La sanità digitale cambia radicalmente il modo in cui i pazienti vengono seguiti dopo la dimissione ospedaliera. A Genova, un progetto pubblico-privato mostra già risultati concreti: continuità di cura, telemonitoraggio e presa in carico anche nelle aree geograficamente più svantaggiate.
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Il progetto Socrate a Genova: la continuità di cura dall’ospedale al domicilio
A Genova, nei reparti di neuroriabilitazione del San Martino e della ASL3, decine di pazienti hanno sperimentato qualcosa di apparentemente semplice, ma tutt’altro che scontato: la continuità del percorso terapeutico dall’ospedale all’ambulatorio, fino al domicilio.
Si tratta di una modalità di cura attivata tramite “SOCRATE“, un progetto pubblico-privato guidato dalla società di consulenza BF Partners che coordina un pool di imprese liguri — EL.CO, MCS, Swhard e Clouree — e sviluppato insieme alla Clinica di Neuroriabilitazione del San Martino, alla Struttura Recupero e Rieducazione Funzionale dell’ASL3 oltre a diversi ambulatori del territorio.
Finanziato dal FESR 2021-2027, usa tecnologia e modelli organizzativi di ultima generazione che puntano a mantenere il paziente fragile o cronico “in cura” anche dopo la dimissione, intercettando precocemente eventuali ricadute e prendendosi cura anche chi vive nelle aree interne, geograficamente svantaggiate.
Organizzazione e risparmio: perché la sanità digitale va oltre la clinica
L’obiettivo trascende il profilo prettamente clinico – che pure è rilevante – e si estende a questioni di organizzazione e management della sanità, producendo risparmi per le finanze pubbliche nonché vantaggi per il benessere dei cittadini. Come? Riducendo le liste di attesa, mantenendo un filo diretto con i sanitari, evitando ricadute, programmando visite e terapie.
Socrate, come tante altre iniziative di sanità digitale, non riguarda esperimenti di laboratorio, ma modelli organizzativi che rappresentano il tipo di risposta che il sistema sanitario italiano deve saper replicare e scalare.
I dati macro: 2,47 miliardi di investimenti nel 2024
Per avere un’idea si può partire dai numeri. Prima quelli ‘macro’. Gli investimenti in sanità digitale in Italia nel 2024 hanno raggiunto 2,47 miliardi di euro, con una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Una cifra significativa, ma in totale pari a circa il 2% della spesa sanitaria pubblica complessiva. Tuttavia, ci sono benefici già misurabili, a partire dai singoli casi, in cui i dati cominciano a certificare i risultati. In un istituto penitenziario dove è stata introdotta la telemedicina, i trasferimenti al pronto soccorso sono calati del 50%, con centinaia di teleconsulti e sessioni di telemonitoraggio erogate in soli otto mesi.
Questo vuol dire che, oltre a non intasare i Pronto soccorso, si risparmia anche sui trasferimenti dei detenuti dal carcere all’ospedale, operazione che implica l’uso di personale e mezzi specializzati.
I costi nascosti: ricoveri evitabili e discontinuità assistenziale
Sul fronte dell’efficienza clinica, per esempio, l’adozione dell’intelligenza artificiale potrebbe consentire a ogni medico specialista di risparmiare almeno due giornate l’anno nella ricerca di letteratura scientifica e un’intera settimana in attività amministrative. Sono stime, certo. Ma moltiplicatele per i circa 130.000 medici specialisti del Servizio Sanitario Nazionale e comincerete a vedere l’ordine di grandezza.
A cui si aggiunge il costo — ancora in larga parte sommerso — dei ricoveri evitabili, delle ri-ospedalizzazioni precoci, della discontinuità assistenziale per pazienti cronici che perdono il filo del percorso di cura nel momento del passaggio dall’ospedale al territorio. Per quanto riguarda la medicina legale e in tutte le attività che vanno dal risk management, alla gestione del contenzioso, per allargare ancora l’inquadratura, l’uso del digitale e dell’IA provoca un’esplosione della produttività.
Le esperienze che funzionano: integrazione, continuità e coinvolgimento del paziente
Socrate, insomma, non è un caso isolato. Ci sono i programmi di telemonitoraggio per pazienti cronici in Lombardia e Puglia, le piattaforme di telecardiologia già operative in otto farmacie su dieci: le esperienze che producono risultati condividono alcune caratteristiche precise.
Prima di tutto, integrano tecnologia e riorganizzazione dei processi — non si limitano a digitalizzare ciò che già esiste.
In secondo luogo, aggrediscono il problema della discontinuità assistenziale, che è la causa principale sia del deterioramento clinico che degli sprechi di sistema.
Terzo, coinvolgono il paziente come attore attivo del proprio percorso, non come destinatario passivo di prestazioni erogate a episodi.
Questi progetti sono costruiti intorno al concetto di “capillarità e prossimità“, garantendo che il paziente fragile, cronico o dimesso precocemente, non venga abbandonato al confine tra ospedale e territorio. È un punto cruciale in un paese dove quella frontiera è storicamente il luogo in cui il sistema sanitario perde pezzi — e dove si concentra la maggior parte degli sprechi evitabili.
Il ruolo delle farmacie: capillarità senza integrazione sistemica
Non è un caso che le farmacie — già oggi attive (o almeno dovrebbero) nell’erogazione di servizi di telerefertazione e telecardiologia — vengano indicate come uno dei nodi più promettenti per amplificare l’impatto della telemedicina sul territorio. La capillarità esiste già. Manca un modello di integrazione sistemica che la colleghi agli ospedali, alle ASL, alle strutture riabilitative.
Cosa non sta funzionando: adozione sporadica e incertezza post-PNRR
La telemedicina risulta ancora a utilizzo sporadico e non strutturato, e rispetto al 2023 i dati 2024 mostrano una sostanziale stabilità nell’adozione da parte dei professionisti sanitari, nonostante il riconoscimento diffuso del suo potenziale. Il paradosso è evidente: si investe, si sperimenta, si riconosce il valore — ma non si scala. Le ragioni sono note e documentate.
Le aziende sanitarie segnalano come principali ostacoli la limitata disponibilità di risorse (55%), la carenza di competenze digitali (40%) e, novità del 2024, l’incertezza sulle risorse disponibili dopo la fine del PNRR (57%). Quest’ultimo dato è il più preoccupante. Segnala che buona parte della trasformazione in corso è percepita come contingente, non strutturale. I progetti partono, producono risultati, e poi si fermano quando il finanziamento straordinario si esaurisce. È esattamente il rischio che si corre in molti casi e che bisogna evitare. Per passare dall’eccezionalità all’ordinario.
Cosa bisogna fare: standardizzazione, finanziamento strutturale e trasformazione culturale
Tre priorità, nell’ordine.
La prima è la standardizzazione dei modelli che funzionano. SOCRATE e gli altri progetti pilota nascono da filiere locali virtuose — pubblico e privato che lavorano insieme, con una governance chiara e un obiettivo operativo definito. Per diventare sistema, c’è bisogno di protocolli replicabili, interoperabilità tra piattaforme regionali e nazionali, e una governance che definisca con precisione chi fa cosa tra Regioni, ASL e strutture private accreditate.
La seconda è la continuità finanziaria oltre il PNRR. Il Piano ha creato un’infrastruttura. Ma un’infrastruttura senza manutenzione e senza modelli di sostenibilità economica torna a essere spesa, non investimento. Serve un quadro di finanziamento strutturale che trasformi i progetti pilota in servizi ordinari del SSN, con meccanismi tariffari adeguati alla telemedicina e il telemonitoraggio.
La terza — spesso sottovalutata — è la trasformazione organizzativa e culturale. Come sottolineano i ricercatori del Politecnico di Milano, è indispensabile affiancare agli investimenti in infrastrutture tecnologiche un impegno altrettanto strutturale sulla trasformazione organizzativa e culturale del sistema.
La tecnologia c’è. Il problema è che il sistema sanitario è ancora organizzato per rispondere alla malattia acuta, non per gestire la cronicità a distanza e garantire la continuità di cura oltre le mura ospedaliere.
La sanità digitale non è un costo: è un’opzione strategica
Il caso di Genova dimostra che è possibile costruire percorsi di cura più efficaci, più equi e più vicini al paziente — con risorse pubbliche e un ecosistema industriale locale capace di lavorare in rete. Non è utopia: è progettazione. Quello che manca non è la visione, né la tecnologia, né le risorse di avvio. Manca la volontà sistemica di portare a regime ciò che già funziona, trasformando la sperimentazione in standard e il pilota in servizio. È la sfida più difficile — e la più necessaria.













