Quando servizi essenziali e procedure quotidiane si spostano online, la promessa della digitalizzazione rischia di trasformarsi in una nuova barriera.
Il digital divide non riguarda solo la connessione: pesa su competenze, costi, fiducia e accesso reale agli strumenti. Per questo, accanto al diritto all’accessibilità digitale, prende forma l’idea di un diritto complementare: restare offline senza essere penalizzati, con alternative analogiche efficienti e pari tutela nei rapporti con la PA e i servizi pubblici.
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Il digital divide come frattura sociale e culturale
La trasformazione innescata dal digitale è una corsa che non accenna a diminuire, sia in termini di cambiamenti tecnologici (basti pensare, ovviamente, all’intelligenza artificiale), sia in termini strutturali.
La pandemia e il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) hanno dato ulteriore impulso a questa trasformazione, accelerando un processo già instradato su binari tracciati, ma mettendo anche in evidenza un divario culturale e sociale.
D’altronde il tema del digital divide era stato ampiamente preconizzato già a partire dall’internet of things, sottolineando la distanza tra chi ha accesso alle infrastrutture e alle competenze necessarie per utilizzare le tecnologie digitali e chi ne resta escluso.
L’esclusione può dipendere da carenze infrastrutturali, da limiti economici, da scarsa alfabetizzazione o anche da un rifiuto consapevole. Chi resta fuori rischia, in buona sostanza, di essere escluso da servizi essenziali e opportunità economiche, con conseguenze sulla giustizia sociale.
Proprio su questa base, si parla da tempo e con sempre maggiore convinzione di un vero e proprio diritto all’accessibilità, intesa non come facilità di fruizione, ma come elemento necessario e intrinseco per l’utilizzo della tecnologia digitale.
Perché il diritto all’accessibilità digitale diventa essenziale
In altri termini, se la digitalizzazione ha comportato un aumento esponenziale di certi tipi di servizi, dall’altro risulta quanto mai evidente che molti di questi servizi non possono essere sostituiti o affiancati ad alternative “analogiche”, quantomeno non senza una perdita di efficienza fortemente impattante sull’utente.
Allo stesso tempo, non è ancora possibile, per gli Stati, assicurare un livello minimo di adeguatezza digitale, tale per cui nessun cittadino possa considerarsi leso nella possibilità di accedere agli strumenti tecnologici odierni.
Legge Stanca e CAD: le basi del diritto all’accessibilità digitale
Il primo passaggio teorico è quindi quello di affermare, come detto sopra, l’esistenza di un diritto all’accessibilità digitale. La dottrina italiana collega il “diritto a disporre degli strumenti digitali” a un insieme di norme che riconoscono l’obbligo delle istituzioni di mettere a disposizione infrastrutture, dispositivi e competenze digitali.
Già la legge 4/2004 (“legge Stanca”) stabilisce che la Repubblica riconosce e tutela il diritto di ogni persona ad accedere a tutte le fonti di informazione e ai relativi servizi, ivi compresi quelli che si articolano attraverso gli strumenti informatici e telematici, sancendo quindi un diritto generale alla disponibilità degli strumenti digitali per l’accesso ai servizi e alle informazioni.
Il diritto d’uso nei rapporti con la PA e i gestori di servizi pubblici
Il Codice dell’Amministrazione Digitale (CAD) rafforza questo principio: l’articolo 3 riconosce a chiunque, non solo ai cittadini, il diritto di usare in modo accessibile ed efficace le soluzioni e gli strumenti tecnologici previsti dal Codice nei rapporti con le pubbliche amministrazioni e i gestori di servizi pubblici.
Il comma 1-quinquies dello stesso articolo garantisce a tutti i cittadini e alle imprese il diritto a un’identità digitale attraverso la quale accedere ai servizi online, rendendo di fatto disponibile un set minimo di strumenti (SPID, CIE, CNS, PEC) per l’interazione con lo Stato.
Cultura digitale e connettività: gli obblighi di promozione
L’articolo 8 del CAD affida allo Stato e agli altri soggetti pubblici l’obbligo di promuovere la cultura digitale, con particolare attenzione ai minori e alle categorie a rischio di esclusione, per sviluppare competenze informatiche e consentire l’utilizzo dei servizi digitali.
L’articolo 8-bis, inoltre, impone alle amministrazioni di favorire la disponibilità di connettività Internet nei loro uffici e in altri luoghi pubblici, mettendo la banda non utilizzata a disposizione degli utenti.
Dalle norme alle politiche: cosa richiede il diritto all’accessibilità digitale
Questi diritti implicano politiche concrete: i dibattiti parlamentari hanno sottolineato che le principali barriere all’effettivo accesso sono economiche, sociali e geografiche, paragonabili alle barriere architettoniche.
L’attuazione del diritto richiede alfabetizzazione tecnologica diffusa, infrastrutture a banda larga anche nelle aree meno remunerative per gli operatori, tariffe accessibili e una rete capillare di punti d’accesso.
In questo quadro, il diritto di avere a disposizione gli strumenti digitali si configura quasi come un diritto di cittadinanza, che obbliga le istituzioni a fornire non solo servizi digitali, ma anche le risorse e le competenze necessarie per fruirne, contrastando il digital divide e garantendo la partecipazione attiva di tutti alla vita pubblica.
Il digital divide resta aperto tra innovazione e nuove esclusioni
Rimane però evidente che il digital divide sia ben lontano dall’essere risolto e, anzi, l’avvento delle nuove tecnologie sta avendo impatti significativi sull’allontanamento di fette consistenti di utenti dalle potenzialità di alcuni di questi strumenti.
Quando serve un diritto al non utilizzo accanto al diritto all’accessibilità digitale
Si potrebbe quindi ritenere logico, se non addirittura necessario, strutturare in maniera compiuta un diritto al non utilizzo delle nuove tecnologie. Finché esisteranno persone impossibilitate a utilizzare le tecnologie per cause indipendenti dalla loro volontà, le modalità digitali non possono sostituire completamente quelle tradizionali nell’esercizio dei diritti.
Esse possono solo affiancarsi, e deve restare attivabile un’opzione che consenta di evitare l’uso di Internet o di tecnologie che potrebbero ampliare le esclusioni. Pur riconoscendo che in alcuni casi l’utilizzo di strumenti digitali può essere obbligatorio, il riconoscimento di un diritto opposto serve a ridurre al minimo tali obblighi.
Alternative analogiche reali: la condizione pratica del diritto al non utilizzo
Il grosso problema di questa teorizzazione è di ordine principalmente pratico. Per essere effettivo, il diritto al non utilizzo richiede che le istituzioni offrano un’alternativa reale alle interazioni digitali e che chi sceglie l’opzione analogica non venga discriminato nella vita sociale, politica o economica.
Sul piano concreto ciò comporta non solo il mantenimento di sportelli fisici, modulistica cartacea e canali telefonici, ma anche l’adozione di misure positive come l’assistenza personalizzata a chi è escluso dal digitale e la garanzia di pari tutela giuridica indipendentemente dal mezzo utilizzato.
Strategie ibride tra inclusione, fiducia e tutela dei dati personali
Il legislatore dovrebbe quindi affiancare alla spinta verso la digitalizzazione strategie che riconoscano il valore dell’offline, prevedendo soluzioni organizzative (per esempio “sportelli sociali” o “digital senior club”) per non obbligare nessuno ad abbandonare completamente la dimensione analogica.
In questo spazio di scelta si innesta anche la ragionevole diffidenza da parte degli utenti verso strumenti e servizi ritenuti poco affidabili, non sicuri o comunque di notevole impatto rispetto alla privacy e alla gestione dei propri dati personali. Basti pensare agli strumenti automatizzati, all’intelligenza artificiale (almeno in parte delle sue declinazioni) e a tutte quelle soluzioni integralmente digitali che possono rappresentare un ostacolo importante da superare per molti utenti.
Conclusione: bilanciare progresso, diritti e libertà di scelta
La conclusione non è scontata, visto e considerato che strutturare quanto sopra descritto prevede sforzi multipli, su fronti numerosi e tenendo a mente la presenza di forze contrarie difficili da contrastare.
L’avanzamento tecnologico, con i suoi pro e contro, è complesso da arginare (posto che arginarlo non comporta certo risvolti esclusivamente positivi). Allo stesso tempo, colmare il gap del digital divide ed assicurare sacche “analogiche” di uguale efficienza è ancora più complicato.
Rimane però fondamentale tenere a mente queste esigenze, anche solo al fine di comprendere meglio le sfide che i processi di digitalizzazione portano con sé.














