Global Tech Ecosystem Index

Il modello europeo dell’innovazione funziona, ma ha un problema enorme



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Il Global Tech Ecosystem Index 2026 mostra un’Europa meno dominante per scala, ma molto competitiva per densità. Città come Ghent, Cambridge, Losanna e Monaco indicano un modello fondato su università, ricerca, spinout e specializzazioni verticali, con l’Italia ancora frenata dalla discontinuità della filiera

Pubblicato il 7 lug 2026

Giancarlo Vergine

Tech Entrepreneur | Crowdfunding Expert



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Da anni il confronto tra ecosistemi tech europei e americani segue lo stesso schema: si guarda la classifica principale, si conta il gap di capitali e unicorni, e si conclude con un “l’Europa è indietro”.

Il Global Tech Ecosystem Index 2026 di Dealroom, che ha analizzato 325 città in 77 paesi, suggerisce che questo schema misura le cose sbagliate. La metrica che dovrebbe guidare la lettura dell’innovazione europea è la densità, non la dimensione.

Tre metriche per leggere gli ecosistemi tech europei

Il report distingue tre dimensioni: scale, density e growth. La scala misura il valore complessivo degli ecosistemi. La crescita misura il momentum. La densità misura qualcosa di diverso: quanta capacità innovativa riesce a concentrarsi in relazione alle dimensioni della città, cambiando il quadro interpretativo in modo sostanziale.

Nella classifica per scala dominano i grandi hub globali, con undici posizioni su venti occupate da città nordamericane. Bay Area, New York e Boston occupano il podio. Nella classifica per densità il quadro cambia completamente: l’Europa ha 45 città nelle prime 100, contro le 40 del Nord America. Dieci delle prime venti sono europee.

Questo dato delinea il modello competitivo con cui l’Europa ha scelto, per necessità o per vocazione, di giocare la partita dell’innovazione globale. Come ha dichiarato Yoram Wijngaarde, fondatore e CEO di Dealroom, il dato più rilevante emerso dallo studio è proprio la crescita di ecosistemi ad alte prestazioni costruiti attorno a istituzioni accademiche e centri di ricerca. Il vantaggio europeo non è di scala. È di concentrazione.

Ghent e il modello europeo ad alta densità

Il caso che racconta meglio questa dinamica è Ghent, in Belgio. Meno di 300mila abitanti, seconda in Europa per densità tra le città al di sotto dei 500mila. Il risultato non nasce da un piano di marketing territoriale, bensì da una filiera che collega ricerca scientifica, trasferimento tecnologico e accesso al capitale. argenx, oggi valutata oltre 40 miliardi di euro, è il caso più eclatante. La rilevanza di Ghent si costruisce però sulla capacità dell’università locale di generare spinout e founder nel deep tech e nelle life sciences in modo continuativo.

Lo stesso schema ritorna a Cambridge, Oxford, Losanna, Tallinn. Città diverse per dimensione e storia, accomunate dalla presenza di università forti, competenze verticali riconoscibili e un rapporto strutturato tra ricerca e impresa. Nessuno di questi elementi è irripetibile. Tutti richiedono tempo, coerenza e capitale paziente.

La filiera degli spinout: il vantaggio che l’Europa non racconta

L’European Spinout Report 2025, prodotto da Dealroom insieme a Cambridge Innovation Capital e Oxford Science Enterprises, offre il dato più significativo per capire perché la densità europea non è un caso. Gli spinout universitari europei in deep tech e life sciences hanno oggi un valore combinato che si avvicina ai 400 miliardi di dollari. Rappresentano il 40% di tutte le nuove startup deep tech e life sciences create dal 2019, con una crescita dell’80% rispetto al decennio precedente.

Le quattro università che guidano la creazione di valore sono Oxford, Cambridge, ETH Zurich e l’EPFL di Losanna. Non a caso tutte e quattro si trovano nelle città che guidano la classifica per densità del Global Tech Ecosystem Index. La correlazione non è casuale: è strutturale.

Il dato più rilevante riguarda però la catena del capitale. Quasi il 50% dei finanziamenti in fase avanzata per gli spinout europei proviene dall’esterno del continente, principalmente dagli Stati Uniti. Dal 2019 gli acquirenti americani hanno comprato spinout europei per circa 24 miliardi di dollari. L’Europa produce la ricerca, incuba le aziende, alimenta le prime fasi di crescita. Poi esporta l’upside.

Questo è il limite strutturale del modello europeo a densità: costruiamo ecosistemi eccellenti, ma non siamo ancora in grado di trattenere il valore che generano nelle fasi di scala.

Il defence tech e Monaco: dove la densità incontra la domanda strategica

Se la densità per eccellenza è quella delle life sciences e del biotech, esiste un secondo asse che il report illumina: il defence tech.

Nel 2025 le startup europee nel settore della difesa, sicurezza e resilienza hanno raccolto 8,7 miliardi di dollari, con una crescita del 55% rispetto all’anno precedente e un valore quasi quattro volte superiore a cinque anni fa. L’intelligenza artificiale ha guidato il 44% di tutti i finanziamenti in questo settore, la quota più alta degli ultimi sei anni.

Monaco di Baviera si conferma il principale hub europeo per il defence tech. Nella classifica per densità in questo settore, le città europee occupano sei posizioni nelle prime venti, con Monaco al secondo posto. La sua posizione non dipende dalla dimensione della città, bensì dalla concentrazione di industria aerospaziale, università tecniche e talento internazionale costruita in decenni. Il modello è identico a quello di Ghent nelle life sciences: specializzazione verticale profonda, filiera ricerca-impresa consolidata, domanda di mercato che in questo caso arriva direttamente dai governi.

Londra torna prima. Parigi punta sull’AI

Nella classifica per scala, Londra ha riconquistato la posizione di principale hub tecnologico europeo, superando Parigi nel 2026 grazie alla crescita degli investimenti in AI e deep tech. Nel 2025 le startup londinesi hanno raccolto 17,7 miliardi di dollari, con 138 unicorni attivi tra cui Wayve, Granola, OLIX ed ElevenLabs.

Parigi mantiene una posizione centrale grazie alla crescita dell’ecosistema AI francese. Mistral è il caso più noto, ma Mirakl e AMI Labs contribuiscono a consolidare il ruolo della capitale francese. Il dato strutturale è che circa il 30% degli investimenti venture europei va oggi verso aziende AI. Il deep tech nel suo complesso ha raggiunto il 32% di tutto il capitale venture europeo, con 20,3 miliardi di dollari investiti nel solo 2025, più del doppio della quota di dieci anni fa. Stoccolma, al 19esimo posto, è l’unica altra città europea nella top 20 per scala.

Le Rising Stars e la nuova mappa dell’innovazione europea

La classifica che prova a leggere il futuro è quella delle Rising Stars, costruita per ecosistemi che partono da basi più ridotte ma mostrano tassi di crescita superiori alla media. Istanbul è terza tra gli ecosistemi emergenti a livello globale. Kyiv entra in top ten nonostante il contesto geopolitico. All’interno dell’Unione Europea, Zagabria è il mercato in più rapida crescita, undicesima nel ranking mondiale, seguita da Atene, Sofia, Praga e Vilnius.

Dealroom è esplicita su un punto che molti articoli hanno ignorato: questa classifica è costruita per ecosistemi che partono da basi poco consolidate. La crescita rapida riflette momentum, non ancora massa critica. È un segnale da monitorare, non un cambio di baricentro.

L’Europa dell’Est sta costruendo però qualcosa di specifico nel defence e nel dual-use tech. ORQA, azienda croata produttrice di droni conformi agli standard americani per il Pentagono, con capacità produttiva di 280mila unità l’anno, è il caso più citato. Il deep tech non richiede un indirizzo in una capitale europea per essere competitivo.

Il caso italiano negli ecosistemi tech europei

Milano rimane l’unico ecosistema italiano con una rilevanza europea chiaramente riconoscibile. Il valore complessivo delle startup e scaleup milanesi ha superato i 29 miliardi di euro, con quasi la metà dell’intero ecosistema tecnologico nazionale concentrato nel capoluogo lombardo.

L’Italia ha poli accademici eccellenti, una specializzazione industriale profonda, competenze scientifiche riconosciute a livello internazionale. Il Politecnico di Milano e il Politecnico di Torino figurano tra i primi quaranta istituti europei per connessioni con l’ecosistema startup. Il 2026 European Deep Tech Report cita esplicitamente Milano tra le città che compongono l'”Alpine Tech Cluster”, il secondo polo europeo per concentrazione di startup deep tech insieme a Zurigo, Losanna, Grenoble, Monaco e Vienna.

Il problema italiano non è la mancanza di ricerca, università o talenti. È la discontinuità della filiera. La distanza tra ricerca e primo capitale resta alta. La distanza tra primo capitale e round di scala internazionale resta alta. La distanza tra scala ed exit è superiore rispetto agli ecosistemi europei che guidano la classifica per densità.

Ghent, Cambridge e Losanna hanno costruito quella continuità in decenni, con politica universitaria, capitale paziente e una cultura del trasferimento tecnologico che in Italia esiste in forma embrionale solo in pochi poli. Generative Bionics, nata dall’Istituto Italiano di Tecnologia e finanziata con 70 milioni di euro nel 2025, dimostra che il modello funziona quando la filiera è costruita. Il problema è che rimane ancora un’eccezione.

Dove si crea il valore nei prossimi anni

La lezione operativa del report riguarda il criterio con cui si legge l’innovazione europea. I dati mostrano che l’Europa crea valore quando costruisce concentrazioni di competenze altamente specializzate attorno a ricerca, università e industrie verticali. La densità precede la scala, non la segue. Per chi investe, il segnale più interessante non è la città che raccoglie più capitale oggi, bensì quella che sta costruendo la maggiore concentrazione di competenze difficili da replicare.

Ghent è diventata rilevante perché ha capitalizzato quello che già possedeva. Monaco è diventata il primo hub europeo per il defence tech perché aveva già un’industria aerospaziale e una TU München capace di generare fondatori. Cambridge ha costruito un’industria da 400 miliardi partendo da un campus universitario.

Per l’Italia la sfida non è inseguire modelli costruiti su premesse diverse. È capire dove esistono già quelle concentrazioni di competenza che possono diventare i prossimi ecosistemi ad alta densità. Ci sono. Manca la filiera che le trasforma in imprese, e manca la capacità di trattenere il capitale che quelle imprese generano prima che arrivi da oltreatlantico a comprarsele.

Il paradosso europeo è questo: abbiamo costruito il modello giusto per competere nell’innovazione globale. Dobbiamo ancora imparare a raccogliere i frutti in casa propria.

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