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L’UE apre il caveau di Google Search: cosa cambia con il DMA



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La Commissione europea definisce nuove regole sul data sharing di Google Search coinvolgendo anche i chatbot AI. Il Digital Markets Act ridisegna la concorrenza nel settore. Il confronto con il caso USA evidenzia una convergenza regolatoria che potrebbe cambiare l’equilibrio tra piattaforme e innovazione digitale globale

Pubblicato il 20 apr 2026

Maurizio Carmignani

Founder & CEO – Management Consultant, Trainer & Startup Advisor



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Il 16 aprile 2026, la Commissione europea ha inviato ad Alphabet (Google) i risultati preliminari nel caso DMA.100209 (Digital Markets act), delineando le misure concrete che Google dovrà adottare per condividere i propri dati di ricerca con i concorrenti.

Non si tratta di una sanzione, almeno non ancora, ma di qualcosa di potenzialmente più significativo: un’architettura regolamentare che ridefinisce il perimetro stesso della concorrenza nel search, estendendolo ben oltre i motori di ricerca tradizionali. La notizia merita un’analisi che vada oltre il dato di cronaca. Perché quello che sta accadendo a Bruxelles non è un episodio isolato, è il punto di convergenza tra l’enforcement europeo del DMA, il caso antitrust statunitense deciso dal giudice Mehta e la ridefinizione strutturale di che cosa significhi competere nella ricerca nell’era dell’AI generativa.


Condivisione dati Google Search: le misure tecniche della Commissione UE

La Commissione non si è limitata a enunciare principi generali. Ha prodotto un documento di specificazione tecnica di 29 pagine che definisce, campo per campo, che cosa Google dovrà condividere e come. Le misure proposte coprono sei aree: l’eleggibilità dei soggetti che possono ricevere i dati (i data beneficiaries); l’ambito dei dati da condividere; i mezzi e la frequenza della condivisione; le misure di anonimizzazione dei dati personali; i parametri per la fissazione di prezzi equi, ragionevoli e non discriminatori (FRAND) e i processi di governance dell’accesso. Questo livello di dettaglio rappresenta una svolta regolatoria.

Il livello di dettaglio tecnico non ha precedenti nell’enforcement della regolamentazione digitale. I dati in perimetro comprendono quattro categorie: dati sulle query (comprese le modifiche tramite autocompletamento, filtri avanzati e ricerca vocale), dati sulle visualizzazioni (tutti gli URL e contenuti mostrati nelle pagine dei risultati, inclusi risultati organici e a pagamento), dati sui clic (tempi, sequenza, durata delle interazioni, inclusi comportamenti come lo scorrimento e il ritorno alla pagina dei risultati) e dati di ranking (posizione assoluta e relativa di ogni URL nella pagina dei risultati). L’architettura di anonimizzazione è altrettanto dettagliata e mostra la complessità del sistema.


Condivisione dati Google Search e chatbot AI: il nuovo scenario competitivo

L’elemento più dirompente delle misure proposte è l’inclusione esplicita dei chatbot AI con funzionalità di ricerca tra i soggetti eleggibili a ricevere i dati di Google Search. Non si tratta più soltanto di Bing, DuckDuckGo o Ecosia, la Commissione riconosce formalmente che sistemi conversazionali come ChatGPT, Claude o Perplexity operano nello stesso spazio competitivo dei motori di ricerca tradizionali e hanno quindi diritto allo stesso accesso ai dati. Questo cambiamento ridefinisce il mercato.

Google Search ha accumulato decenni di dati comportamentali, quali query vengono inserite, quali risultati vengono cliccati, quali ignorati, come le ricerche vengono riformulate quando non producono risultati soddisfacenti, che i concorrenti non hanno mai potuto replicare su scala comparabile. L’asimmetria informativa è sempre stata il vero fossato competitivo di Google, più ancora della qualità dell’algoritmo. Ora la Commissione intende colmare quel fossato, almeno parzialmente, per via regolamentare. L’impatto potenziale è sistemico.

La risposta di Google

Google ha reagito con durezza. La senior competition counsel Clare Kelly ha dichiarato che l’azienda sta già condividendo dati con i concorrenti ai sensi del DMA e che ulteriori obblighi comprometterebbero la privacy, la sicurezza e l’innovazione. Ma è un’altra accusa a meritare attenzione, Google sostiene che il procedimento sia guidato almeno in parte da OpenAI, che starebbe “cercando di sfruttare il DMA per raccogliere dati da Google in modi non previsti dai redattori della norma”. Il conflitto è ormai esplicito.


Quello che accade a Bruxelles non è un unicum. Negli Stati Uniti, nel settembre 2025, il giudice Amit Mehta ha emesso la sentenza nel caso antitrust federale contro Google. Ha respinto la richiesta dei procuratori di imporre lo scorporo di Chrome e del sistema operativo Android, una vittoria significativa per Alphabet, ma ha comunque ordinato a Google di condividere dati con i rivali per espandere la concorrenza nel mercato della ricerca online. Anche qui il punto centrale è il dato.

Due giurisdizioni, strumenti giuridici diversi, ma la stessa diagnosi di fondo: il dato di ricerca accumulato da Google costituisce una barriera strutturale all’ingresso che non può essere superata dai soli meccanismi di mercato. La stessa terapia, almeno nella direzione, la condivisione forzata dei dati come strumento per rendere il mercato della ricerca effettivamente contendibile. La differenza sta nello strumento, ma la logica converge. Il dato diventa infrastruttura regolata.


Privacy e condivisione dati Google Search: una tensione aperta

L’argomento difensivo più robusto di Google è quello della privacy. Non è un argomento pretestuoso, i dati di ricerca sono tra i più intimi che un utente generi online, riflettendo preoccupazioni mediche, orientamenti personali, difficoltà economiche, curiosità che non si condividerebbero con nessuno

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