scenari post-covid

Startup, l’innovazione “pilastro” dei piani di rilancio: ecco come fare

Una volta terminata la fase 1, l’innovazione può diventare un pilastro dei piani per il rilancio. L’ecosistema però soffre di alcuni problemi che ne minacciano la crescita e che sono tipici di tutte le imprese neocostituite. Ecco come porre rimedio

23 Apr 2020
Gianpiero Ruggiero

Esperto in valutazione e processi di innovazione del CNR


Qualsiasi piano di rilancio si vorrà adottare finita l’emergenza, non potrà quindi prescindere dall’innovazione e non potrà fare a meno delle startup, che devono diventare un pilastro su cui contare. Ma cosa significa implementare piani di rilancio mirati all’innovazione? Significa avere ben presenti le dimensioni e le caratteristiche peculiari delle imprese innovative, nella loro accezione più ampia di startup, Pmi innovative e incubatori.

Ecco perché questo settore ha manifestato un certo disappunto per la mancanza di incentivi specifici per l’innovazione.

Ma le cose iniziano a muoversi, con delle misure specifiche di sostegno della liquidità contenute nel cosiddetto “Decreto Liquidità” ma anche grazie al Fondo Nazionale Innovazione.

Facciamo il punto.

Il grido dall’allarme delle startup

Com’è noto, il mondo delle startup e delle imprese innovative è un sistema che ha nel suo Dna quelle caratteristiche di agilità e velocità che stanno facendo la differenza in una situazione emergenziale. Creatività e agilità si sono rivelate armi vincenti per proporre soluzione innovative e per reinventare il proprio business: ne è esempio la startup bresciana, che è riuscita a trasformare le maschere da sub grazie una valvola stampata in 3D.

Ma startup e imprese innovative sono anche le più fragili e preoccupate per il futuro.

Un sondaggio di InfoCamere rileva che il 40% delle società teme di dimezzare il fatturato e, quindi, di non farcela, perché l’ansia di tantissime piccole e media imprese oggi è come preservare la cassa per tenere in piedi l’azienda. Lo shock economico ha reso ancor più difficile per tutto il sistema innovativo reperire finanziamenti. Si stima che circa il 90% delle aziende innovative europee abbia problemi a finanziare la loro crescita in questo momento. Difficoltà che esisteva già prima dello scoppio della pandemia, che si è aggravata considerevolmente in questo periodo. Ciò significa che le aziende non riescono a trovare finanziamenti e devono sospendere le operazioni o che le startup più promettenti in Italia e in Europa debbano lasciare il continente per diventare scaleup.

In Europa, ciascun Paese si sta muovendo in modo diverso. Ha suscitato un certo scalpore la decisione del Governo inglese di escludere, per ora, le startup tecnologiche dagli incentivi finanziari concessi per le altre imprese. In modo diverso si sono mosse Francia e Germania, che hanno deciso di destinare risorse specifiche per l’innovazione. Anche la Commissione europea si è mossa con il programma Escalar. In Italia il Governo ha approvato inizialmente il decreto “Cura Italia”, che però aveva omesso le richieste delle startup. Più di recente l’esecutivo ha optato per delle misure a garanzia della liquidità di tutte le imprese, compreso il mondo delle startup, con alcuni strumenti di sostegno. Forse si poteva fare di più, con delle misure e delle risorse ad hoc per l’innovazione, ma iniziare a segmentare i settori avrebbe complicato il quadro complessivo. Peraltro il Fondo Nazionale Innovazione sta iniziando a muovere i primi passi e potrebbe arrivare da lì, con delle risorse aggiuntive, il sostegno tanto atteso.

ESCALAR: cos’è e come funziona la strategia europea

Onde evitare che startup ad alto potenziale vadano perse, Bruxelles ha lanciato Escalar, un meccanismo per accrescere le dimensioni dei fondi di capitale di rischio. Lanciato dalla Commissione insieme al Fondo europeo per gli investimenti (FEI), Escalar supporterà il venture capital per le imprese più promettenti, consentendo loro di scalare in Europa. Il programma intende “sbloccare significativi investimenti privati aggiuntivi per supportare la creazione dei leader di mercato di domani”, dichiara il commissario per il mercato interno Thierry Breton.

Il meccanismo va inquadrato entro la più ampia strategia europea per le PMI, che comprende un ventaglio di interventi con cui la Commissione vuole aiutare e rafforzare le piccole e medie imprese di ogni settore, dalle startup tecnologiche innovative a quelle dell’artigianato tradizionale. In tale contesto si colloca anche la scelta del Mise di candidare i Centri di competenza italiani agli European Digital Innovation Hubs, come modello di aggregazione per chi parteciperà ai bandi dell’Unione europea nell’ambito del Digital Europe Programme.

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Nella fase pilota prevista da Escalar, il meccanismo fornirà fino a 300 milioni di euro con l’obiettivo di aumentare la capacità di investimento del capitale di rischio e dei fondi di private equity, innescando investimenti fino a 1,2 miliardi, vale a dire quattro volte l’investimento iniziale, a sostegno di società ad alto potenziale. Escalar può supportare sia i nuovi fondi che necessitano di raggiungere una massa critica più ampia per far sì che le scaleup entrino nel loro portafoglio, sia i fondi esistenti in cerca di capitale aggiuntivo per proseguire gli investimenti in scaleup. Gli intermediari finanziari interessati a ricevere un investimento dal FEI nell’ambito di Escalar possono inviare la richiesta entro il 30 giugno 2020. Nelle intenzioni di Bruxelles, superata la fase pilota di quest’anno, il meccanismo dovrebbe diventare uno dei principali strumenti finanziari europei nel prossimo quadro finanziario pluriennale. “Le scaleup hanno bisogno di trovare finanziamenti per portare la loro attività al livello successivo. Migliorando il contesto finanziario, un numero maggiore di scaleup può scegliere di rimanere in Europa per continuare la sua crescita, che è ancora più cruciale in questo momento di crisi”, ha sottolineato Alain Godard, Chief Executive di EIF.

Fondo Nazionale Innovazione: i primi 21 milioni per la space economy

Cassa Depositi e Prestiti Venture Capital SGR – Fondo Nazionale Innovazione ha deciso di investire 21 milioni di euro nel primo fondo italiano dedicato alle startup nell’ambito della “Space Economy”.

L’obiettivo di raccolta è pari a 80 milioni di euro e conta sul supporto dell’European Investment Fund e di altri investitori istituzionali. La decisione di CDP Venture Capital di puntare sul primo Space Fund non è ovviamente casuale, ma nasce dall’esigenza di aumentare gli investimenti nella Space Economy italiana, settore d’eccellenza in cui però latitano gli investimenti in venture capital: non esistono competitor in Italia e i player internazionali con lo stesso focus di investimento sono limitati. L’Italia, inoltre, è il terzo contributore europeo all’European Space Agency e presenta significative attività di ricerca scientifica, senza contare le competenze chiave in tutta la filiera dell’industria dello spazio.

A livello mondiale, la space economy è destinata a crescere in modo significativo: dai 360 miliardi di dollari del 2018 si dovrebbe arrivare a 2.700 miliardi nel 2045. Inoltre, le tecnologie aerospaziali hanno un impatto su tutte le principali industrie, dalle telecomunicazioni all’agricoltura, dalla logistica alla meteorologia. “Stiamo finanziando un’attività pionieristica in un settore strategico per l’economia del futuro come lo spazio – che include anche l’uso di dati e tecnologie spaziali da utilizzare in momenti di emergenza – in linea con la strategia della Commissione Europea per sviluppare l’innovazione” ha affermato Francesca Bria, presidente di CDP Venture. “Investire in ambito aerospaziale è una priorità strategica per rinnovare il tessuto imprenditoriale italiano e per generare posti di lavoro ad alta specializzazione, in particolare fra i giovani, in sinergia con centri di ricerca avanzati, come il Politecnico di Torino e l’Università di Salerno, che rappresentano delle eccellenze nel campo del trasferimento tecnologico”, ha continuato. “Con l’investimento in Primo Space Fund – ha commentato l’amministratore delegato Enrico Resmini – CDP Venture Capital ha la possibilità di contribuire al lancio di un fondo d’investimento che rappresenta un unicum nel panorama nazionale per strategia e focus, supportando lo sviluppo di un settore tecnologico fondamentale per l’Italia e l’Europa”.

Le novità del Decreto Liquidità, impatto su startup

Con il recente Decreto Liquidità[1] sono stati stanziati 400 miliardi di euro per iniettare risorse fresche nelle casse delle aziende. Le misure riguardano anche la liquidità delle startup (imprese che hanno avviato la loro attività da meno di tre anni), anche se le garanzie non saranno per tutti gratis. Da un lato, si punta sul Fondo di garanzia per le startup e le Pmi con garanzie pubbliche gratuite che salgono al 100% per prestiti fino a 25 mila euro, senza che ci sia alcuna valutazione del merito di credito[2], dunque senza rating. In questo caso le banche potranno erogare i prestiti senza attendere il via libera del Fondo di Garanzia. Quanto alle garanzie studiate per le imprese di dimensioni medio-piccole, con il ricorso al Fondo di Garanzia Pmi, queste sono gratuite e sono delineate all’articolo 13 del decreto, che spiega che: “Fino al 31 dicembre 2020 in deroga alla vigente disciplina del Fondo (…) si applicano le seguenti misure: (…)

m) previa autorizzazione della Commissione europea (…) sono ammissibili alla garanzia del fondo con copertura al 100 per cento sia in garanzia diretta che in riassicurazione i nuovi finanziamenti concessi (…) in favore di piccole e medie imprese e di persone fisiche esercenti attività di imprese, arti o professioni la cui attività d’impresa è stata danneggiata dall’emergenza Covid-19 come da dichiarazione autocertificata (…) purché tali finanziamenti prevedano l’inizio del rimborso del capitale non prima di 24 mesi dall’erogazione e abbiano una durata fino a 72 mesi e un importo non superiore al 25 per cento dell’ammontare dei ricavi del soggetto beneficiario come risultante dall’ultimo bilancio depositato o dall’ultima dichiarazione fiscale presentata alla data della domanda di garanzia ovvero per i soggetti beneficiari costituiti dopo il 1° gennaio 2019 da altra idonea documentazione anche mediante autocertificazione (…) e comunque non superiore a 25 mila euro. (…) In relazione alle predette operazioni il soggetto richiedente applica all’operazione finanziaria un tasso di interesse (…) che tiene conto della sola copertura dei soli costi di istruttoria e di gestione dell’operazione finanziaria e, comunque, non superiore al tasso di Rendistato con durata residua da 4 anni e 7 mesi a 6 anni e 6 mesi, maggiorato della differenza tra il CDS banche a 5 anni e il CDS ITA a 5 anni (…) maggiorato dello 0,2 per cento. In favore di tali soggetti benficiari l’intervento del Fondo centrale di Garanzia per le piccole e medie imprese è concesso automaticamente, gratuitamente e senza valutazione.”

Le garanzie pubbliche saranno inoltre del 100% per i prestiti fino a 800 mila euro, con la valutazione del merito di credito, e del 90% nei casi restanti con tetto a 5 milioni di importo garantito e valutazione della situazione finanziaria pre-crisi. Ma anche in quest’ultimo caso si può arrivare al 100% con la contro garanzia dei Confidi o da altro fondo di garanzia. Per sostenere le imprese di dimensioni maggiori, invece, il Governo ha deciso di puntare su SACE: le garanzie, in questo caso, saranno comprese tra il 70% e il 90%.

Il testo del decreto è molto complesso, quasi un manuale di tecnica bancaria. Approfondimenti specifici su tutte le misure del decreto si possono trovare sul sito del Mise dove sono spiegati anche gli interventi tesi a potenziare gli strumenti di sostegno all’esportazione del made in Italy, all’internazionalizzazione e agli investimenti delle aziende. La decisione del Governo di favorire la ripartenza del sistema produttivo attraverso la trasformazione del Fondo di Garanzia per le Pmi in uno strumento capace di garantire fino a 100 miliardi di euro di liquidità, potenziandone la dotazione finanziaria ed estendendone l’utilizzo anche alle imprese fino a 499 dipendenti, rappresenta una scelta imponente, una “potenza di fuoco” mai vista.

Eppure, molte perplessità e dubbi sono stati sollevati dai rappresentanti delle imprese, soprattutto per i tempi e le procedure. Puntare sull’indebitamento delle imprese “non è una scelta senza conseguenze. Più alto è l’indebitamento, più difficile diventa investire”, ha annotato Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda, “ma se proprio si vuole andare in questa direzione, 6 anni non possono essere certo il termine entro cui questi prestiti vanno restituiti”, e ha proposto un orizzonte temporale più lungo, di almeno 10-15 anni. Praticamente tutte le associazioni imprenditoriali temono di perdersi in procedure complesse e con tempi lunghi.

Gli schemi del Fondo di garanzia per le PMI e di SACE avranno bisogno di qualche giorno per essere operativi. Poi ci sono le banche, che pure avranno bisogno di qualche giorno per far partire le procedure per concedere i prestiti garantiti dallo Stato. Troppe volte, infatti, per tappi burocratici e lungaggini amministrative le misure d’agevolazione non hanno sortito gli effetti desiderati. In questo caso, il rischio di perdersi in procedure inadeguate ai tempi strettissimi di cui le imprese hanno bisogno per ricevere liquidità, farebbe la differenza per la vita stessa delle imprese. Alla luce di questi dubbi, ABI ha informato di aver diramato una lettera circolare indirizzata a tutti i suoi associati con la quale ha fornito una tempestiva informazione delle misure contenute nel decreto governativo. Sul sito dell’ABI si può leggere che “nella circolare sono illustrate le principali disposizioni sulle quali ABI richiama la massima attenzione e l’immediato impegno attuativo degli Associati, vista l’estrema necessità e urgenza di darne immediata applicazione da parte delle banche”.

Il ruolo delle startup nei piani di rilancio

Messa in sicurezza la liquidità del sistema produttivo, occorre ora iniziare a pensare ai piani di rilancio (Recovery Planning & Execution), che significa non negare l’enorme sforzo umanitario ed economico ancora necessario per far fronte all’attuale fase di crisi. Ma se c’è un’evidenza che le precedenti crisi hanno dimostrato è che i Governi e le organizzazioni che pianificano durante una crisi, accelerano in seguito alla creazione di una nuova normalità. È difficile prevedere come evolverà questa crisi. Una perdurante flessione del Pil e il contestuale coinvolgimento di altri Paesi fa aumentare il rischio che si inneschi una crisi economica globale che potrebbe determinare un peggioramento delle prospettive di crescita, tenuto conto della forte vocazione all’export del nostro Paese. Ma è chiaro che tutte le organizzazioni, private e pubbliche, devono mettersi nelle condizioni di definire un programma di rilancio. E bisogna capire come preservare l’innovazione, che ruolo avranno le startup nei piani di rilancio, tenendo in considerazione che non tutti i settori produttivi sono colpiti con la stessa intensità: alcuni comparti stanno registrando difficoltà importanti (soprattutto il settore alberghiero, la ristorazione, il trasporto aereo e ferroviario, tutte le attività dello spettacolo come cinema e teatri, le manifestazioni sportive, il commercio non alimentare) mentre altri sono addirittura in crescita (si pensi alla farmaceutica, alle attività dell’indotto della sanità, ai servizi per l’informatica legati all’attivazione delle nuove postazioni di smart working). E bisogna anche considerare che:

  • saranno necessari nuovi interventi da realizzare con le modalità proprie e i tempi di una economia che esce da una situazione paragonabile a quella di un conflitto e le cui energie vanno recuperate e sostenute;
  • sarà necessario aumentare le spese per la sanità anche per ripristinare la normale attività delle strutture ospedaliere una volta superata la crisi;
  • altre risorse dovranno essere utilizzate per affrontare le difficoltà economiche di tutti i soggetti che andranno incontro a cadute del reddito e che necessitano di interventi di sostegno.

Ecco perché il mondo delle startup ha voluto far sentire la propria voce. “Un futuro senza futuro? Startup emergency act” è la petizione lanciata su Change.org da VC Hub Italia, associazione del Venture Capital Italiano che raccoglie 20 fondi per un totale di 1 miliardo di euro gestito e oltre 250 in portafoglio e in rappresentanza delle oltre 70 startup e PMI innovative. “Questo virus verrà sconfitto – sostiene l’associazione – e un giorno torneremo ad una vita normale, ma quel giorno, se non sarà troppo tardi, dovremo chiederci concretamente su cosa pensiamo di impostare lo sviluppo futuro del nostro paese. A nostro avviso senza startup tecnologiche le opzioni non saranno così tante”.

L’associazione Italia Startup ha avanzato alcune proposte contenute in una lettera aperta al Presidente del Consiglio con la quale ha chiesto l’istituzione di una task force nazionale e un ambasciatore delle startup per instaurare un dialogo continuo tra Governo, imprese e comunità dell’innovazione. Il network chiede anche di istituire anche uno sportello unico per informare le startup e fornire loro l’accesso a tutti gli strumenti disponibili per affrontare la crisi. “Occorre rendere stabili alcuni provvedimenti che riguardano le startup e le Pmi innovative – ha dichiarato Angelo Coletta, Presidente di Startup Italia – relativamente a liquidità e sostenibilità (fondo di garanzia e provvedimenti connessi), occupazione (valorizzando e defiscalizzando le risorse umane ad alta formazione tipiche del settore), sistema fiscale (sgravi per le startup che investono in persone e in ricerca). Occorre, di fatto, mettere mano alle leggi vigenti che riguardano le startup e le Pmi innovative ripensandole alla luce della crisi in corso, oltre che all’esperienza maturata, a luci e ombre, di questi anni.”

Conclusioni

Una volta terminata l’emergenza, l’innovazione può diventare un «pilastro» dei piani per il rilancio. Non è un semplice slogan, ma una oggettività da tenere bene a mente. L’intero ecosistema ad oggi annovera oltre 11.000 startup innovative, quasi 1.500 Pmi innovative, insieme a oltre 30 incubatori certificati. Il tutto per un totale di oltre 60.000 addetti, tra soci e addetti effettivi. Questo patrimonio va salvaguardato.

Nonostante le interessanti performance, l’ecosistema però soffre di alcuni problemi che ne minacciano la crescita e che sono tipici di tutte le imprese neocostituite:

  • ridotto accesso al mercato dei capitali (investimenti molto più contenuti rispetto a quelli di Francia e Germania, due paesi comparabili con l’Italia quanto a peso industriale),
  • difficoltà nell’inserirsi nelle filiere di fornitura,
  • accesso complicato ai talenti,
  • mancata semplificazione e quindi inefficienza burocratica,
  • mancanza di investimenti robusti e diversificati, tipici del capitale di rischio, che comportano criticità nella fase di “scaleup” e anche della successiva fase di “exit”.

Solo tenendo ben chiara quest’analisi, le startup potranno diventare pilastri dei piani di crescita che seguiranno la crisi economica. Nel processo di stabilizzazione e stimolo dell’economia che verrà, le startup potranno garantire forme di crescita più sostenibili o diversificate, ad esempio privilegiando soluzioni con un minore impatto sull’ambiente.

Il Governo potrebbe agevolare l’istituzione di un fondo di venture che sottoscriva in automatico prestiti convertibili; potrebbe lanciare progetti di cooperazione pubblico-privata per realizzare obiettivi strategici coinvolgendo la filiera dell’innovazione. Insomma bisogna fare il massimo sforzo per adottare interventi strutturali che “abbraccino” la filiera dell’innovazione e che riguardino tutti gli attori che giocano un ruolo in questo sistema: l’università e la ricerca mirata alla creazione di nuove imprese (fase pre-seed), i centri di innovazione (fase early stage/seed), i capitali e le corporate (persone fisiche, portali EC, venture capitalist e investitori istituzionali, compresa la Borsa, procurement semplificato) per sostenere il passaggio dal seed alla crescita. Quello che conta, qualunque fase 2 si voglia intraprendere, è fare in modo di trattenere il maggior numero di startup in Italia e aiutare il più possibile l’ecosistema dell’innovazione a rafforzarsi.

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  1. Decreto legge 8 aprile 2020 n. 23, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 94.
  2. Prima dell’entrata in vigore del Decreto Liquidità le startup potevano accedere al Fondo di garanzia gestito dal Mediocredito Centrale nel quadro delle cosiddette operazioni di comparto ridotto, per un massimo di 25 mila euro e con garanzia però all’80%. L’accesso a importi superiori era consentito, previa valutazione di un business plan prospettico, per gli investimenti e soltanto a condizione che l’impresa versasse il 25% di mezzi propri.
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