla Germania all’India, fino alla Cina, la cui leadership è indiscussa sia nell’onshore che nell’offshore.

A livello di tecnologie, è in forte espansione lo sviluppo dell’eolico galleggiante (floating offshore), dove l’Italia emerge come potenziale terzo mercato.

Le innovazioni in questo campo riguardano l’eolico galleggiante offshore, dedicato alle acque profonde, i sistemi senza pale (a ioni o sferici), destinati all’ambito urbani, turbine a due pale per tagliare costi e impatto, e l’eolico aviotrasportato (aquiloni/droni), oltre all’impiego di AI e digitalizzazione per ottimizzare gli impianti esistenti e futuri, al fine di superare limiti strutturali e ambientali.

Geotermia

Poiché l’energia geotermica può fornire energia pulita, 24 ore su 24, è perfetta per il consumo degli energivori data center per l’AI. Tre nuovi approcci nella geotermia potenziata (EGS) permettono alle nuove tecnologie di raggiungere profondità prima inaccessibili.

Oggi meno dell’1% dell’energia globale (e americana) proviene dalla geotermia. Tuttavia i ricercatori dell’Università di Princeton prevedono che, grazie alle innovazioni tecniche, l’energia geotermica ampiamente disponibile potrebbe, entro il 2050, produrre quasi il triplo dell’attuale produzione energetica delle centrali nucleari del Paese (che attualmente erogano circa il 20% dell’elettricità americana).

Google, Meta ed altri fornitori di intelligenza artificiale interessati a un’energia decarbonizzata, ma “stabile” stanno sostenendo le innovazioni nel campo dell’energia geotermica.

La geotermia tradizionale funziona solo in luoghi in cui il calore è compreso tra 150 °C e 200 °C e dove sono presenti fratture permeabili entro 4 km dalla superficie. Le aziende effettuano perforazioni quasi verticali, utilizzando attrezzature convenzionali e sfruttano il fluido caldo che sale per azionare turbine che producono energia.

I nuovi approcci sono tre:

  • l’EGS (Enhanced Geothermal System) o geotermia potenziata;
  • i sistemi a circuito chiuso (CLS);
  • i kit superhot o supercaldi.

I tre nuovi approcci alla geotermia: i sistemi EGS

I sistemi geotermici potenziati (EGS o Enhanced Geothermal System) utilizzano tecniche quali il fracking e la perforazione multilaterale, mutuate dall’industria petrolifera, per creare fratture nella roccia e ricavarne energia.

L’EGS si ispira a una tecnologia mutuata dall’industria petrolifera per incrementare la quantità di petrolio recuperabile o per estrarre le forme più dense di idrocarburi che si trovano nel sottosuolo, di difficile estrazione a causa di una permeabilità debole delle rocce in cui sono presenti.

I progetti EGS sono in grado di estrarre energia anche in assenza di fratture naturali nella roccia, grazie alla fratturazione idraulica (“fracking”) e alla tecnologia di perforazione multilaterale sviluppata all’inizio degli anni 2000 dall‘industria del petrolio di scisto.

Secondo Roland Horne della Stanford University, la startup americana Fervo ha dimostrato una riduzione del 70% dei tempi di perforazione rispetto all’anno precedente, abbassando notevolmente i costi.

Si stima che entro il 2027 i costi energetici dell’EGS saranno competitivi rispetto alle fonti energetiche concorrenti.

I Closed-loop systems

Il secondo approccio alla geotermia sono i Closed-loop systems o sistemi a circuito chiuso (CLS) che non utilizzano la fratturazione idraulica, ma, al contrario, fanno circolare un fluido attraverso un circuito di tubi riscaldati dal calore terrestre.

Gli EGS e i CLS non si basano su fratture permeabili, ma necessitano solo di roccia calda entro 4-5 km dalla superficie.

L’acqua supercritica penetra facilmente nelle fratture e produce da cinque a dieci volte più energia per pozzo rispetto ai pozzi che utilizzano acqua calda normale.

La modellizzazione della CATF suggerisce che il 13% del territorio nordamericano ha un potenziale supercaldo al di sotto dei 12,5 km e che lo sfruttamento di appena l’1% potrebbe fornire 7,5 terawatt di capacità energetica.

Le tecnologie dei kit superhot

Il futuro della geotermia potenziata potrebbe appartenere alle tecnologie dei kit “supercaldi” o superhot, che mirano a penetrare molto più in profondità nel sottosuolo.

A una profondità compresa tra 8 e 20 km sotto la superficie raggiungono temperature che sfiorano i 400 °C. La pressione rende l’acqua supercritica (né liquida né gassosa), consentendole di trasportare molta più energia in superficie.

EGS e CLS amplieranno l’utilità dell’energia geotermica nel medio termine, ma il settore ha ambizioni ancora più grandi.

“L’energia geotermica delle rocce supercalde potrebbe sbloccare terawatt di energia pulita e stabile a livello globale”, spiega all’Economist Terra Rogers della Clean Air Task Force (CATF), un gruppo ambientalista americano, “con un impatto sul territorio molto inferiore rispetto ad altre fonti energetiche”.

Oltre gli 8 km di profondità, dove la pressione è più di 200 volte superiore a quella della superficie terrestre, l’acqua entra in uno stato supercritico (né liquido né gassoso) se la temperatura è superiore a 374 °C.

L’acqua supercritica penetra facilmente nelle fratture e produce da cinque a dieci volte più energia per pozzo rispetto ai pozzi che utilizzano acqua calda normale.

La modellizzazione della CATF suggerisce che il 13% del territorio nordamericano ha un potenziale supercaldo al di sotto dei 12,5 km e che lo sfruttamento di appena l’1% potrebbe fornire 7,5 terawatt di capacità energetica.

Accumulo a batterie per lo stoccaggio in rete

È difficile esprimere a parole la rapidità con cui le batterie per lo stoccaggio in rete stanno entrando in funzione.

Questi enormi array di celle possono assorbire elettricità quando fonti come il solare sono disponibili e i prezzi sono bassi, per poi riversare l’energia nella rete quando è più necessaria.
Nel 2015, l’industria dello stoccaggio in batterie aveva installato solo una frazione di gigawatt di capacità di stoccaggio in batterie in tutti gli Stati Uniti. Quell’anno, si era prefissata un obiettivo apparentemente ambizioso: aggiungere 35 gigawatt entro il 2035.

Il settore ha superato tale obiettivo con un decennio di anticipo all’inizio di quest’anno e poi ha raggiunto i 40 gigawatt un paio di mesi dopo.

I costi continuano a diminuire, il che potrebbe contribuire a mantenere lo slancio per la diffusione di questa tecnologia.

Quest’anno, secondo i dati di BloombergNEF, i prezzi delle batterie per veicoli elettrici e sistemi di accumulo stazionari sono scesi ancora una volta, raggiungendo il minimo storico.

I prezzi dei pacchi batteria utilizzati specificamente per l’accumulo in rete hanno registrato un calo ancora più rapido rispetto alla media, con un costo inferiore del 45% rispetto allo scorso anno.
Stiamo iniziando a vedere cosa succede anche sulle reti con una grande capacità di batterie: in California e in Texas, le batterie stanno già contribuendo a soddisfare la domanda nelle ore serali, riducendo la necessità di utilizzare impianti gas naturale. Il risultato: una rete più pulita e più stabile.

” Le tecnologie più promettenti in ambito rinnovabili nel 2026 sono i sistemi di accumulo a batterie, come dimostra il bando di Terna del Macse (mercato a termine per lo Stoccaggio Elettrico Centralizzato) per promuovere i sistemi di accumulo a batterie, con la prima asta tenutasi il 30 settembre 2025 per una consegna nel 2028, che ha assegnato 10 GWh di capacità con successo e sbloccato investimenti significativi. Anche in altri Paesi è ciò che si sta facendo in questo momento per conferire più resilienza alle reti, proprio perrispondere alla maggiore produzione di rinnovabili che sono intermittenti”, conclude Simone Molteni: “Questa è la tecnologia che farà da padrona nel 2026”.

L’ iniziativa, supportata dal MASE, punta ad integrare le energie rinnovabili, con obiettivi di capacità delineati per aree geografiche diverse (Centro-Sud, Sud e Calabria, Sicilia, Sardegna), al fine di realizzare un mercato per lo stoccaggio di energia elettrica (principalmente batterie, l’asta era per quelle a ioni di litio) per stabilizzare il sistema elettrico italiano, facendo fronte all’aumento di fonti rinnovabili non programmabili (solare, eolico).

Il ruolo dell’AI nelle tecnologie rinnovabili più attive nel 2026

Il boom dell’intelligenza artificiale complica il nostro sistema energetico. La domanda di elettricità è in aumento: la quantità di energia fornita dalle utility ai data center statunitensi è aumentata del 22% quest’anno e raddoppierà entro il 2030.

Ma almeno un cambiamento positivo sta emergendo dall’influenza dell’IA sull’energia: sta stimolando un rinnovato interesse e investimenti nelle tecnologie energetiche di prossima generazione.
Nel breve termine, gran parte dell’energia necessaria per i data center, compresi quelli che alimentano l’IA, proverrà probabilmente dai combustibili fossili, in particolare dalle nuove centrali a gas naturale.

Tuttavia, giganti tecnologici come Google, Microsoft e Meta hanno tutti obiettivi dichiarati di riduzione delle emissioni di gas serra e sono quindi alla ricerca di alternative.

Meta ha firmato un accordo con XGS Energy a giugno per acquistare fino a 150 megawatt di elettricità da una centrale geotermica. A ottobre, Google ha firmato un accordo che contribuirà alla riapertura del Duane Arnold Energy Center in Iowa, una centrale nucleare precedentemente chiusa.
L’energia geotermica e quella nucleare potrebbero essere elementi chiave della rete elettrica del futuro, in quanto in grado di fornire energia costante in modo diverso dall’energia eolica e solare.

C’è ancora molta strada da fare per molte delle nuove versioni di questa tecnologia, ma maggiori investimenti e interesse da parte di attori grandi e potenti non possono che giovare.

L’AI nel fotovoltaico

Infine il “motore” della transizione energetica sarà l’integrazione con l’AI, che darà una spinta alla manutenzione predittiva (fino a –30% di costi di manutenzione e –70% di fermi d’impianto improvvisi), alla previsione della produzione (per stabilizzare la rete elettrica con previsioni ultra-precise), all’ottimizzazione della resa energetica (con crescita fino al 25%, massimizzando l’autoconsumo e il ritorno economico) e alla progettazione automatica (per simulare ombreggiamenti e ottimizzare il posizionamento dei pannelli).

Stoccaggio CO2

Lo Lo stoccaggio di CO2 sfrutta principalmente tramite la tecnologia Carbon Capture and Storage (CCS), che, catturando l’anidride carbonica da grandi fonti industriali hard-to-abate (come cementifici, acciaierie), la stocca in sicurezza nel sottosuolo, in giacimenti esauriti di petrolio/gas, acquiferi salini o strati di carbone non estraibile.

Le tecnologie sono lo stoccaggio geologico, la cattura diretta dall’oceano (lenta, ma si è scoperto un ruolo più rilevante della “neve marina” composta da particelle di plancton che affondano) e l’utilizzo (CCUS), per riutilizzare la CO2 catturata in altri processi industriali o trasformarla in materiali utili, come la produzione di calcare.

In Italia, gestito da Eni e Snam, il sito di Ravenna punta a 4 milioni di tonnellate/anno entro il 2030.

L’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) prevede un incremento costante dei progetti CCS, con 21 impianti operativi, 3 in costruzione e molti altri in fase di sviluppo, sebbene la capacità totale sia ancora bassa (circa 51 milioni di tonnellate/anno).

GNL: non è rinnovabile, ma è un’alternativa al pessimo carbone

In un mondo che si contraddistingue per lo scenario geopolitico sempre più instabile, l’AI che, con i suoi datacenter energivori, traina la domanda elettrica, l’accelerazione della transizione energetica e i cambiamenti climatici estremi, il gas naturale liquefatto (GNL) assume un ruolo crescente.

Non è rinnovabile e non è decarbonizzato, non è neanche compatibile con il rispetto degli obiettivi 2030 per mantenere il riscaldamento globale sotto quota 1,5 gradi (ma il target, ormai superato, è ormai spostato all’aumento di 2 gradi), ma è pur sempre meglio del carbone, il peggiore dei fossili. Senza dubbio, è un vantaggio minimo, ma sta accompagnando il progressivo sganciamento dell’economia cinese dal carbone. E su questo fronte rappresenta un vantaggio.

Dall’espansione dello shale gas agli investimenti in terminali di esportazione, gli Stati Uniti hanno avuto la capacità di trasformarsi in primo esportatore mondiale di GNL con una capacità che sfiorerà il 30% del totale globale entro il 2030.

Da qui al 2040 la domanda globale di Gnl crescerà del 50%, trainata soprattutto dai mercati asiatici e soprattutto dalla Cina (che lo usa per abbandonare il carbone).

Nucleare

Nel 2026 Tokyo riaccenderà la più grande centrale atomica del mondo, spenta dopo la tragedia di Fukushima (causata dallo tsunami e da gravissimi errori).

Quest’anno il valore del settore dell’energia nucleare si stima in 38,57 miliardi di dollari. Pur sfruttando materiali fossili, l’energia è pressocchè decarbonizzata (non a livello delle rinnovabili, ma meglio del GNL).

L’utilizzo dell’energia nucleare, secondo l’Aiea, registrerà un aumento di due volte e mezzo entro il 2030, e si quadruplicherà nel 2050. Ma il contributo alla produzione di energia elettrica negli ultimi anni nel mondo si è dimezzato e ormai non raggiunge nemmeno il 10% del totale.

L’Aiea prevede che i giacimenti mondiali di uranio noti e sfruttabili, grazie alle attuali tecnologie, dureranno dai 50 ai 65 anni. Ma le future innovazioni tecnologiche avrebbero la capacità di moltiplicare per 60 la sfruttabilità di queste risorse, superando i problemi legati ai limiti d’approvvigionamento per lo sviluppo dell’energia nucleare nel XXI secolo.

Gli alti costi di implementazione, sicurezza nucleare, la gestione dei rifiuti nucleari sono i punti chiave che ancora dissuadono i Paesi dall’adottare questa tecnologia.

Il problema principale è l’obsolescenza delle attrezzature, tanto che la Francia costruirà nuove centrali per ovviare all’invecchiamento.

L’AIEA conferma inoltre che la comunità scientifica è generalmente concorde nel sostenere lo smaltimento in tutta sicurezza dei rifiuti nucleari e del combustibile esaurito, interrandoli a grandi profondità geologiche.

Le tecnologie nel 2026 per il nucleare in attesa della IV generazione

Nel 2026 si attende Precursor, il primo simulatore di un reattore raffreddato a piombo liquido (LFR).

Sviluppato da Enea e dalla startup nucleare Newcleo, presso il Centro di ricerche di Brasimone, il prototipo non nucleare simulerà il funzionamento dei futuri reattori di quarta generazione. Aprirà la strada alla creazione del primo reattore LFR di newcleo in Francia nel 2031, l’Advanced Modular Reactor (AMR).

I reattori di IV generazione promettono più sicurezza e sostenibilità rispetto alla fissione tradizionale, riducendo le scorie radioattive.

Fusione nucleare

La fusione nucleare non sarà pronta prima del 2050, secondo gli esperti intervistati da Agenda Digitale in questi anni. La speranza è di riuscire a raggiungere la comerciabilità di un grande sogno della fisica contemporanea dalle enormi potenzialità, ma che finora è ancora fermo allo stato sperimentale, poiché nessun laboratorio non è mai riuscito a raggiungere la stabilizzazione della fusione in maniera prolungata.

Ma a livello globale gli investimenti in fusione sfiorano i dieci miliardi di dollari (9,7 miliardi secondo il rapporto della Fusion International Association, con oltre 2,6 miliardi raccolti soltanto nell’ultimo anno, con aziende passate da 23 a 53 che contano 4.600 dipendenti, quadrulpicati rispetto al 2021, con almeno 9.300 posti di lavoro nell’intera catena di approvvigionamento).

Tuttavia, la tecnologia del futuro scalda i motori, con la Germania che in Europa vanta il maggior numero di startup, dopo che il governo Merz ha varato un “piano d’azione” da 2 miliardi al 2029 che punta ad aprire una centrale elettrica basata sulla fusione nucleare.

Ai finanziamenti di 1,4 miliardi alla ricerca, sono stati aggiunti altri 4 miliardi per il progetto Iter, il reattore sperimentale per la fusione a confinamento magnetico nel sud della Francia.

Nel 2026 la ricerca sulla fusione nucleare si focalizza su strategie europee (con una nuova agenda UE prevista per inizio anno), sviluppo di prototipi (per ora il simulatore Enea-Newcleo per la fissione di IV generazione), partnership pubblico-privato, e l’uso di AI per accelerare le simulazioni del plasma, con l’obiettivo di definire accordi pre-commerciali entro l’anno e costruire ecosistemi innovativi per le centrali dal 2050 in poi.

La roadmap comprende di raggiungere la piena energia magnetica nel 2036, con SPARC operativo nel 2026 e il successore ARC connesso alla rete a inizio del 2030.

Le tecnologie per la fusione dal 2026

La centrale della tedesca Gauss Fusion, chiamata Giga, si fonda sul confinamento magnetico, il processo per produrre energia dalla fusione degli isotopi dell’idrogeno grazie all’utilizzo di macchinari in grado di produrre campi magnetici con potenza tale da provocare il confinamento del plasma, materia ad altissima temperatura. Il merodo del confinamento magnetico è quello di Iter e anche di Proxima Fusion, startup tedesca di fusione con sede a Monaco e Ad italiano, Francesco Sciortino.

Invece l’azienda tedesca, Marvel Fusion, scommette sui laser che innescano la fusione degli isotopi dell’idrogeno per ottenere energia. Il processo si chiama di confinamento inerziale: in parole povere, “sparando” impulsi laser contro una piccola capsula con il combustibile di idrogeno, la fanno implodere.
Altra startup tedesco-americana di fusione nucleare via laser è Focused Energy, nel cui team spicca Stefano Atzeni, professore all’università La Sapienza, specializzato in fisica del plasma.

Previsioni dopo Cop30

Forse la prova più evidente dei progressi collettivi compiuti finora in materia di clima è che, secondo alcuni scienziati, abbiamo evitato i pericoli più gravi che si temevano solo un decennio fa.
Ma i rischi non sono affatto scongiurati, come dimostra il distaccamento di uno dei piùà grandi ghiacciai in atto in Antartide che potrebbe provocare un significativo aumento del livello dei mari.

Secondo Climate Action Tracker, un’iniziativa scientifica indipendente che monitora i progressi compiuti dai Paesi verso il raggiungimento degli obiettivi fissati dall’accordo di Parigi sul clima, entro il 2100 il mondo registrerà un riscaldamento di circa 2,6 °C rispetto alle condizioni preindustriali.

Si tratta di un aumento molto più elevato di quello che vorremmo per il nostro pianeta.

Tuttavia, è anche un grado in meno rispetto al percorso di 3,6 °C che stavamo per raggiungere al ritmo di dieci anni fa, poco prima che quasi 200 Paesi firmassero l’accordo di Parigi.

Questo progresso è stato possibile grazie al fatto che sempre più nazioni hanno approvato leggi sulle emissioni, finanziato sussidi e investito in ricerca e sviluppo, mentre l’industria privata si è impegnata a produrre grandi quantità di pannelli solari, turbine eoliche, batterie e veicoli elettrici.
La cattiva notizia è che i progressi si sono arrestati. Climate Action Tracker osserva che le sue proiezioni sul riscaldamento globale sono rimaste invariate negli ultimi quattro anni, poiché i Paesi non sono riusciti ad adottare le misure aggiuntive necessarie per avvicinare la curva all’obiettivo di 2 °C fissato nell’accordo internazionale.

Ma aver ridotto in parte il pericolo è comunque una prova tangibile che siamo in grado di unire le forze di fronte a una minaccia globale e affrontare un problema estremamente difficile. Finora abbiamo svolto il difficile compito di gettare le basi tecniche per una società evoluta che può funzionare in gran parte senza emettere sempre più gas serra nell’atmosfera.
Si spera che, con il continuo miglioramento delle tecnologie green per le rinnovabili dal 2026 e il costante peggioramento dei cambiamenti climatici, il mondo trovi presto la volontà collettiva di riprendere il ritmo che, con il ritorno di Trump e le tensioni geopolitiche, abbiamo allentato.

Gli ultimi calcoli mostrano che è possibile emettere solo altri 80-130 miliardi di tonnellate di anidride carbonica prima di superare la soglia di 1,5 °C. Con emissioni annuali di circa 40 miliardi di tonnellate, questo limite sarà raggiunto entro la fine del decennio. “Ogni anno che rimandiamo l’azione, mettiamo a rischio anche il limite delle temperature globali al di sotto dei due gradi”, afferma Anne Olhoff, autrice principale del rapporto Emissions Gap Report of the UN Environment Programme (Unep).

Ma a dare la sveglia al mondo è la Cina che mostra come tenere in sieme progresso tecnologico, crescita economica e sostenibilità ambientale.

La Cina, un modello apripista

Ad ispirarci potrebbe essere la strategia cinese che si distingue per la fitta rete di interconnessioni energetiche e per l’integrazione verticale di tecnologie, oltre all’uso dell’AI.

Nel mondo nuovo delle energie rinnovabili occorre coordinare gli incentivi con i prezzi relativi, in modo da rendere le prospettive dell’investimento il meno aleatorie possibili.

Bisogna sviluppare una rete intelligente e interconnessa, capace di distribuire l’energia nelle due direzioni, per fronteggiare una domanda sempre più flessibile, per sfruttare al meglio l’intrinseca instabilità della produzione da fonti rinnovabili su base territoriale, la sua volatilità. Il passo successivo consiste nell’integrazione dell’AI con la rete elettrica, nella fase della generazione, della distribuzione e dello stoccaggio, nella rete intelligente che funziona in regime bidirezionale.

L’obiettivo è dunque creare una rete elettrica con una capacità di generazione distribuita, in grado di sfruttare le caratteristiche localizzazioni delle diverse fonti, integrandole per trovare un equilibrio tra domanda e offerta, agendo sui diversi fattori che ne condizionano la relazione:

  • previsioni consumi e produzione su base locale;
  • trasporto e stoccaggio delle eccedenze;
  • bidirezionalità della rete di distribuzione per ottimizzare i consumi a livello locale, riducendo le importazioni.

Ma il fiore all’occhiello della strategia cinese di applicazione sistematica dell’AI al sistema elettrico, sono i virtual power plants. A livello locale, raggruppano in un hub impianti di generazione e stoccaggio (batterie e bacini di pompaggio) per far fronte alle domande di picco (soprattutto d’estate con i condizionatori), alle interruzioni, alle necessità crescenti del cloud e dell’AI.

“Con l’arrivo del picco serale di carico elettrico, la centrale elettrica virtuale di Hefei, capoluogo della provincia orientale cinese di Anhui, ha inviato un’istruzione a 25 stazioni di ricarica delle batterie per veicoli elettrici. In appena un minuto, la rete ha ridotto il carico di 13.000 kilowatt, una quantità di elettricità in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di oltre 2.000 famiglie. La potenza media di 25 stazioni di sostituzione delle batterie viene ridotta dopo aver ricevuto l’istruzione. Di conseguenza, il tempo di ricarica di ciascuna batteria si estende di circa 5 minuti, il che non rappresenta un problema per i singoli automobilisti, secondo un membro dello staff di un’azienda automobilistica di Hefei”, secondo il South China Morning Post.

Davanti a noi si apre un mondo nuovo sotto il profilo energetico e bisogna imparare dalle best practice nel mondo.

Secondo il Digitalization & Decarbonization Report 2024, rapporto a cura dell’Energy&Strategy della School of Management del Politecnico di Milano, la digitalizzazione che mette al centro l’IA promette di tagliare le emissioni del 53% entro il 2050, tra impatti diretti (-18%) e indiretti (35%). Per esempio si applica l’AI alle FER per ottimizzare la previsione della generazione rinnovabile, stabilizzare la rete e migliorare la domanda energetica. In ambito urbano, inoltre, l’intelligenza artificiale è un abilitatore di soluzioni per una decarbonizzazione su ampia scala.

Le tecnologie per ridurre le emissioni che spaziano dalla cattura della CO₂, lo stoccaggio nel sottosuolo (CCS) all’utilizzo della CO₂ catturata (CCUS), dall’uso di energie rinnovabili come solare ed eolico alla mobilità elettrica e all’efficienza energetica attraverso materiali sostenibili e tecnologie di gestione intelligenti – sono disponibili. Dal 2026 è l’ora di accelerare la decarbonizzazione.

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