Il piano strategico 2026-2030 della Science Based Targets initiative, pubblicato il 21 maggio, ammette per la prima volta che senza crediti di CO2 il framework della decarbonizzazione corporate non sta in piedi. Ma la guidance operativa arriverà solo entro fine 2027, mentre migliaia di aziende sono già fuori traiettoria. Una procrastinazione che potrebbe costare la sopravvivenza dello standard stesso.
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L’annuncio del 21 maggio
La Science Based Targets initiative, l’organizzazione che ha validato i target di decarbonizzazione di quasi 11.000 aziende nel mondo, ha pubblicato il 21 maggio il piano strategico per il quinquennio 2026-2030. Il documento contiene un cambio di rotta che merita di essere capito bene, perché ha implicazioni che vanno oltre il perimetro tecnico di chi lavora ai mercati del carbonio.
Per la prima volta SBTi riconosce in via ufficiale che i crediti di CO2 di alta integrità sono uno strumento legittimo (anzi, lo definisce “vitale” il draft circolato a novembre 2025) per i piani di decarbonizzazione aziendale. La nuova versione del Corporate Net-Zero Standard, attesa entro fine 2026, ne disegnerà l’architettura. Una guidance operativa più dettagliata sull’uso effettivo dei crediti arriverà però solo entro fine 2027.
Sul piano del segnale, la novità è importante. Sul piano dei tempi e delle attenuanti, molto meno. Ed è qui che il piano del 21 maggio si presta a una lettura critica, che proviamo a fare.
Il “best effort”: l’autocertificazione di un fallimento annunciato
Il primo dato di realtà è che migliaia di aziende sottoscrittrici di target SBTi non sono oggi in linea con i propri impegni di decarbonizzazione. Il piano del 21 maggio risponde a questo problema introducendo un concetto nuovo, il “best effort”: chi avrà lavorato in buona fede usando tutte le leve disponibili, ma comunque non sarà arrivato al target, potrà restare dentro il framework SBTi e continuare a dichiararsi in progresso verso il net zero.
Tradotto fuori dal linguaggio aziendalese, è l’autocertificazione di un fallimento annunciato. SBTi sta dicendo, nero su bianco, che lo standard che dieci anni fa veniva proposto come un impegno serio e vincolante, da rispettare in modo rigoroso perché “basato sulla scienza”, oggi non si può più chiedere a chi lo ha sottoscritto. Le aziende che non centreranno i target resteranno comunque nel framework, e potranno continuare a comunicare al mercato e ai propri stakeholder di essere in cammino verso il net zero. Una formula reputazionale di salvataggio, non un meccanismo di accountability.
Vale la pena ricordare che SBTi nasce e si è imposta sul mercato come arbitro “science based” dei target climatici corporate. Per anni “la scienza” è stata invocata, da chi sostiene questo standard, come argomento di chiusura: se uno standard è basato sulla scienza, non si discute. Conviene tenere alta la guardia ogni volta che la scienza viene usata in modo quasi teologico. La scienza fornisce traiettorie compatibili con l’obiettivo 1.5°C, non sentenze su quali strumenti finanziari, quali tecnologie o quali velocità di adeguamento siano moralmente ammissibili per percorrerle. Il “science based” applicato dogmaticamente, fino a escludere i crediti di CO2, ha contribuito esattamente a produrre la situazione di oggi: aziende intrappolate tra un imperativo etico e un’impossibilità operativa, costrette ora a chiedere di essere graziate da uno standard che le aveva caricate di obiettivi che si è poi rivelato incapace di sostenere fino in fondo.
Era prevedibile: senza meccanismo di mercato la decarbonizzazione costa molto di più di quello che dovrebbe
Il secondo punto era prevedibile, e in effetti è stato previsto da chi lavora al settore da prima che diventasse argomento di dibattito pubblico. La decarbonizzazione profonda dei settori industriali è un problema economico, prima che etico, e si governa con i principi elementari dell’efficienza allocativa che chiunque abbia studiato microeconomia dovrebbe conoscere.
Se per un’azienda specifica il costo di abbattere una tonnellata di CO2 dentro il proprio perimetro supera quello che lo stesso obiettivo di abbattimento costerebbe ad altri attori del sistema, allora è economicamente razionale, e dovrebbe essere anche normativamente raccomandabile, che l’azienda finanzi quelle riduzioni meno onerose attraverso l’acquisto di crediti di CO2. Invece di compromettere la propria profittabilità con scelte diseconomiche di riduzione o rimozione “in house”, l’azienda contribuisce al sistema globale di mitigazione dove quella tonnellata viene effettivamente abbattuta al costo minore possibile.
È il principio elementare di efficienza che ha ispirato i meccanismi di mercato per il clima fin dal Protocollo di Kyoto, ed è il principio che governa il funzionamento di qualunque sistema ETS al mondo. Una tonnellata di CO2 abbattuta da un progetto di tutela forestale in Africa, o da un impianto di cattura industriale in India, produce per il clima lo stesso identico beneficio di una tonnellata abbattuta dentro le mura di un impianto europeo, e in molti casi a un costo enormemente inferiore. Negare a un’azienda di sfruttare questo principio dentro il proprio piano di decarbonizzazione non è solo economicamente inefficiente: è una scelta che, applicata su larga scala, riduce il volume totale di emissioni effettivamente abbattute dal sistema, perché vincola il capitale a interventi più costosi e dunque meno frequenti.
I crediti denigrati: un settore in maturazione, non un’aberrazione morale
Una parte significativa della critica ai crediti di CO2 negli ultimi anni è arrivata da chi non aveva interamente capito come questi crediti vengano generati. La differenza tra un credito di riduzione delle emissioni, uno di evitata emissione e uno di rimozione, il concetto di addizionalità, il funzionamento del meccanismo di buffer pool, le metodologie di Measurement, Reporting and Verification (MRV) sono questioni tecniche che richiedono studio. E che in questo momento, vale la pena dirlo con chiarezza, devono essere lette in un’ottica unitaria. Non esiste una distinzione gerarchica tra crediti “buoni” (le rimozioni) e crediti “meno buoni” (le riduzioni o le evitate emissioni). Esistono crediti di qualità e crediti di scarsa qualità, ed esiste un sistema di standard e rating che oggi consente di distinguerli. Tutto il resto serve, perché il gap di mitigazione che il mondo ha davanti è enorme e nessuna delle leve disponibili si può permettere di essere accantonata.
Il modo in cui il dibattito pubblico ha trattato il tema è stato diverso: si è preso un singolo caso giornalistico, di solito su un progetto di evitata deforestazione, lo si è eretto a sineddoche di tutto il settore, e da lì si è dedotto che tutti i crediti di CO2 fossero inaffidabili. È un errore di metodo. In qualunque mercato finanziario, manifatturiero o energetico esistono frodi, errori, prodotti scadenti. La risposta è migliorare gli standard, non smantellare il mercato.
Negli ultimi anni questo è esattamente quello che è successo. L’Integrity Council for the Voluntary Carbon Market (ICVCM) ha pubblicato i Core Carbon Principles e li ha applicati a metodologie e progetti. Sono nati rating qualitativi indipendenti (BeZero, Sylvera, MSCI Carbon Markets) che oggi permettono a chiunque di distinguere un progetto di qualità da uno scadente. Il settore sta maturando rapidamente, e la decisione SBTi di delegare proprio all’ICVCM la certificazione di integrità dei crediti ammessi dimostra che persino chi era stato più critico riconosce ormai il livello raggiunto.
I crediti di CO2 sono già parte dell’architettura climatica internazionale
E qui veniamo al punto che dovrebbe disinnescare definitivamente la polemica. I crediti di CO2 non sono uno strumento “alternativo” o “controverso” che SBTi sta valutando per la prima volta. Sono già parte integrante dell’architettura del sistema climatico internazionale.
Lo sono per i Paesi che hanno firmato l’Accordo di Parigi. L’Articolo 6 del Trattato, dopo un percorso di definizione durato quasi un decennio, è diventato pienamente operativo al COP29 di Baku nel novembre 2024. Lo strumento prevede esplicitamente lo scambio di esiti di mitigazione tra Stati (gli Internationally Transferred Mitigation Outcomes, o ITMO) come modalità per raggiungere gli NDC, gli impegni climatici nazionali. L’Articolo 6.2 è attivo con autorizzazioni di trasferimento ormai consolidate. L’Articolo 6.4, il successore del meccanismo CDM del Protocollo di Kyoto, ha visto la finalizzazione degli standard metodologici proprio a Baku e l’avvio dell’emissione dei primi crediti. Anche questo strumento è stato per anni guardato male dalla parte del dibattito climatico più ideologicamente ostile ai meccanismi di mercato. Oggi è operativo e gli Stati che hanno firmato Parigi se ne stanno servendo.
Lo è per l’Unione Europea. La proposta di target climatico 2040 (riduzione del 90% rispetto al 1990) include esplicitamente l’uso di crediti internazionali tra gli strumenti per perseguirlo. Lo dice la Commissione, lo confermano i documenti preparatori del Council. Senza il riconoscimento dei crediti, l’aritmetica delle emissioni residue europee al 2040 non chiude.
Lo è per un numero crescente di giurisdizioni con sistemi ETS operativi. Secondo l’ultimo State and Trends of Carbon Pricing della World Bank, quasi due terzi degli ETS al mondo e quasi un quinto delle carbon tax ammettono crediti di CO2 come opzione di compliance. Australia (Safeguard Mechanism), Canada (sistemi federali e provinciali), California (LCFS e Cap-and-Trade), Cina (con la reintroduzione dei CCER nel 2024), Corea del Sud, Nuova Zelanda. La direzione è chiara e il principale ETS che fa eccezione restando chiuso ai crediti è l’EU ETS, peraltro al centro di un dibattito di riforma sempre più acceso.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: perché un’azienda che decide volontariamente di prendere un impegno di decarbonizzazione, e che integra crediti di CO2 di alta qualità nel proprio piano (esattamente come fa l’Italia, la Germania, l’Unione Europea, l’Australia con i propri target nazionali), dovrebbe essere trattata come se stesse violando un tabù morale?
L’aritmetica che disinnesca l’argomento più ricorrente
Resta il timore espresso da chi negli anni scorsi si è opposto all’apertura dei target corporate ai crediti: “se sblocchiamo la domanda corporate, il prezzo dei permessi crolla“. L’argomento non regge nemmeno sul piano dell’aritmetica più elementare.
Le emissioni globali di gas serra sono oggi pari a circa 60 miliardi di tonnellate di CO2 equivalente all’anno. Di queste, secondo i dati World Bank, circa il 28% è coperto da meccanismi di prezzo (ETS o carbon tax). Restano oltre 40 miliardi di tonnellate annue senza alcun prezzo. Sul lato dell’offerta, i crediti emessi dal mercato volontario del carbonio nel 2024 sono stati meno di 300 milioni di tonnellate. Stiamo dunque parlando di un mercato la cui produzione annua, in rapporto alla domanda potenziale che sarebbe disposta ad acquistarli se fosse libera di farlo, vale meno dell’1%. Per la precisione: 280 milioni su 43 miliardi equivale allo 0,65%.
Lo squilibrio strutturale tra offerta attuale e domanda potenziale è talmente marcato che il problema è esattamente l’opposto. Sbloccare la domanda corporate, riconoscendole formalmente il diritto di contribuire ai propri target SBTi attraverso crediti, porterebbe il prezzo dei crediti di qualità verso livelli capaci di finanziare anche le tecnologie più onerose, e di mobilitare investimenti su scala industriale verso le geografie e i settori dove oggi non arrivano. È esattamente il segnale di prezzo che oggi manca, e che senza riconoscimento da parte del principale standard di target climatici corporate continuerà a mancare.
Cosa dovrà spiegare SBTi nella guida del 2027
E qui torniamo all’annuncio del 21 maggio. La guidance operativa che SBTi pubblicherà entro fine 2027 dovrà spiegare cose difficili. Dovrà spiegare perché un’azienda con un target SBTi validato non può usare crediti per accelerare la propria traiettoria, anche se la giurisdizione in cui opera glielo permette. Dovrà spiegare perché l’Articolo 6 dell’Accordo di Parigi va bene per gli Stati ma non per le imprese che operano in quegli stessi Stati. Dovrà spiegare perché 280 milioni di tonnellate di offerta annua, su una domanda potenziale di oltre 40 miliardi, costituirebbero un rischio di “deflazione del prezzo”.
Non sono spiegazioni facili. Soprattutto, non sono spiegazioni che reggono il confronto con la realtà economica e regolatoria che le aziende affrontano ogni giorno.
Il piano del 21 maggio dice, tra le righe, che senza crediti di CO2 lo standard SBTi non regge. Il “best effort” introdotto per le aziende fuori traiettoria ne è la prova materiale: chi non arriva al target, in mancanza dei crediti, deve essere trattenuto nel framework con una formula di salvataggio reputazionale. Non è sostenibile nel medio periodo. La prima volta che un fondo attivista o un investitore istituzionale chiederà conto a un grande corporate di un target SBTi mancato, la differenza tra “best effort” e greenwashing sarà ardua da difendere senza un riferimento a uno strumento di mercato che misuri e compensi quel gap.
Quanto più SBTi tarderà a liberalizzare l’uso dei crediti, e quanto più lo farà con attenuanti destinate a compiacere una parte di opinione pubblica e di stakeholder ottenebrati dall’ideologia, tanto più rischia di vedere disintegrarsi lo standard stesso. Già oggi parte del mondo corporate sta guardando con interesse percorsi paralleli: il framework della Coalition to Grow Carbon Markets, lo standard ISO 14068-1 sulla carbon neutrality, le architetture nazionali di Singapore, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. Nessuno di questi soggetti vuole sostituire SBTi, ma tutti stanno occupando uno spazio che SBTi sta lasciando libero per troppo tempo.
La revisione c’è. È benvenuta. Ma fino al 2027 c’è ancora molta strada, e in quella strada lo standard più seguito al mondo per i target climatici corporate si gioca una parte significativa della propria credibilità.








